Anche all’Academy i matti non mancano: cinque Oscar in manicomio

Qualcuno volò sul nido del cuculo (One flew on the Cuckoo’s nest)

Regia: Miloš Forman; soggetto: dal romanzo omonimo di Ken Kesey (1962); sceneggiatura: Lawrence Hauben, Bo Goldman; fotografia (Technicolor, De Luxe Color): Haskell Wexler; fotografia aggiuntiva: William A. Fraker, Bill Butler; scenografia: Paul Sylbert; costumi: Agnes Rodgers; colonna sonora: Jack Nitzsche, Ed Bogas; montaggio: Richard Chew, Linzee Kilgman, Sheldon Kahn; interpreti: Jack Nicholson (R.P. McMurphy), Louise Fletcher (Miss Ratched), Brad Dourif (Billy Bibbit), William Redfield (Harding), Dean R. Brooks (dr. Spivey), Scatman Crothers (Turkle), Danny De Vito (Martini), William Duell (Sefelt), Josip Elic (Bancini), Nathan George (Washington), Sidney Lassick (Ches-wick), Christopher Lloyd (Taber), Will Sampson (“grande capo” Bromden, l’indiano), Michael Berryman (Ellis), Peter Brocco (col. Matterson); produzione: Saul Zaenz e Michael Douglas per Fantasy Films, distribuito da United Artists; origine: USA – 1975; durata: 134′

Trama

Salem, Oregon. Il trentottenne McMurphy (Nicholson), criminale di mezza tacca,si fa ricoverare in un istituto per la cura delle malattie mentali: meglio lì che essere costretto a lavorare per riabilitarsi. Nel manicomio tutto funziona grazie alla ferrea disciplina imposta dalla capo infermiera Miss Ratched(Fletcher), che controlla i ricoverati ed è da loro temuta e rispettata. McMurphy non è tipo da sottostare all’autorità e diffonde allegramente il seme dell’anarchia. Organizza una gita clandestina, che si trasforma in una battuta di pesca,per i suoi compagni reclusi e diventa amico di un gigantesco pellerossa, che si finge sordomuto. Al ritorno, Miss Ratched, inflessibile, lo punisce facendolo sottoporre all’elettroshock. Egli però non si piega e pensa al suo timido compagno Billy, ancora vergine: gli procura una compagnia femminile a pagamento, introducendo di nascosto alcune ragazze nell’istituto per fare baldoria. Interviene ancora una volta Miss Ratched, che tanto tormenta psicologicamente il povero Billy, colpevolizzandolo, da spingerlo a suicidarsi. McMurphy, furioso, perde il controllo e tenta di strangolare la spietata aguzzina. Viene fermato e condannato alla lobotomia, ormai è ridotto ad una larva. Il gigante indiano ha pietà di lui e lo soffoca prima di evadere, sfondando una vetrata per fuggire da quel luogo maledetto.

Qualcuno volò sul nido del cuculo
Jack Nicholson e Miloš Forman durante le riprese di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”

Dall’istituto psichiatrico alla gloria dell’Oscar

Il romanzo dell’ex infermiere e futuro apologeta dell’LSD Ken Kesey è un caso letterario nel 1962, tanto da diventare una riduzione teatrale a Broadway, che ha scarso successo nonostante sia interpretata da Kirk Douglas. L’attore è convinto che quella storia di follia, sgradevole e deprimente, abbia del potenziale e ne acquista i diritti, con l’idea di farne un film, ma a Hollywood tutti girano al largo. Dopo 10 anni, Douglas padre getta la spugna, raccolta dal figlio Michael, giovane produttore di belle speranze e attore televisivo. Quest’ultimo,tenendosi lontano dagli studios, riesce a raccogliere 3 milioni di dollari. Un terzo del budget è speso per la star del film, Jack Nicholson, già nominato 4 volte all’Oscar e reduce da Professione Reporter di Antonioni. Come regista, Douglas sceglie un esule cecoslovacco, Miloš Forman, dimostrando buon fiuto. La protagonista femminile viene adocchiata dal regista in Gang di Robert Altman: la donna che tradisce i banditi, Louise Fletcher, è perfetta per la parte. La troupe si trasferisce in Oregon dove gira nel manicomio statale, per tre mesi. All’uscita del film il responso della critica è caloroso, soprattutto per i due protagonisti. Il film conquista 6 Golden Globe (film drammatico, attore e attrice protagonista in un film drammatico,regia,sceneggiatura e miglior attore debuttante a Brad Dourif per il ruolo di Billy Bibbit) e si presenta alla serata degli Oscar forte di 9 candidature.

Il commento del redattore

La cinquina dei film finalisti è eterogenea: oltre al film di Forman ci sono Nashville di Robert Altman, sulfurea e satirica opera corale che mette alla berlina tutto e tutti e non fa mistero dei suoi eccessi: le riprese sono condite da festini a base di alcol e droga con cui la stampa va a nozze. Alla fine le 5 nomination si trasformano in una statuetta alla canzone di Keith Carradine I’m easy. Va meglio a Barry Lyndon di Stanley Kubrick che viene premiato per il suo splendore formale con 4 Oscar (fotografia,scene,costumi,colonna sonora non originale), ma snobbato dal pubblico e al campione d’incassi di tutti i tempi: Lo squalo di Steven Spielberg (3 Oscar tecnici a suono, montaggio e colonna sonora) supera il record del Padrino. Il ventisettenne regista prende male l’esclusione dalla cinquina dei registi, ma la sua leggenda parte da qui. Resta al palo anche Quel pomeriggio di un giorno da cani che vince per la sceneggiatura originale e candida per la quarta volta consecutiva, senza successo, un esuberante Al Pacino, in grado di trasfigurare il balordo che interpreta in un eroe tragico. Qualcuno volò sul nido del cuculo ripete l’impresa di Accadde una notte e vince i 5 Oscar principali: (film,regia,sceneggiatura,attore e attrice protagonista). Jack Nicholson fa centro alla quinta nomination e Louise Fletcher commuove la platea,rivolgendosi ai genitori, entrambi sordi, nel linguaggio dei segni e ringraziandoli dal palco per averla amata e sostenuta (in alto il filmato della premiazione). Opera coraggiosa, sgradevole e politicamente scorretta quanto basta, con un protagonista anti-eroico che tuttavia suscita simpatia, rappresentando la ribellione anarchica dell’individuo, in conflitto con la rigida e crudele Miss Ratched, simbolo della spietata repressione del potere (negli ultimi giorni è uscita la notizia che il colosso dello streaming Netflix produrrà una serie tv interamente basata sul personaggio, impersonato da Sarah Paulson, intitolata appunto Ratched). La clamorosa fuga finale del gigante indiano spezza la catena dell’oppressione e rivela il senso del film, che il regista trae dalla propria personale esperienza vissuta sotto il regime sovietico: gli uomini liberi hanno il dovere di ribellarsi alla schiavitù, con ogni mezzo a disposizione.

Voto: 7,5 su 10

 

 

 

 

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