Esiste una diatriba che dura da quando, per la prima volta, un regista trasse un film da un libro, ossia più o meno da quando esiste il cinema. Era più bello il libro o è più bello il film?

Per continuare i confronti libro-film che già sono stati fatti da noi di iCrewplay, scegliamo due opere decisamente al di sopra della media: Shining, il film di Stanley Kubrik e il romanzo di Stephen King.

Siete amanti dei libri di King e vi appassionano i film horror? Guardate anche quest’articolo: Carrie – Lo sguardo di Satana: libro o film?

Normalmente ci si avvicina al libro dopo aver visto il film, raramente succede il contrario, il che è ovvio, visto che il cinema è un medium molto più diffuso. Ci sono casi in cui prima nasce il caso letterario, per esempio Sostiene Pereira, Gomorra, ma normalmente è il regista che si accorge che da quel soggetto si può tirare fuori qualcosa di forte. L’esempio più lampante è Farenheit 451, racconto molto più che mediocre che, però, Truffaut ha elevato a livello di capolavoro.

Nel nostro caso si parte alla pari.

Il romanzo di King era il terzo di una lunga serie, ma già era stato portato sullo schermo da Brian De Palma il suo primo romanzo, Carrie, che aveva avuto un’ottima risonanza. Dopo Shining aveva scritto altri due romanzi. Nonostante questo è difficile non ammettere che fu proprio Shining a scatenare il fenomeno King. Comunque sia, Shining è veramente un gran bel libro, più degli altri. King scrive libri molto lunghi che sono sempre belli, ma ci sono alcune parti, specie a metà romanzo, che rallentano di molto l’azione. Un po’ come Moby Dick, che sarebbe un romanzo grandioso, peccato che ogni tanto Melville si perda dietro alle sue smanie di etologo e cominci con le sue interminabili lezioni sul capodoglio, proprio quando l’azione era al massimo del climax.

Sappiamo che King non amò affatto la trasposizione cinematografica di Kubrik, lo definì “freddo e distaccato”, completamente diverso dall’opera originale. Secondo lui Jack sembra “completamente pazzo fin dalla prima scena”. Non gli piacque la Duvall, che “si trova lì solo per strillare ed essere stupida”. Difficile non essere d’accordo con lo scrittore, però cinema e letteratura sono due linguaggi completamente diversi, non è possibile riassumere in due ore un romanzo di seicento pagine: l’impatto che deve avere una storia sullo spettatore che ha solo due ore di tempo per assimilarla non è paragonabile a quella che ha un libro per un lettore che ha tutto il tempo che vuole; può fermarsi, rileggere, ecc.

Intanto, difendiamo subito Kubrik dall’accusa, più che legittima, di aver fatto un film opposto all’opera originale. Nel romanzo il protagonista indiscusso è Danny, il figlio di cinque anni di Jack e Wendy. Per trovare un attore in grado di sostenere una parte simile, Kubrik avrebbe avuto bisogno di un nano, non di un bambino. Quindi era indispensabile spostare l’attenzione da Danny a un altro personaggio e Jack si prestava sicuramente più di Wendy. Vero che la Duvall strilla e sembra stupida, ma neanche dalla Wendy del romanzo sarebbe stato possibile tirarci fuori un personaggio di primo piano. Oltretutto Nicholson ha una personalità che è difficile ignorare. Se voleva un attore che non bucasse lo schermo avrebbe scelto Ryan O’Neill che aveva appena lavorato con lui in Barry Lyndon. Invece, Nicholson fu la primissima scelta. Shelley Duvall, effettivamente, a nessuno è sembrata una gran scelta. Sarà che ormai la mia visione di Shining è fortemente distorta dai filmati del Nido del Cuculo.

Ma continuiamo a chiederci se fosse così difficile trovare di meglio. Su questo aspetto spezziamo una lancia in favore di King. Uno pari.

È anche vero che Jack Nicholson sembra pazzo da subito

ma, a parte che Nicholson sembra pazzo a prescindere, nel libro Jack ha a disposizione più di 450 pagine per impazzire. Non basta, ci sono anche i flash back sul padre, ubriacone anche lui, che ne delineano la psicologia. Nel film ha poco più di un’ora per impazzire, senza poter spiegare nulla. Molto più della metà del film nel libro dura meno di 150 pagine.

Altra cosa che nel film avrebbe avuto ben poca utilità

e che, invece, nel romanzo è veramente efficace, soprattutto nella costruzione dell’atmosfera e, immagino che per un lettore statunitense lo sia ancor di più, sono i continui rimandi a Edgar Allan Poe. A parte le frequenti citazioni della Maschera della Morte Rossa, è proprio Jack che richiama la figura del bardo di Boston. Poe, come Jack, non reggeva affatto l’alcol e diventava spesso violento dopo aver bevuto, anche poco. È provato che cominciò a drogarsi proprio per non avere quelle reazioni abnormi, che, come è facile immaginare, gli crearono infiniti problemi. Come Jack aveva provato a smettere, ma non ci era mai riuscito. Nel 48° capitolo, una vocina interiore dice a Jack: “Lo sai cosa ti succede quando bevi, lo sai per dolorosa esperienza personale. Quando bevi, perdi la testa“. Sono, più o meno, le stesse parole di Poe in una lettera, riferendosi al suo vizio. Purtroppo, le ho lette entrambe in traduzione, sarebbe interessante avere gli originali sott’occhio. Anche se non è certo la sede per dibattere le fonti letterarie.

Ma non è certo per fare un elenco delle differenze fra libro e film che stiamo scrivendo. Anche perché, ovviamente, qualcuno lo ha già fatto e rimandiamo volentieri a questo bell’articolo di Hanna Flint: così tante differenze tra lo Shining di King e quello di Kubrick.

Vogliamo solo sottolineare le cose che funzionano di più nel film e nel romanzo.

E una cosa che funziona da matti nel film sono le famose 500 pagine che Kubrik fece scrivere a macchina alla propria segretaria (col computer sarebbe stato uno scherzo, ma allora non c’erano) con la famosa frase “All work and no play makes Jack a dull boy” tradotta nella versione italiana, su istruzioni dirette di Kubrik, con “Il mattino ha l’oro in bocca“. A questo punto è d’obbligo una citazione, che non è fra le più colte, ma che supera quasi l’originale:

Potremmo anche inserire un articolo secondario dal titolo Stanley Kubrik e Matt Groening, due autentici geni a confronto, ma per ora soprassediamo. Però potrebbe essere un’idea, no?

Altro personaggio che nel libro è importantissimo è Dick Halloran, il cuoco che ha lo shining come Danny. Nel film serve poco più che a spiegare cosa sia lo shining e, alla fine, a portare un mezzo per far fuggire Wendy e Danny. Peccato perché, oltre a perdere un grande personaggio, Scatman Crothers, l’Halloran del film, è nientemeno che la voce di Scat Cat negli Aristogatti e, come è facile inferire, gli ha anche prestato il nome. Crothers era più famoso come ballerino e cantante che come attore. E risiamo in parità.

Una cosa che, però, farebbe pendere la bilancia dalla parte del film è il finale.

Wendy e Danny scappano col gatto delle nevi col quale era arrivato Halloran e li perdiamo di vista. Il tempo di vedere Jack rimanere congelato e la camera zooma sull’album di vecchissime foto, del 1926, in bianco e nero che ritraggono un Jack sorridente con gli occhi da pazzo.

Nel libro il finale è molto più American style: innanzitutto Halloran non muore, ma salva madre e figlio e li porta con sé nell’assolata Florida. Li ritroviamo nell’ultimo capitolo in un quadretto idilliaco nel quale il bene trionfa, come sempre. È un po’ il limite dei romanzi di King. Dopo aver passato esperienze terrificanti per ottocento pagine, la fine è sempre rassicurante. Non voglio dire che finiscano immancabilmente bene, ma il messaggio è che, tutto sommato, poteva andare peggio.
Poteva piovere.

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