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- La recensione

Karen Blixen : Gli uomini se ne vanno quando il loro coraggio viene messo alla prova. Di noi ciò che viene messo alla prova è la pazienza, il saper vivere senza di loro.

La mia Africa
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La mia Africa è un film non originale che prende ispirazione dall’omonimo romanzo autobiografico scritto dalla danese Karen Blixen, pubblicato nel 1937. Nel romanzo, l’autrice racconta le vicende di un gruppo di coloni che arrivano in Kenya con l’inizio del XX secolo. La storia d’amore dei protagonisti era diversa.

La mia Africa (Out of Africa)

Regia: Sydney Pollack; soggetto: dalla biografia Out of Africa e altri scritti di Isak Dinesen (Karen Blixen), Isak Dinesen: The Life of a Storyteller di Judith Thurman, Silence Will Speak di Errol Trzebinski; sceneggiatura: Kurt Luedtke; fotografia (Agfacolor): David Watkin; scenografia: Stephen Grimes; costumi: Milena Canonero; colonna sonora: John Barry; montaggio: Frederic Steinkamp, William Steinkamp, Pembroke Herring, Sheldon Kahn; trucco: Mary Hillman; effetti speciali: David Harris; interpreti: Meryl Streep (Karen), Robert Redford (Denys), Klaus Maria Brandauer (Bror), Michael Kitchen (Berkeley), Malick Bowens (Farah), Joseph Tiaka (Kamante), Stephen Kinyajui (Kinanjui), Michael Gough (Delamere), Suzanna Hamilton (Felicity), Rachel Kempson (Lady Belfield), Graham Crowden (Lord Belfield); produzione: Sydney Pollack e Terence Clegg per Mirage Enterprises; origine: USA – 1985; durata: 160′.

Trama

Kenya, 1913. Karen Dinesen (Streep) abbandonata dal proprio amante, raggiunge il barone Bror Blixen, fratello del traditore di cui è diventata amica, per sposarlo e avviare insieme una fattoria per la produzione di latte in Africa. Giunta sul posto scopre che in realtà il terreno è stato convertito in una piantagione di caffè, inadatta alle condizioni climatiche dell’altopiano. Amministrando la tenuta, tuttavia, Karen trova uno scopo nella vita e si affeziona alla servitù che l’aiuta con dedizione. Bror, che nel frattempo l’ha contagiata con la sifilide, parte spesso da solo per lunghi viaggi (andrà anche in guerra). Karen soffre la solitudine e incontra il cacciatore Denys Finch Hatton, vivendo con lui rischiose avventure nella savana. Bror ritorna, ma è sempre il solito fatuo bellimbusto e Karen lo caccia via. La donna trova l’amore e la sicurezza accanto al virile Denys. Le piacerebbe unirsi a lui stabilmente, soprattutto ora che sulle sue spalle grava l’intera responsabilità della gestione della fattoria. Denys però è un avventuriero, che non vuole legami. Scoppia all’improvviso il dramma: un incendio distrugge tutto il raccolto. A Karen, che credeva di aver raggiunto la tranquillità, non resta che vendere la proprietà per tornare in Danimarca. Prima della partenza, Denys le promette che verrà a sposarla ma l’aereo su cui viaggia precipita. Karen assiste al funerale dell’uomo che ha invano amato e parte. Qualche tempo dopo il suo rientro in Europa, Karen riceve una lettera in cui alcuni amici le dicono che la tomba di Finch Hatton è divenuta un luogo di ritrovo per una coppia di leoni e che il terreno circostante, spianato, è diventato simile a una terrazza, da dove è possibile ammirare tutto il paesaggio dell’altopiano.

Un’avventura letteraria diventa film

Prima che Sidney Pollack decida di imbarcarsi nell’impresa di portare sullo schermo la vita fuori del comune della scrittrice danese Karen Blixen, lo stesso sogno era stato cullato e abbandonato da registi del calibro di David Lean e Orson Welles. L’impulso decisivo viene da una donna italiana, che figura tra i produttori, Anna Cataldi. Il nome potrebbe suonare sconosciuto anche ai cinefili più incalliti: la signora Cataldi, di famiglia benestante e grande viaggiatrice, si imbatte nella storia della scrittrice danese in una spedizione nell’Africa sub-sahariana. Colpita da questa figura di donna forte, per anni cerca l’appoggio degli studios hollywoodiani per produrre il film, acquistando allo scopo, per 2000 dollari, i diritti sul libro di Errol Trzebinski Silence Will Speak, nel quale viene narrata la relazione tra l’autrice e il pilota Denys Finch Hutton. La possibilità di inserire nella sceneggiatura una storia d’amore convince Sydney Pollack, che decide di rischiare in prima persona, come produttore e regista della pellicola. Insieme con l’amico scrittore Kurt Luedtke lavora sul copione, riuscendo nell’intento di ricondurre a unità una serie di aneddoti legati alla tradizione tribale della cultura keniota, nell’arco di due anni di lavoro. Resta da scegliere il cast e qui il regista si dimostra accorto nell’ingaggiare gli accattivanti Robert Redford per il ruolo dell’aitante cacciatore e Meryl Streep nella parte della scrittrice scandinava emigrata in Kenya(quest’ultima studia, ascoltando le registrazioni originali della Blixen, un accento danese che suscita l’ilarità del popolo scandinavo per la sua inverosimiglianza). Pur essendo dal punto di vista fisico molto diversi dai personaggi reali che devono interpretare, la chimica tra i due funziona, così come si rivela perfetto l’antagonista della coppia, il marito fedifrago interpretato dall’austriaco Klaus Maria Brandauer, nominato all’Oscar e vincitore del Golden Globe come attore non protagonista. Il risultato è un film patinato, colto a sufficienza per la cultura radical chic che a metà del decennio domina l’industria cinematografica (il quotidiano Kenya Times solleva uno scandalo, perchè le comparse di colore ricevono uno stipendio più basso dei bianchi, costringendo la produzione a parificare le retribuzioni per evitare il boicottaggio del film), sentimentale ed esotico al punto da risvegliare nei votanti dell’Academy la mai sopita voglia di tenerezza e di sospiri, ricercato nelle scenografie e con costumi così eleganti e rifiniti con maestria dall’italiana Milena Canonero da rilanciare il “safari look” negli USA. La liason tra i protagonisti viene sapientemente modificata, rincorrendo il gusto del pubblico nell’accentuazione dei toni drammatici. Al box office La mia Africa recupera i 30 milioni di dollari investiti, incassandone 80 solo negli Stati Uniti e il 26 marzo 1986 si presenta al Dorothy Chandler Pavilion con 11 nomination, alla pari con Il colore viola, primo film “adulto” dell’ex ragazzo prodigio Steven Spielberg, quell’anno anche produttore del blockbuster  Ritorno al Futuro, capostipite di un franchise che avrà due seguiti.

La mia Africa
Un’immagine tratta dal film: al centro Meryl Streep e Robert Redford.

Il racconto del redattore

Già, Il colore viola. Alla vigilia è uno dei concorrenti più accreditati alla vittoria, nonostante le proteste delle associazioni per i diritti degli afroamericani, che avanzano sospetti di razzismo perchè a loro dire “le persone di colore sono dipinte come esseri brutali”. Dando prova di rara coerenza, dopo la cerimonia di premiazione le stesse associazioni protestano perchè il film non è stato premiato. Quell’anno infatti si consuma la vendetta di Hollywood nei confronti di uno dei suoi talenti più fulgidi: il film stabilisce un record negativo, mandando in fumo tutte le segnalazioni (ne fa le spese soprattutto la protagonista femminile Whoopi Goldberg, esemplare nel rappresentare la voglia di riscatto di una donna maltrattata). Serafico il commento in merito del settantanovenne John Huston: “Credo che Spielberg sia stato già premiato a sufficienza dai buoni incassi del film”. La dichiarazione è tutt’altro che disinteressata, perchè egli stesso è in concorso con L’onore dei Prizzi, brillante commedia nera con il triangolo tra Jack Nicholson, Kathleen Turner e Anjelica Huston (l’unico Oscar vinto dal film è per lei, come attrice non protagonista: l’anziano maestro si toglie la soddisfazione di veder premiata la figlia, 43 anni dopo essere riuscito a far premiare il padre Walter, vincitore anche lui da comprimario di lusso per Il tesoro della Sierra Madre). Gli altri due film che compongono la tradizionale cinquina sono Witness – il testimone, con il detective Harrison Ford che si nasconde in una comunità Amish per proteggere un bambino testimone di un omicidio (due Oscar alla sceneggiatura originale e al montaggio) e Il bacio della donna ragno di Hector Babenco, che descrive la relazione tra un detenuto transessuale e un dissidente politico in una prigione argentina al tempo della dittatura militare, che regala l’Oscar per l’attore protagonista a uno straordinario William Hurt, premiato anche al Festival di Cannes. Cocoon – l’energia dell’universo di Ron Howard riceve due statuette, per l’italoamericano caratterista Don Ameche, vecchietto che balla la breakdance e gli effetti visivi. Un solo premio per il montaggio sonoro a un cult-movie della fantascienza, il già citato Ritorno al futuro. Quanto a Spielberg ,quest’ultimo fa buon viso a cattivo gioco, ma si lascia scappare: “Quando avrò 60 anni Hollywood mi perdonerà, non so per che cosa, ma mi perdoneranno”. Escluso invece dalle nomination principali è il meraviglioso La rosa purpurea del Cairo, capolavoro onirico di Woody Allen. Un prestigioso premio alla carriera insignisce uno dei grandi sconfitti della storia degli Academy Awards, il divo Paul Newman, risarcito con un trofeo globale“per le sue molte memorabili apparizioni sullo schermo e per la sua personale integrità e dedizione al lavoro”. Come vedremo, Newman è più che mai lontano dal ritiro…La miglior attrice protagonista, che centra il bersaglio alla settima nomination, è a sorpresa la settantenne Geraldine Page: è talmente sicura d i perdere da essersi tolta le scarpe che si affanna a cercare sotto la poltrona del teatro, prima di salire sul palco. Il film è lo stroncatissimo e oggi dimenticato In viaggio verso Bountiful, nel quale la Page è un’anziana signora che parte per andare a morire nel suo paese d’origine. Poi c’è spazio solo per il trionfo di La mia Africa, vincitore di 3 Golden Globe pochi mesi prima: 7 Oscar per il miglior film, la regia, la sceneggiatura non originale, la fotografia, le scene, il suono e la colonna sonora. Pollack è felice ma imbarazzato e, prima di andare sul palco a ritirare l’alloro per al regia, si ferma a stringere la mano allo sconfitto Spielberg (pochi mesi dopo il sindacato dei registi lo consolerà nominandolo miglior regista dell’anno).

Il nostro voto

In conclusione su

“La mia Africa” è un’impresa farraginosa e affascinante che racconta una storia drammatica vecchio stile, fotografata come un documentario del National Geographic. Una biografia superficiale da cui si esce sapendo ben poco della Blixen e dei luoghi in cui visse. L’andamento languido e contemplativo riesce ad attirare  lo spettatore nell’intensità di un viaggio spirituale, puntando sul carisma dei protagonisti e sui suggestivi paesaggi del Kenya, allora poco conosciuti.

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