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- La recensione

Clint Eastwood realizza il suo capolavoro e torna a vincere, dopo dodici anni, l'Oscar per il miglior film con "Million Dollar Baby"

Million Dollar Baby
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Frankie Dunn è un vecchio allenatore di pugili che possiede una palestra, ma ormai ha perso ogni slancio verso il suo lavoro. Con lui collabora Scrap, un ex pugile altrettanto disilluso. La vita dei due viene travolta dall’arrivo di Maggie, una donna non più giovanissima che però è ben decisa a diventare una pugilessa professionista. Dopo le iniziali difficoltà, Frankie inizia ad allenarla e anche a farla giocare contro altre pugilesse, e Maggie dimostra una grinta e una forza inaspettate. Frankie si affeziona a lei come alla figlia che non vede da anni. Infine, le organizza un incontro con la campionessa del mondo dei pesi Welter. Ma durante l’incontro qualcosa cambierà per sempre la vita di tutti loro. Frankie chiama Maggie con un nomignolo gaelico, Mo Cuishle. Solo alla fine le rivelerà il significato.

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Million Dollar Baby (Id.)

Regia: Clint Eastwood; soggetto: F.X. Toole (racconto della raccolta Rope Burns); sceneggiatura: Paul Haggis; fotografia: Tom Stern; scenografia: Henry Bumstead; colonna sonora: Clint Eastwood; montaggio: Joel Cox; effetti speciali: Steve Riley; interpreti: Clint Eastwood (Frankie Dunn), Hilary Swank (Margaret “Maggie” Fitzgerald), Morgan Freeman (Eddie “Scrap-Iron” Dupris), Jay Baruchel (Danger Barch), Mike Colter (Big Willie Little), Lucia Rijker (Billie “The Blue Bear”), Brían F. O’Byrne (padre Horvak), Anthony Mackie (Shawrelle Berry),  Margo Martindale (Earline Fitzgerald), Riki Lindhome (Mardell Fitzgerald), Michael Peña (Omar), Benito Martinez (manager di Billie), Bruce MacVittie (Mickey Mack), Marcus Chait (J.D. Fitzgerald), Jude Ciccolella (Hogan); produzione: Clint Eastwood, Albert S. Ruddy, Tom Rosenberg, Paul Haggis per Warner Bros Pictures/Malpaso Production/Lakeshore Entertainment; origine: USA – 2004; durata: 132′.

Trama

Los Angeles, non molto tempo fa. Frankie Dunn (Eastwood) è proprietario di una scalcinata palestra, alla periferia della città degli Angeli, lontano dalle luci di Hollywood: qui insegna pugilato, offrendo ai giovani un’alternativa alla strada. Allena personalmente il suo uomo di punta, Big Willie, di cui intuisce il talento: il ragazzo è ambizioso, ha una famiglia da mantenere e, proprio quando Frankie si decide a organizzargli un incontro per il titolo dei pesi welter, lo abbandona. Intanto si iscrive alla palestra Maggie Fitzgerald (Swank): a quasi trentadue anni è una pugilessa dilettante, convinta che solo sotto la guida di Frankie potrà avere l’occasione di diventare una campionessa, riscattando così un passato di povertà e stenti. Il rifiuto dell’uomo è netto: lui non allena ragazze e poi Maggie è troppo vecchia. Dietro l’insistenza di Eddie (Freeman) – oggi inserviente mezzo cieco, una volta pugile, allenato da Frankie a fine carriera – si lascia convincere ad accettarla come allieva. Sono mesi durissimi, nei quali Maggie s’impegna con tutta se stessa come mai ha fatto, sopravvivendo grazie agli spiccioli che guadagna come cameriera e rubando gli avanzi che i clienti lasciano nel piatto. Il talento di Maggie si rivela ben presto: strapazza le avversarie una dopo l’altra, nonostante Frankie le consigli di non eccedere, a beneficio del pubblico che paga per lo spettacolo. Pur di combinare incontri per lei, il burbero coach ci rimette di tasca propria, fino a correre il rischio di passarla di categoria. La porta in Europa dove, col soprannome scelto per lei da Frankie (“Mo Cuishle”), miete successi riuscendo a diventare professionista. Con i suoi risparmi compra una casa alla propria famiglia, dalla quale è disprezzata per la vita che ha scelto. Finalmente arriva la grande occasione:il match da un milione di dollari per il titolo, contro la temibile e scorretta Billie “Blue Bear”. L’incontro è cruento ma ancora una volta Maggie, grazie anche ai consigli strategici di Frankie, sembra avere la meglio. Al suono della campanella, si volta sorridente verso il suo allenatore quando l’avversaria la colpisce a tradimento, alle spalle dell’arbitro: Maggie crolla a terra, battendo la testa sullo sgabello, dove i pugili riposano tra una ripresa e l’altra. Buio. In ospedale la diagnosi è terribile: la lesione subita è gravissima e la paralisi dal collo in giù irreversibile. Frankie le fa visita tutti i giorni, legge per lei, esegue di persona le spugnature. Riesce a farla trasferire in un centro di riabilitazione, ma Maggie non migliora. Vengono a trovarla i suoi parenti, con l’unico intento di spillarle quattrini: Maggie finalmente li caccia via. Non può cambiare posizione, le piaghe da decubito si infettano e i medici sono costretti ad amputarle una gamba. Una notte chiede a Frankie, che ormai la ama come una figlia, di darle la morte: è in pace con se stessa, ha avuto la sua grande occasione e tifosi l’hanno acclamata: vuole morire con dignità, mentre è ancora un essere umano, mentre i ricordi sono ancora vivi nella sua memoria. Inorridito, il suo vecchio mentore si rifiuta di ucciderla, ma la notte successiva viene svegliato da una telefonata: Maggie ha tentato il suicidio. Nulla può alleviare il tormento interiore che lo dilania, nemmeno la religione o le parole del suo vecchio amico Eddie, che pure va a trovare la ragazza. Infine si arrende e acconsente alla sua richiesta.  Prima che ella si addormenti per sempre le rivela il significato in gaelico del suo soprannome: “Mio tesoro, mio sangue” e le dà un dolce bacio sulla guancia. In una lettera, Eddie racconta alla figlia di Frankie, con la quale l’uomo aveva tentato invano di riallacciare i rapporti, la storia.

Una storia vera?

Albert S. Ruddy è un grande produttore, ma nonostante la sua fama impiega quattro anni per trovare qualcuno interessato ad una storia così pessimista e struggente: Clint Eastwood, un cineasta che non si è mai tirato indietro davanti alla prospettiva di portare sullo schermo vicende terribili. Il racconto di F.X. Toole è il punto di partenza per la sceneggiatura di Paul Haggis. Che sia frutto d’invenzione o ispirato ad una storia vera (Maggie Fitzgerald sarebbe in realtà Katie Dallam, ex pugilessa che, durante un match, si ruppe il naso e dopo una serie di colpi alla testa cadde in coma, rischiando una paralisi che solo dopo molti anni e una lunga riabilitazione è regredita), il materiale si presta allo sviluppo di tematiche care al regista, che cura personalmente anche la colonna sonora. La famiglia, l’amore, la morte sono topoi ricorrenti nella carriera dietro la macchina da presa di questo autore, che ancora oggi ci impressiona con film di onestà e crudezza uniche, nel panorama cinematografico odierno (se non avete visto il recente Richard Jewell, vi consiglio di recuperarlo). Qui è al suo massimo, assistito da un cast d’eccezione: Morgan Freeman e Hilary Swank formano con lui un terzetto di interpreti semplicemente perfetto, nonostante il ruolo di Maggie fosse stato, in un primo momento, offerto a Sandra Bullock. La fortuna ha voluto che ella rifiutasse: non me ne vogliano i fan della bellissima Sandra, ma Hilary Swank per girare il film si è sottoposta a un tour de force fisico e psicologico da primato, paragonabile a quello affrontato da Robert De Niro per Toro Scatenato di Martin Scorsese: un allenamento che le ha permesso, in dodici settimane, di metter su dieci chili di muscoli e prendere lezioni di boxe da quella che nella finzione sarebbe stata la sua ultima avversaria, una vera campionessa della nobile arte. A tempo di record, la pellicola viene ultimata, in soli trentasette giorni di riprese. Il risultato commuove ed esalta ottenendo anche un incasso al botteghino di tutto rispetto (costato meno di 30 milioni di dollari, il film in patria sfonda il muro dei 100 milioni) anche se ai Golden Globe, il 16 gennaio 2005, la stampa estera incorona The Aviator di Scorsese come miglior film drammatico, pur conferendo ad Eastwood il premio di miglior regista e alla Swank quello per la migliore attrice in un film drammatico. Alla notte delle stelle Million Dollar Baby si presenta con sette candidature, contro le undici di The Aviator, favorito della vigilia.

Il racconto del redattore

Per riassumere la serata basterebbe guardare il filmato qui sopra (è quello che puoi trovare sul canale youtube ufficiale dell’Academy decicato agli Oscar, al link: https://www.youtube.com/channel/UCb-vZWBeWA5Q2818JmmJiqQ) ma andiamo con ordine. The Aviator, maestosa biografia dell’eccentrico milionario Howard Hughes, impersonato da un Leonardo DiCaprio mai così convincente prima d’ora, conquista cinque premi: per l’attrice non protagonista Cate Blanchett, la fotografia, la scenografia degli italiani Dante Ferretti e Francesca LoSchiavo, i costumi e il montaggio. Sfugge la statuetta per il vulcanico protagonista, cui viene preferito Jamie Foxx, straordinario interprete del musicista Ray Charles nella biografia Ray. Trova posto tra i finalisti Sideways – In viaggio con Jack di Alexander Payne: successo a sorpresa che vince per la sceneggiatura non originale adattata dal regista e Jim Taylor e ha altre cinque nomination, tra le quali quella a Virginia Madsen e al protagonista Thomas Haden Church (nel film recita anche Sandra Oh, che aveva una relazione col regista e l’anno dopo avrebbe esordito come Cristina Yang in Grey’s Anatomy).  A completare in quintetto Neverland – Un sogno per la vita che ha come protagonisti Johnny Depp (nella parte di J.M. Barrie) e Kate Winslet e narra la genesi di Peter Pan: un Oscar alla colonna sonora è il bottino che riscuote. La scena è tutta per Million Dollar Baby che trionfa su un ingrugnito Scorsese: il suo è il film più premiato, ma gli Oscar “pesanti” per il film e la regia vanno a Clint Eastwood.

Il nostro voto

In conclusione su

Girato da Clint Eastwood e scritto da Paul Haggis, tratto da Rope Burns: Stories from the Corner di F.X. Toole. Non è un film sull’eutanasia. Non è nemmeno un film sulla boxe (“sport contro natura” dice la voce narrante di Eddie). Nella sua complessa struttura di simmetrie, antinomie e ambiguità, è un film tragicamente spietato sul dolore, sull’amore, l’amicizia, la dignità in un mondo di perdenti. C’è in questo film, così trasparente e laconico, sincero e struggente, un pessimismo senza scampo, una struggente riflessione sul tempo e la morte. 4 meritatissimi premi Oscar: film, regia, attrice (Swank), attore non protagonista (Freeman).

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Girato da Clint Eastwood e scritto da Paul Haggis, tratto da Rope Burns: Stories from the Corner di F.X. Toole. Non è un film sull’eutanasia. Non è nemmeno un film sulla boxe (“sport contro natura” dice la voce narrante di Eddie). Nella sua complessa struttura di simmetrie, antinomie e ambiguità, è un film tragicamente spietato sul dolore, sull’amore, l’amicizia, la dignità in un mondo di perdenti. C’è in questo film, così trasparente e laconico, sincero e struggente, un pessimismo senza scampo, una struggente riflessione sul tempo e la morte. 4 meritatissimi premi Oscar: film, regia, attrice (Swank), attore non protagonista (Freeman).

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