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- La recensione

La strana amicizia che nasce tra l'anziana vedova ebrea Daisy e l'autista nero Hoke, che le viene messo accanto dal figlio: un film che alterna momenti altamente drammatici a siparietti divertenti

A spasso con Daisy
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Nell’Atlanta dei primi anni 50, un autista viene assunto da una burbera anziana e riesce a costruire con lei un rapporto molto speciale.

A spasso con Daisy (Driving Miss Daisy)

Regia: Bruce Beresford; soggetto e sceneggiatura: Alfred Uhry (autore dell’opera teatrale); fotografia: Peter James; montaggio: Mark Warner; colonna sonora: Hans Zimmer; scenografia: Bruno Rubeo e Crispian Sallis; trucco: Manlio Rocchetti; interpreti: Jessica Tandy (miss Daisy Werthan), Morgan Freeman (Hoke Colburn), Dan Aykroyd (Boolie Werthan), Patti LuPone (Florine Werthan), Esther Rolle (Idella), Clarice F. Geigerman (Nonie), Muriel Moore (Miriam), Sylvia Kaler (Beulah), Joann Havrilla (miss McClatchey), William Hall Jr. (Oscar); produzione: Richard D. Zanuck per Majestic Films International/ Warner Bros; origine: USA – 1989; durata: 99′.

Trama

Atlanta, Georgia, 1948. Miss Daisy Werthan (Tandy) ha un’incidente mentre esce dal vialetto di casa: sbaglia la marcia e la sua Packard finisce nel giardino dei vicini: l’auto è distrutta, ma miracolosamente l’incauta guidatrice ne esce illesa. Il figlio Boolie (Aykroyd), erede dell’azienda di famiglia, con una moglie ambiziosa e insopportabile, preoccupato per la sua incolumità, decide di assumere un’autista affinché la madre eviti di guidare. La signora, esponente della buona borghesia della città, è una donna di spirito, orgogliosa e severa, dotata per di più di una lingua tagliente. Proprio mentre è in cerca dell’uomo adatto al gravoso compito – l’anziana dama protesta furiosamente, ritenendo lo chauffeur un’ inutile ostentazione di ricchezza – gli si presenta in fabbrica a chieder lavoro il nero Hoke (Freeman), cinquantenne disoccupato ma pieno di risorse. Il signor Werthan ha un colpo di genio: che sia proprio lui l’ideale per fare d’autista alla recalcitrante genitrice? Inizialmente la donna non accetta la presenza dell’uomo nella sua vita, anzi fa di tutto per mostrarsi burbera e convincere il figlio a licenziarlo. Hoke però fa buon viso a cattivo gioco e si dimostra ostinato e sagace almeno quanto lei. A poco a poco i due finiscono per entrare in confidenza, al punto che miss Daisy, da maestra di scuola in pensione, gli insegna a leggere e scrivere. Il tempo passa e, dopo la morte della governante Idella, Hoke diventa sempre più indispensabile nella vita domestica, riuscendo a improvvisarsi di volta in volta giardiniere,cuoco e cameriere. Il rapporto fra l’anziana signora e il suo autista si consolida negli anni, trasformandosi in una sincera amicizia tra due persone rimaste ormai sole. Quando miss Daisy, affetta da demenza, è costretta a ricoverarsi in una casa di cura, il suo ex dipendente continua a farle visita spesso. In uno sprazzo di lucidità miss Daisy confessa, commossa: “Hoke sei il mio migliore amico”.

A spasso con Daisy

Un classico che affronta temi importanti.

Tratto dall’opera teatrale dello sceneggiatore Alfred Uhry, sotto la buccia della commedia brillante il film affronta la questione del razzismo da una prospettiva insolita ed originale. I protagonisti sono entrambi appartenenti a due minoranze, neri ed ebrei, che nel Sud degli Stati Uniti subiscono ancora soprusi e vengono discriminate (toccante il dolore di miss Daisy dopo un attentato alla sinagoga). Sfruttando l’ambientazione negli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale l’autore pone l’accento sul tema della diseguaglianza razziale, mostrando il discorso tenuto da Martin Luther King a Washington, dopo la storica marcia in difesa dei diritti civili. Emblematica in tal senso anche la scena in cui Hoke e miss Daisy vengono fermati da una pattuglia della polizia e l’uomo viene bistrattato dagli agenti in modo tale da suscitare timore per lui nella pur combattiva signora Werthan. Nel film viene più volte ribadito come non basti condannare gli atti più estremi, ma sia necessario per debellare questa piaga agire attivamente (e al giorno d’oggi in Italia lo sappiamo bene). Girato tra il maggio e il luglio del 1989 e affidata la regia all’australiano Bruce Beresford, il quale ha dimostrato coi suoi lavori precedenti (Tender Mercies – un tenero ringraziamento e Crimini del cuore) di saper toccare le corde dell’animo degli spettatori con delicatezza, la scelta degli attori protagonisti è più laboriosa. Per la parte dell’anziana vedova, scartate illustri pretendenti come Katharine Hepburn e Angela Lansbury, viene scelta  Jessica Tandy, monumento del teatro americano, recentemente tornata sul grande schermo per Ron Howard in Cocoon – l’energia dell’universo e all’epoca ottantenne. La produzione, preoccupata della veneranda età dell’attrice, le impone di pagarsi da sè l’assicurazione, salvo poi concederle una percentuale sugli utili dopo il successo del film. Le tiene egregiamente testa in irresistibili battibecchi il suo partner sullo schermo, l’attore di colore Morgan Freeman, futuro beniamino di critica e pubblico, attivo nel cinema dagli anni settanta e fino a quel momento semi-sconosciuto. Accanto ai due fuoriclasse un sorprendentemente misurato Dan Aykroyd, in una delle migliori prove della sua carriera (giustamente nominato come attore non protagonista), è il figlio preoccupato. Grazie al cast e all’atmosfera sentimentale ma non patetica che lo permea il film conquista il pubblico americano e la stampa estera, che lo premia con 3 Golden Globe al film, e ai due mattatori Freeman e Tandy, presentandosi alla notte delle stelle con 9 candidature.

Il racconto del redattore

Per gli ultimi Oscar del decennio la cinquina di finalisti mostra un campionario di varia umanità in cui i buoni sentimenti non mancano. Tratti dalla realtà ci sono illustri paralizzati: Tom Cruise interpreta il reduce Ron Kovic in Nato il quattro luglio del vulcanico Oliver Stone, 8 nomination e due Oscar alla regia e al montaggio, mentre Il mio piede sinistro di Jim Sheridan vede lo straordinario Daniel Day Lewis vincere il premio Oscar da protagonista ritraendo il poeta Christy Brown, tredicesimo figlio di una famiglia proletaria in grado di muovere solo il piede sinistro, che a Dublino riesce a realizzarsi grazie al sostegno e all’amore della madre Brenda Flicker, anch’ella riconosciuta miglior attrice non protagonista. C’è la forza liberatoria della poesia, che irrompe in una rigida scuola britannica grazie all’intenso Robin Williams, professore anticonformista (“Capitano, mio capitano” ricordi?) ne L’attimo fuggente di Peter Weir, 4 nomination e un premio alla sceneggiatura di Tom Schulman. L’uomo dei sogni (3 segnalazioni che non approdano a nulla) con Kevin Costner costruttore di un campo di baseball per giocare coi campioni del passato, completa l’elenco. Scorrendo la lista dei nominati si trovano altri titoli indimenticabili: ad esempio il cupo Batman di Tim Burton con il Joker Jack Nicholson che ruba la scena all’eroe interpretato da Michael Keaton  e vede premiato il lavoro degli scenografi. Fa i conti col razzismo anche il vigoroso Glory – Uomini di gloria di Edward Zwick, che ricorda una pagina dimenticata della guerra civile americana: un battaglione di schiavi liberati viene mandato al macello dall’Alto Comando per motivi strategici. Vince per la fotografia, il sonoro e l’attore non protagonista Denzel Washington che strappa alla critica superlativi assoluti nel ruolo tormentato dell’eroico soldato Trip. Indiana Jones e l’ultima crociata di Steven Spielberg porta a casa la statuetta per il montaggio sonoro, lasciando nel cuore degli appassionati i duetti tra padre e figlio della coppia Sean Connery-Harrison Ford. L’ottimo Woody Allen di Crimini e misfatti resta a mani vuote, mentre il cinema italiano celebra il trionfo come film straniero di Nuovo Cinema Paradiso, ispirata dichiarazione d’amore per il cinema di Giuseppe Tornatore e pellicola di formazione che narra l’amicizia tra il bambino cinefilo Salvatore e il proiezionista Alfredo. Relegati a comparse sono i due film-scandalo dell’annata: il pruriginoso Sesso Bugie e Videotape di Steven Soderbergh (ménage à trois messo in crisi da un vicino armato di cinepresa) che vince a Cannes ma in patria raccoglie una sola nomination per la sceneggiatura originale; stessa sorte tocca al brutale Fa’ la cosa giusta di Spike Lee. Fra i titoli che affrontano la questione razziale, quest’ultimo è infatti il più memorabile e meno digeribile per gli anestetizzati giurati dell’Academy: prendendo spunto da un fatto di cronaca degli anni ’40 narra la storia di una violenta serie di rivolte scoppiate a New York, nel quartiere di Harlem, a causa dell’uccisione di un ragazzo di colore da parte della polizia, scandite da notevoli canzoni rap fra le quali spicca la celebre Fight the Power dei Public Enemy. Distribuiti i riconoscimenti secondari, la scena è tutta per A spasso con Daisy con quattro Oscar per il film, la sceneggiatura, il trucco curato dall’italiano Manlio Rocchetti e l’attrice protagonista Jessica Tandy, che diventa l’interprete più anziana della storia a ricevere il riconoscimento. Ritirando il premio, nella notte del suo trionfo l’attrice si rivolge al presidente dell’Academy Karl Malden con un sentito: “Finalmente siamo pari” (in alto il filmato). La Tandy era infatti stata un’acclamata Blanche du Bois per Tennessee Williams, nonchè l’unica a non passare dai teatri di Broadway agli studios hollywoodiani al momento di girare Un tram che si chiama desiderio, per scelta proprio di Malden che aveva affidato la parte alla più nota Vivien Leigh.  

Il nostro voto

In conclusione su

Alternando momenti teneri ad altri drammatici, senza dimenticare gustosi siparietti divertenti il film affronta i temi della senilità e del razzismo con delicatezza e profondità, grazie all’interpretazione straordinaria dei due protagonisti, diretti da un regista che sa il fatto suo, sentimentale senza risultare patetico.

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Alternando momenti teneri ad altri drammatici, senza dimenticare gustosi siparietti divertenti il film affronta i temi della senilità e del razzismo con delicatezza e profondità, grazie all’interpretazione straordinaria dei due protagonisti, diretti da un regista che sa il fatto suo, sentimentale senza risultare patetico.

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