In occasione dell’ottantaduesimo compleanno, su Sky Arte è uscito il documentario Dr Jack mister Nicholson di Emmanuelle Nobécourt, che ripercorre la carriera dell’attore

Forse Jack Nicholson è stato solo un caratterista, ma i suoi personaggi sono diventati autentiche icone del cinema. Sempre antieroe, sempre con una vena di follia nello sguardo, sempre col suo sogghigno da Stregatto (il suo non è uno “smile” è proprio un “grin” come quello del Ceshire Pussy) che affascina e inquieta allo stesso tempo. Più che un attore è un mito. Difficile aver visto un film con Nicholson e non ricordarlo; quando c’è lui è molto più facile dimenticare tutti gli altri. Inutile dire che del primo Batman di Tim Burton, un film stupendo, con attori come Michael Keaton, Kim Basinger, Jack Palance, la prima cosa che viene alla mente è il Joker di Nicholson, mentre del secondo si ricordano benissimo anche il Pinguino, la bellissima Catwoman e Max Shreck, oltre a Bat Man, naturalmente.

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Nicholson è talmente magnetico che non piacque per nulla a Stephen King quando interpretò il Jack Torrance di Shining. Difficile dargli torto, nel libro il protagonista vero è il bambino. L’interpretazione di Nicholson, più che falsare il libro, crea una nuova storia bella quanto l’originale. Un po’ come la traduzione di Moby Dick di Cesare Pavese: un capolavoro della letteratura italiana, che poco o nulla ha a che vedere con l’originale.

Nicholson si è ritirato nel 2010 e ci è mancato talmente tanto che Emmanuelle Nobécourt ha avuto la stupenda idea di girare un documentario sulla sua carriera e sulla sua vita privata, forse più sorprendente della vita da divo. Nel documentario ci sono numerosissimi filmati, testimonianze di amici e colleghi, interviste, che aiutano a far luce sulla personalità dell’attore del New Jersey. C’è l’incontro con Roger Corman che, per primo, gli offre una piccola parte – il paziente masochista di un dentista – in Little shop of horrors, un musical stupendo, più che da consigliare è da obbligare a vedere, che, però, è ricordato quasi esclusivamente per la piccola parte di Jack Nicholson. Essendo il paziente di un dentista, è lì che Nicholson sfoggia per la prima volta il suo famoso “grin”. Dice Corman nel documentario: “Quello che rendeva Jack speciale e diverso dagli altri giovani attori dell’epoca era la sua estrema intelligenza, era molto acuto, aveva un bizzarro senso dell’umorismo. Si impossessava della sceneggiatura e modellava il personaggio su se stesso“.

Il successo, però, nasce nel 1969 con Easy Rider, di Dennis Hopper, dove interpreta il ruolo del perdente per eccellenza: George Hanson, un avvocato fallito che si unisce a Hopper e Houston e finisce ucciso. Come succederà ancora, in seguito, tutti ricordano Nicholson; Hopper e Peter Fonda, beh, sì, ci sono, ma se voglio riguardare il film è solo per vedere lui.

Lavora coi più grandi registi del suo tempo: Roman Polanski, Michelangelo Antonioni, Stanley Kubrick, Elia Kazan e Martin Scorsese che, secondo l’impressione che ne ho sempre avuto, cercano di far venire fuori Jack Nicholson, più che il personaggio del film. Una cosa curiosa della sua vita privata è che scopre, ormai adulto, di essere, in realtà, figlio di quella che ha sempre creduto fosse sua sorella June. La cosa che rende bizzarra la cosa è che lo viene a sapere proprio mentre sta lavorando a uno degli innumerevoli capolavori di Roman Polanski, Chinatown, dove la protagonista, una irripetibile Faye Dunaway, è madre di sua sorella, poiché ha avuto una figlia da suo padre, che nel film è nientemeno che John Houston, suocero di Jack.

Quando Milos Forman lo vuole per Qualcuno volò sul nido del cuculo, lo incoraggia a improvvisare e non se ne pentirà. In quel film, probabilmente, Nichloson dà il massimo e vince il suo primo Oscar. Credo che chiunque pensi a Nicholson lo vede nel ruolo di Randy Patrick McMurphy. Poi Shining lo rende definitivamente un mito, che piaccia o meno a Stephen King.

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