Una guida della mostra del Museo della Grafica di Pisa, a Palazzo Lanfranchi, che resterà aperta dal 7 aprile al 1 settembre 2019: fotografie e contenuti speciali provenienti dagli archivi della Universal Pictures

La mostra curata da Gianni Canova, di cui ti ho già parlato qualche giorno fa, non ha la pretesa di comprendere l’intero sterminato corpus hitchcockiano, ma si sofferma su quattro film storici: La finestra sul cortile, del 1954, La donna che visse due volte, ossia Vertigo, del 1958, Psyco, del 1960, e Gli Uccelli, del 1963. Questi quattro titoli sono corredati, nella sala apposita, da video nei quali Gianni Canova approfondisce gli aspetti salienti tenici e spettacolari dei film. Oltre a questi, il materiale fotografico documenta anche altri film celebri: Sabotatori (1942), L’ombra del dubbio (1943), Nodo alla gola (1948), La congiura degli innocenti (1955), L’uomo che sapeva troppo (1956), Marnie (1964), Il sipario strappato (1966), Topaz (1969), Frenzy (1972) e Complotto di famiglia (1976). Ci sono altri due filmati: uno con gli spezzoni di film dell’orrore, successivi a quelli di Hitchcock, dove si rendono evidenti omaggi ai film del Maestro inglese, e, infine, il gustosissimo filmato che raccoglie alcuni dei molti camei che il regista ha inserito nei suoi film; più o meno il corrispondente dei camei di Stan Lee nei film della Marvel.

Va detto che il materiale esposto non è particolarmente ricco, ma ha il suo fascino. Di fatto sono foto che documentano alcuni momenti della lavorazione, sul set o durante le pause. Forse un po’ più di spazio avrebbero meritato i filmati, che si limitano solo a quelli che che abbiamo già segnalato. Il filmato sulle pellicole ispirate dal lavoro di Hitchcock, di circa 14 minuti, è particolarmente interessante. L’opera maggiormente citata è, senza il minimo dubbio, Gli uccelli; in particolare sono incredibilmente numerose e precise le citazioni dal capolavoro del brivido ne Lo Squalo di Spielberg, ma in tutti i film dove è la natura a diventare aggressiva e terrificante l’archetipo è proprio Gli Uccelli.

Una cosa che ci sentiamo di raccomandare senz’altro è il catalogo della mostra. Oltre alle foto esposte, ci sono numerosi interventi critici che fanno pensare immediatamente a Joyce. Nel senso che, come si sono sbizzarriti a proporre le congetture più stravaganti sull’opera dello scrittore irlandese, così si riesce a dire di tutto sui film di Hitchcock. A essere scomodata, praticamente in ogni articolo, è la psicoanalisi; d’altronde, per un regista nato lo stesso anno della pubblicazione dell’Interpretazione dei sogni di Freud, era il minimo che ci si potesse aspettare. Effettivamente, l’orrore, nei film di Hitchcock, non è lo stesso dei film di Dario Argento, dove, in pratica, ti fanno “Bu!” all’improvviso o degli splatter che, più che paura, fanno schifo; l’orrore in Hitchcock nasce da un senso diffuso di Unheimliche – e scomodiamo di nuovo Freud – tradotto “perturbante”, termine che non rende bene il significato della parola tedesca. Il freudomarxista Francesco Orlando, preferiva il termine “sinistro”, ma unheimliche non è nemmeno quello dato che, come lo definisce lo stesso Freud: “Il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare”. Insomma, quel senso di paura che ci prende quando qualcosa ci sembra, allo stesso tempo, sia familiare che estraneo. Io proporrei il termine “straniante”. Per vedere di comprendere questo ingarbugliatissimo discorso, forse è meglio leggere l’articolo di Giorgio Gosetti, “Hitch e la bestia. Ovvero come Sir Alfred aveva paura dell’animale che è in noi”, del citato catalogo, uno dei più joyciani fra gli articoli.

Altro articolo molto interessante è quello di Piera Detassis, “La bionda, un delitto perfetto”, sulle bionde nei film di Hitch, dove si torna sul senso di straniamento che nasce dall’aspetto algido mescolato alla sensualità delle protagoniste hitchcockiane, per una delle quali, Grace Kelly, Hitchcock creò il bellissimo ossimoro di “Ghiaccio Bollente”, proprio per sottolineare la sua palese sensualità, contrapposta al suo glaciale aspetto nordico. Effettivamente, tutte le protagoniste dei suoi film sono immancabilmente bionde. Solo in Marnie la biondissisma Tippy Hedren ha i capelli scuri, ma basta uno shampoo per accorgersi che è solo una tintura.

Molto convincente è anche “Hitchcock e la persistenza degli oggetti”, di Antonio Costa, che fa notare come, se pure si possono dimenticare intere scene, nei film di Hitchcock gli oggetti rimangano indelebili nella memoria. La cosa non era sfuggita neppure a Rohmer e Chabrol, né a Truffaut che, come pure Godard, erano ferventi ammiratori del regista inglese.

Completano gli articoli “Hitchcock, la camera da letto e il fascino del nulla” di Gianni Canova, “Cibo e impostura: Hitchcock e l’arte di mangiare come dissimulazione” di Stefano Locati, “Appunti sul colore nel cinema di Hitchcock” di Elena Gipponi, “Hitchcock e l’arte” di Leonardo Capano, dove si mettono in relazione i primi piani di Hitch coi ritratti, soprattutto, preraffaelliti, e “Un rapporto complesso: Hitchcock e la Universal Pictures”. Infine gli articoli di Gianni Canova sui singoli film. Come il critico riesca, in una quarantina di righe, a sviscerare ogni film è un mistero; beato lui che ci riesce.

Quindi, un’impressione senz’altro positiva. Biglietto intero 9 €, ridotto 7 €, aperto da lunedì a domenica dalle 9 alle 20. Non perdertela e buon divertimento!

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