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Ron Howard - Festa del Cinema di Roma

Ron Howard si racconta alla Festa del Cinema di Roma 2019

Un'intervista che diventa racconto alla Festa del Cinema di Roma: Ron Howard giunto per presentare il film documentario sul Re dei tenori, Luciano Pavarotti, ci parla della sua carriera di attore e regista.

Ron Howard ha presentato alla Festa del Cinema di Roma 2019 il suo nuovo documentario. Ha scelto l’Italia per farlo perchè esso racconta uno dei personaggi che più ha rappresentato il nostro paese nel mondo: il tenore Luciano Pavarotti. Epigono di Caruso, Big Luciano ha portato l’opera lirica al grande pubblico, sdoganandola anche ai più giovani grazie al suo progetto di beneficenza, il cosiddetto Pavarotti & Friends, nel quale si è esibito accanto alle stelle della musica pop. In quest’occasione il regista ha rilasciato una lunga e appassionante intervista al direttore artistico della manifestazione Antonio Monda e al critico cinematografico Alberto Crespi, tradotta per la platea della Sala Sinopoli dall’interprete Olga Fernando. Pavarotti è stato distribuito.nelle sale italiane dal 28 al 30 ottobre, come evento speciale. Di seguito puoi leggere il resoconto di questo incontro ravvicinato cui ho personalmente assistito, Howard ha parlato della sua carriera e delle tappe che lo hanno condotto alla realizzazione del suo ultimo film.

  • Ron Howard allora, dopo grandi film negli ultimi anni ha realizzato documentari su alcune stelle della musica mondiale, come i Beatles e Jay Z. Adesso è la volta di Luciano Pavarotti, com’è passare dalla fiction al documentario?

“Sin da quando molto giovane ho cominciato a fare l’attore e via via che crescevo negli anni delle superiori mi sono sempre detto che, se non fossi riuscito a diventare regista, sarei probabilmente stato un giornalista: mi hanno sempre quindi affascinato le storie vere e in particolare la forma del documentario, ma ne sono stato anche intimidito. A tale proposito devo ricordare il ruolo che in questo ha giocato il compianto Jonathan Demme (qui viene interrotto dall’applauso commosso del pubblico), un regista che riusciva a passare con straordinaria agilità dalla finzione al documentario, alla televisione.Quando ebbi l’opportunità di girare un documentario su Jay Z, intitolato Made in America gli chiesi se sarebbe stato meglio lasciar perdere. Egli mi incoraggiò dicendomi di tentare e che quest’esperienza avrebbe arricchito anche la mia capacità di narratore. Così insieme al mio socio Brian Grazer abbiamo avviato il progetto con la nostra impresa , l’Imagine Entertainment, grazie al fatto che egli conosceva personalmente il cantante. Ho intenzione di girarne altri, mi piace l’idea di passare da un film basato su una sceneggiatura a un documentario. Trovo l’attività da documentarista molto stimolante e credo che davvero finisca col completare anche il mio modo di lavorare sul cinema di finzione. A questo proposito devo ringraziare anche il mio produttore e il mio montatore che mi hanno molto aiutato con “Pavarotti”.

  • Ripercorrendo i suoi primi passi da attore, quali ricordi ha di American Graffiti di George Lucas e sapeva che l’ispirazione per questo film venisse da un classico del cinema italiano come I Vitelloni (1953) di Fellini?

“Cominciando dalla fine della domanda devo dire che non ho avuto modo di parlarne con Lucas, ma credo che Francis Ford Coppola, che era il produttore del film, ne fosse certamente consapevole. A livello culturale, quel film è stato molto eccitante ma insolito: fu realizzato al di fuori del tradizionale sistema hollywoodiano. A Hollywood, i tecnici erano uomini rudi che parlavano come marinai e cowboy, mentre i miei colleghi durante le riprese di American Graffiti (qui sotto il trailer) erano tutti giovani studenti e cinefili: parlavano continuamente del loro amore per il cinema, qualcosa che di solito non capitava su un set hollywoodiano. Per me fu un’epifania, mi fece capire cosa potesse significare davvero il lavoro da regista.”

  • Quanto ha significato la TV americana classica degli anni Sessanta e Settanta per la sua formazione?

Happy Days diventò un successone in Italia prima che in tutto il resto del mondo, quindi vi ringrazio! Ciò che veniva prodotto in TV era molto semplice e lineare, ma si trattava comunque di un processo creativo basato sulla risoluzione dei problemi. Da bambino recitavo in The Andy Griffith Show: lì gli attori avevano occasione di esprimere commenti sugli script e contribuire a risolvere i problemi sul set, ma nessuno dava mai retta ai miei suggerimenti. Perciò non dimenticherò mai che, per il secondo episodio della seconda stagione,all’età di 7 anni, durante le prove di una scena all’improvviso alzai la mano e dissi: “Non credo che un bambino parlerebbe in questo modo”. Proposi una battuta alternativa, il regista la accettò e di colpo sentii di far parte del gruppo! Ero felicissimo, e dall’altro lato del set Andy Griffith mi chiese cosa avessi da sorridere; glielo spiegai, e lui per tutta risposta mi disse – È il primo buon suggerimento che ci hai dato, ora torna al lavoro!- Questo clima sul set mi ha influenzato per la mia successiva attività da regista.

  • E invece quanto l’ha influenzata da regista il suo passato da attore?

“Ho imparato tantissimo dalla televisione, mentre i film prodotti in quel periodo, come Gangster Story, Il laureato, Romeo e Giulietta di Zeffirelli e Indovina chi viene a cena?, mi hanno influenzato proprio nel periodo in cui stavo studiando cinema. Quando Happy Days venne registrato davanti a un pubblico fu molto angosciante, ma quest’esperienza mi insegnò due cose: l’importanza dei tempi comici e il rapporto di collaborazione fra tutti i membri del team. Senza dubbio, la mia carriera da regista non sarebbe stata la stessa senza la mia esperienza di attore nelle sit-com televisive.”

  • A proposito della sua passione per il giornalismo, è il motivo che l’ha spinta a girare, nel 1994, il film Cronisti d’assalto (trailer qui sotto)? Crede che nella società di oggi il ruolo del giornalismo sia ancora di primo piano, nel mondo dell’informazione?

“Il copione è stato scritto da David Koepp, figlio di un giornalista del New York Times. Lo trovai affascinante e molto divertente e mi consentì di tornare alla mia passione giovanile. Il personaggio di Glenn Close era stato pensato per un uomo: quando decisi di scritturarla, bastò cambiare il suo nome e un paio di battute, ma per il resto mantenemmo tutto uguale, inclusa la sua rissa con Michael Keaton. Durante le riprese della rissa, Michael mi chiese di dire a Glenn d’andarci piano, perché lo stava massacrando! Glenn Close, fra l’altro, è sempre in forma splendida: di recente ho lavorato con lei per un film che uscirà l’anno prossimo: fantastica. Riguardo al ruolo del giornalista, penso che oggi sia complicato, ma importante. Dato che le opinioni si polarizzano e aumentano i motivi di controversia, è necessario che si forniscano informazioni in maniera lucida. I giornalisti devono avere il coraggio di superare questa polarizzazione: le differenze tra informazioni e opinioni sono sempre più sottili, per questo il lavoro del giornalista oggi è più importante che mai. Ho ammirato Luciano Pavarotti quando iniziò a collaborare con delle popstar: molti esperti musicali lo criticarono e questo lo faceva soffrire, ma ciononostante ha continuato a creare dei legami, ponti tra culture differenti, un’impresa che ha richiesto un grande coraggio. In modo analogo, i giornalisti possono scegliere se rivolgersi soltanto a chi condividerà il loro stesso punto di vista, oppure tentare di raggiungere anche le altre persone, costruendo dei ponti ideologici, politici e culturali da opporre ai muri, alle divisioni. È una questione che riguarda chiunque si occupi di comunicazione, che siano fatti reali o storie inventate: possiamo creare dei ponti fra le persone.”

  • A proposito del suo film più acclamato, A Beautiful Mind (2001 – trailer qui sotto), perchè ha trovato ispirazione nella storia vera del matematico John Nash? Cosa l’ha attratta di questo personaggio?

“Il mio co-produttore Brian Grazer iniziò il progetto partendo da un articolo e da un libro su John Nash. Volevamo combattere il pregiudizio verso la malattia mentale e avevamo sviluppato tre diversi progetti, con uno stile differente: uno di questi era la sua storia, scritta da Akiva Goldsman, figlio di psichiatri. L’obiettivo del film era far comprendere alle persone cosa si provasse a essere considerati matti, essere anime tormentate che non vedono il mondo come le altre persone. Akiva ha scritto una grande sceneggiatura e gli attori le hanno dato vita sullo schermo. Russell Crowe ha interpretato per me due personaggi totalmente diversi: è un attore davvero intenso e un grandissimo artista, nel suo lavoro offre una passione e una creatività impressionanti.”

  • Da cinefilo, non posso fare a meno di chiederle come sia stato lavorare accanto al grande John Wayne, nel western Il Pistolero (1976), il suo ultimo film?

“Collaborai all’ultimo film di John Wayne e sono stato onoratissimo di recitarvi, anche perché adoravo il genere western, per quanto non ritenessi Wayne un grande attore. Non provavo disagio, piuttosto soggezione  davanti a lui, ma creammo un bel rapporto: gli chiesi se volesse provare le battute con me, come si faceva di solito in TV e questo fece colpo su di lui. In ogni battuta inseriva le classiche pause alla John Wayne: all’inizio pensavo che magari dimenticasse le battute, invece era un suo ritmo peculiare, con cui conferiva potere, carisma e forza alle frasi. La stessa etica professionale l’ho trovata in Bette Davis, con la quale ho lavorato nell’ultima fase della sua carriera, nonostante i suoi capricci e il comportamento tempestoso. Inoltre, ho girato una serie TV con Henry Fonda: la serie non era un granché, eppure Fonda mostrava sempre una professionalità assoluta. La lezione che ho imparato è: se ami il tuo lavoro, non ti risparmi mai. E Luciano Pavarotti aveva quella stessa qualità di attori come John Wayne, Henry Fonda Bette Davis. Vi racconto un aneddoto su di lei: avevo circa 24 anni e avevo appena lavorato con Roger Corman, mentre Bette Davis era ultrasettantenne: voleva interpretare questo film televisivo prodotto e diretto da me (Skyward,1980 ndr.), ma era molto infastidita dal fatto di farsi dirigere da un regista così giovane. All’inizio mi chiamava sempre Mister Howard. Una volta, durante una discussione al telefono, le chiesi: – Mrs. Davis, la prego, mi chiami Ron- .Ma lei rispose – La chiamerò Mister Howard fin quando non avrò deciso se lei mi piace o meno- e mi riattaccò il telefono in faccia! Sapevo che il suo regista preferito era William Wyler, che indossava sempre giacca e cravatta sul set. Noi stavamo girando in Texas ad agosto, ad oltre 40 gradi, ma io indossai comunque giacca e cravatta. Appena mi vide, lei scoppiò a ridere, esclamando a gran voce: – Mi ha spaventato a morte! Ho visto un bambino che s’avvicinava e mi sono chiesta cos’avesse da dirmi – Ero in imbarazzo, presi delle pillole per lo stomaco per frenare la tensione: fu una giornata durissima. A un certo punto, le diedi alcune indicazioni per la chiusura di una scena: lei non era convinta, ma accettò di provare secondo i miei suggerimenti e subito dopo mi diede ragione. Alla fine di quella giornata la salutai, complimentandomi per il suo lavoro. Lei allora mi rispose: -Ciao Ron, a domani!-, poi scoppiò in una tipica risata squillante alla Bette Davis e mi diede una sonora pacca sul sedere! (risate in sala)”.

  • Passiamo al 2013 e alla sua direzione di Rush. Cosa l’ha affascinata in particolare della sfida fra James Hunt e Niki Lauda (qui sotto la scena finale del film)?

“Ho sempre ammirato chi ha una passione tale da puntare dritto al risultato, a qualunque costo, ma io mi identifico di più col personaggio di Niki Lauda. Anche Rush, come gli altri miei film, è stato il frutto di una collaborazione fra tanti professionisti, ma le collaborazioni più importanti della mia carriera sono state quelle con gli sceneggiatori e per Rush Peter Morgan ha scritto un copione grandioso».

  • Se lei somiglia a Niki Lauda, nel cinema chi considera il suo James Hunt, come regista?

“Mentre guardo certi film, provo al tempo stesso una profonda ammirazione e un’enorme invidia. Io, per esempio, non potrei mai fare quello di cui è capace Wes Anderson. Non ho un singolo James Hunt: ci sono tantissimi registi che riescono a entusiasmarmi, a farmi arrabbiare e a spronarmi nella stessa maniera in cui James Hunt stimolava Niki Lauda.”

L’incontro termina qui, tra gli applausi del pubblico e Howard si alza e sgattaiola via col cappellino in testa, come quel ragazzino di 65 anni che è. Aspettiamo con ansia l’anno prossimo per vedere sulla piattaforma Netflix  il suo film con Amy Adams e Glenn Close, Hillbilly Elegy.

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