Walter Veltroni alla sua prima prova come regista con C‘è tempo, una favola in giro per l’Italia che il regista definisce “La rivoluzione della speranza per far uscire l’Italia dal buio

L’ex sindaco di Roma, ex segretario dei Democratici di Sinistra e primo ex segretario del Partito Democratico, ex direttore dell’Unità, ex vice presidente del consiglio, saggista, romanziere, documentarista, ora diventa anche regista.

Quando fu direttore dell’Unità, il quotidiano incrementò, per la prima volta, le vendite. Veltroni, per primo, ebbe l’idea di allegare alla pubblicazione libri e videocassette e ideò “L’Unità due”, il secondo dorso del giornale, che si occupava in maniera intelligente e approfondita di cultura e società. Altra freccia all’arco di Veltroni è che ha abbandonato definitivamente la politica, molto più dignitosamente di altri, che vi rimangono aggrappati con le unghie, nonostante i clamorosi fallimenti.

Veltroni è un moderato, ma un moderato intelligente; infatti, nel presentare il suo film, parla anche della manifestazione antirazzista di Milano del 2 marzo, dell’uso cattivo e violento dei social, della necessità di speranza in tempi bui come questi.

C’è tempo, che ha come protagonista Stefano Fresi, ce lo facciamo raccontare da lui: “L’idea era di far viaggiare i due protagonisti in una macchina, che è quella vera di Stefano Fresi. I due protagonisti sono il bimbo Giovanni Fuoco, una creatura sola e costretta dalla solitudine a essere più grande della sua età, che incontra il meraviglioso caos rappresentato da Fresi. Due personaggi socialmente e caratterialmente diversi che sono costretti a convivere e iniziano un viaggio che via via, invece di correre verso la meta, rallenta. Scoprendosi inizia la voglia di comprendersi, prendersi delle pause. Il tema del film è la meraviglia dell’incontro con ciò che è diverso da sé. Del resto questo è l’arcobaleno, un insieme di colori che si compongono in qualcosa di unico. Per questo abbiamo fatto un gran lavoro sui colori, sulle tonalità volevamo dare un’idea calda, solare, carica di speranza. E anche la macchina decapottabile è un luogo aperto: viviamo in un tempo abbastanza buio e scuro, c’è bisogno di una luce che venga dallo scambio, dall’accettazione di sé, il viaggio come metafora di incontro come opportunità tra due persone diverse”.

Il film inizia a Viganella, un piccolo paese in Val D’Ossola che, a causa della sua posizione sotto le montagne delle Alpi, dall’11 novembre al 2 febbraio di ogni anno si trova in totale assenza di sole. Sembra, appunto, un film, ma è verissimo: il sindaco di Viganella, ispirato da un albo di Topolino, ha fatto installare un enorme specchio per illuminarlo. Fresi, nel film, è un osservatore di arcobaleni che si occupa della manutenzione dello specchio.

Essendo un noto cinefilo, Veltroni ha spalmato nel film più di cinquanta omaggi a film, registi e attori che ha amato, arrivando a ingaggiare Jean-Pierre Léaud, il suo idolo da ragazzo, nel ruolo di se stesso. Non mancano neppure le citazioni di libri. Insomma, un omaggio alla cultura che ha accompagnato Veltroni e la sua generazione. Il rischio è che, come già abbiamo detto a proposito del primo film da regista di Mastandrea, ci siano dentro troppe cose, ma un eccesso di generosità si perdona volentieri.

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