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Un suggestivo road movie che è soprattutto il confronto tra due fratelli che non potranno mai conoscersi e, insieme, tra due uomini che imparano a volersi bene contro ogni previsione

Rain Man - L'uomo della pioggia
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Un uomo egoista scopre che l’eredità del padre è andata tutta in favore a un fratello di cui non conosceva l’esistenza e che è autistico. Lo rapisce e i due partono insieme per un viaggio che farà riscoprire loro l’affetto familiare.

Rain Man – L’uomo della pioggia (Rain Man)

Regia: Barry Levinson; soggetto: Barry Morrow; sceneggiatura: Ronald Bass, Barry Morrow; fotografia (colore): John Scale; scenografia: Ida Random,; costumi: Bernie Pollack; colonna sonora: Hans Zimmer; montaggio: Stu Linder; interpreti: Dustin Hoffman (Raymond Babbit), Tom Cruise (Charlie Babbit), Valeria Golino (Susanna), Jerry Molen (dott. Bruner), Jack Murdoch (John Mooney), Michael D. Roberts (Vern), Ralph Seymour (Lenny), Lucinda Jenney (Iris), Bonnie Hunt (Sally Dibbs), Kim Robillard (il medico della cittadina), Beth Grant (madre nella fattoria); produzione: Mark Johnson per Guber-Peters Co. Productions – United Artists; origine: USA – 1988; durata: 130′.

Trama

Los Angeles, sul finire degli anni’80. Charlie Babbit (Cruise), giovane e rampante venditore d’auto, apprende della morte del ricco padre, col quale aveva da anni interrotto i rapporti. Scopre tuttavia che l’eredità paterna è stata destinata a un fratello che non sapeva di avere, Raymond (Hoffman), ricoverato in una clinica in quanto affetto da disturbi dello spettro autistico. Ritenendosi defraudato di quanto gli spetta e indebitato fino al collo, Charlie decide di sequestrare Raymond, sperando in questo modo di convincere il suo medico curante, al quale è stata affidata la gestione in favore del suo paziente di un fondo fiduciario di 3 milioni di dollari, a dargli in cambio la metà della somma. Al rifiuto dell’uomo, Charlie decide di portare Raymond a Los Angeles. La fidanzata Susanna (Golino), disgustata dal cinismo e dall’insensibilità di Charlie lo abbandona e così i due fratelli proseguono il loro viaggio, in auto a causa della paura che Raymond ha degli aerei. A poco a poco, Charlie recupera alcuni ricordi d’infanzia nei quali quello che lui riteneva un amico immaginario, gli cantava delle canzoncine: si trattava in realtà di Raymond il cui nome, non riuscendo a pronunciare a causa della tenera età, il piccolo storpiava in Rain Man. I genitori avevano deciso di separarli per il bene di Charlie, temendo che in uno dei suoi scatti Raymond potesse fargli del male. Giorno dopo giorno, Charlie impara a conoscere il fratello cui inizia ad affezionarsi. Accortosi dell’incredibile talento matematico di cui egli è dotato, i due si fermano a Las Vegas, per tentare la fortuna al tavolo verde; Charlie insegna a Raymond come contare le carte e,grazie a questo espediente, i due vincono migliaia di dollari al tavolo del Blackjack. Ormai i due hanno sviluppato un bel rapporto e Susanna, la quale si accorge di come occuparsi del fratello stia curando l’egoismo di Charlie, si riconcilia con lui. Inizia a pensare di chiedere ufficialmente la sua tutela, ma un incidente con l’allarme antincendio scatena una crisi di panico che Charlie si accorge di non poter gestire da solo. Decide allora, per il suo bene, di riportarlo alla clinica. Il medico sarebbe pronto a versargli 250.000 dollari in cambio, ma Charlie rifiuta e promette a Raymond che andrà a trovarlo di frequente.

Rain Man - L'uomo della pioggia
Raymond e Charlie sbancano Las Vegas.

Hollywood scopre l’autismo grazie un protagonista d’eccezione

Il progetto del film prende vista grazie a Dustin Hoffman. L’attore, dopo aver vinto il suo primo Oscar con Kramer contro Kramer,  è a caccia di un ruolo che gli consenta di concorrere con successo per la seconda statuetta: inizialmente scelto dalla produzione per la parte di Charlie è proprio lui a convincere la United Artists ad affidargli il delicato ruolo di Raymond. Hoffman studia la parte con la dedizione e l’applicazione per cui è celebre. Frequenta le cliniche psichiatriche e persuade perfino il divo emergente Tom Cruise ad accompagnarlo a giocare a bowling con un ragazzo autistico e suo fratello. Regista del film dovrebbe essere Steven Spielberg, il quale rifiuta per dirigere Indiana Jones e l’ultima crociata, terza avventura del brillante archeologo interpretato da Harrison Ford. Vengono proposti Martin Brest e Sydney Pollack per dirigere la storia: quest’ultimo soprattutto vorrebbe sviluppare la vicenda tutta in interni. Hoffman è esitante, il copione preparato da Ronald Bass e Barry Morrow sarebbe molto più efficace e movimentato se il film si svolgesse on the road. Un giorno, mentre è al circo con la sua famiglia, l’attore si imbatte per caso in Barry Levinson e tra i due scatta un feeling immediato. Costui è un direttore d’orchestra che ha sempre lasciato molto spazio alle star dei suoi film, mettendosi al loro servizio e assecondandone l’estro creativo, a partire da Il migliore con Robert Redford fino a Good Morning Vietnam, per il quale uno scatenato Robin Williams ha sfiorato l’Oscar da protagonista, perso per un soffio l’anno precedente. Con un budget di 25 milioni di dollari partono le riprese e il film è pronto per uscire prima del Natale 1988. Il successo è subito strepitoso e le critiche positive si sprecano: a colpire è soprattutto la performance di Hoffman, vero mattatore della pellicola, coadiuvato da un convincente Tom Cruise e dall’italiana Valeria Golino, la cui interpretazione ricorda quella di Mary Elizabeth Mastrantonio ne Il colore dei Soldi. La corsa del film terminerà col fenomenale incasso di 350 milioni di dollari. Il 28 gennaio Rain Man – L’uomo della pioggia vince due Golden Globe, che vanno al miglior film drammatico e al miglior attore protagonista. Alla cerimonia di consegna dei premi Oscar con 8 candidature, il film di Levinson si presenta per recitare la parte del leone.

Il racconto del redattore

I manifestanti quell’anno tuonano contro Martin Scorsese che ha l’ardire di misurarsi con i fondamentalisti cristiani girando L’ultima tentazione di Cristo: Willem Dafoe ritrae un Gesù che abbraccia controvoglia la sua croce mentre vorrebbe sposare la Maddalena  e scatena più di una polemica,tanto che il regista fatica a completare il film (il ministro della cultura francese offre tre milioni come contributo, ma viene costretto a fare marcia indietro dall’arcivescovo di Parigi); perfino Madre Teresa di Calcutta invita a pregare perchè la pellicola non veda mai la luce e alla Universal vengono offerti 10 milioni di dollari per distruggere tutte le copie dell’opera. L’Academy saluta il lavoro sincero e sofferto del maestro italo-americano regalandogli una segnalazione per la miglior regia e passa oltre. L’avversario più ostico per Rain Man – L’uomo della pioggia potrebbe essere Le relazioni pericolose dell’inglese Stephen Frears, spietato gioco di società in costume con la perfida Marchesa Glenn Close che complotta con il nobile Valmont (Malkovich) per insidiare la virtù di una sua rivale in amore: vince per la sceneggiatura non originale, la scenografia e i costumi. Sfugge l’alloro di protagonista femminile, che vede la vittoria della venticinquenne Jodie Foster. La giovane attrice s’impone per la parte di una ragazza vittima di uno stupro di gruppo. Ispirato ad una storia vera, intrisa di razzismo e corruzione è il vigoroso Mississippi Burning di Alan Parker. Chiudono l’elenco Turista per Caso di Lawrence Kasdan (la statuaria Geena Davis conquista la statuetta da non protagonista) e Una donna in carriera, commedia del maestro Mike Nichols con timide pretese di satira sociale: una giovane segretaria con fiuto per gli affari fa le scarpe alla sua odiosa principale che la tiranneggia, soffiandole anche il fidanzato (con generosità eccessiva qualche critico parla di un’ Eva contro Eva al contrario). Protagonista è la figlia d’arte Melanie Grifffith (la madre Tippi Hedren è stata una delle muse di Alfred Hitchcock), sulle pagine dei giornali in quel momento per essersi disintossicata dall’alcool dal quale era dipendente. Working Girl vince l’Oscar per la canzone di Carly Simon Let the River Run che diventa un classico della musica anni’80. Ottiene la doppia nomination l’odiosa Sigourney Weaver, candidata anche come protagonista per Gorilla nella Nebbia, tratto dall’autobiografia della ricercatrice Diane Fossey, studiosa dei primati nel Congo Belga e uccisa dai bracconieri. Caso unico fino a quel momento, la duplice nomination non porta alcun premio. Nulla raccoglie nemmeno lo sfortunato Tucker di Francis Coppola, le cui tre segnalazioni vanno a vuoto. Và meglio a una delle commedie più frizzanti del decennio, Un pesce di nome Wanda che ignora tanti attori britannici, portando invece la statuetta di non protagonista all’americano Kevin Kline. Tra i film stranieri l’Academy ha la fortuna di trovarsi tra le mani un capolavoro scintillante del madrileno Pedro Almodòvar: Donne sull’orlo di una crisi di nervi, ma sceglie di gratificare l’inerte Pelle alla conquista del mondo che batte bandiera danese. Il regista spagnolo dovrà aspettare il 1999 per cantar vittoria grazie all’ispirato Tutto su mia madre. Rain Man vince 4 Oscar per il film, la regia, la sceneggiatura e lo straordinario attore protagonista (in alto il filmato della premiazione): il viaggio come metafora della complesso percorso interiore che devono fare prima di poter riuscire a conoscersi a fondo i due fratelli è meritevole d’attenzione e apre una finestra sul problema dell’autismo e sulla straordinaria sensibilità necessaria per accudire coloro che ne soffrono. Se per Raymond il rapporto con Charlie rappresenta un’opportunità di apertura verso il mondo da parte di un soggetto chiuso nel suo universo personale, per quest’ultimo, egoista,disilluso e inaridito dalla sua fame di successo, il viaggio è altrettanto importante rappresentando un’occasione di aprirsi ai sentimenti e riuscire finalmente a cambiare in meglio la propria esistenza

Il nostro voto

Dustin Hofffman è monumentale, assistito da un regista disponibile che lascia spazio anche alla’improvvisazione. Criuse gli tiene testa e non sfigura, in un film che per primo affronta il tema dell’autismo,pur raccontandolo in modo effettistico, funzionale alla fiction cinematografica.

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Dustin Hofffman è monumentale, assistito da un regista disponibile che lascia spazio anche alla’improvvisazione. Criuse gli tiene testa e non sfigura, in un film che per primo affronta il tema dell’autismo,pur raccontandolo in modo effettistico, funzionale alla fiction cinematografica.

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