Ride, opera prima alla regia di Valerio Mastandrea, è forse imperfetto, ma di grande impatto

Il cineclub Arsenale di Pisa ha organizzato la proiezione di Ride e l’incontro col regista, Valerio Mastandrea. Tre proiezioni, anziché una come previsto, con la presenza del regista e sala gremita “in ogni ordine di posti” si direbbe a teatro ma, nel nostro caso, il posto è unico. Molta curiosità, sia per vedere come un attore che da 25 anni è fra i più apprezzati del panorama italiano si comporti dietro la macchina da presa, sia per sapere come affronterà un tema spesso in secondo piano, il più delle volte relegato nella cronaca locale, ma che è tutt’altro che marginale. Non sono stati ancora pubblicati i dati per il 2019, ma nel 2018 i morti sul lavoro sono aumentati di circa il 10%, rispetto all’anno precedente e assommano a circa tre al giorno.

Ride segue tre personaggi le cui storie si incrociano, ma potrebbero essere completamente indipendenti. C’è la storia di Carolina, interpretata da Chiara Martegiani, moglie di Mauro, operaio morto sul lavoro, che, incredibilmente, non riesce a piangere. C’è la storia di Bruno, il figlio, che prepara con un amico l’intervista per il giorno del funerale, poiché ci saranno i funerali di stato e ci saranno i giornalisti. C’è la storia di Cesare, Renato Carpentieri, che è il padre di Mauro, operaio anche lui alla stessa fabbrica, che patisce i sensi di colpa per non essere riuscito a trasmettere a Mauro gli ideali di lotta di classe che – forse – gli avrebbero potuto salvare la vita e che non vuole andare al funerale, per non cedere all’ipocrisia della celebrazione. C’è un quarto personaggio apparentemente eccentrico, il fratello di Mauro, Stefano Dionisi, che, piuttosto che finire in fabbrica, ha deciso di rovinarsi la vita ed è diventato una sorta di criminale tossicomane. Tre generazioni, dunque, di una famiglia particolare sì, ma nessuno risponde a un cliché, come spesso accade in film e, ahimè, romanzi. Tutto sommato, ci troviamo di fronte a una famiglia abbastanza comune.

La prima cosa che salta agli occhi

è che Chiara Martegiani recita esattamente come Mastandrea. Stessi tempi, stesso modo di recitare senza enfasi, con una punta d’ironia, anche in situazioni drammatiche. Questa non è né una critica, né una lode, è solo una constatazione. La seconda cosa è che, come ha ammesso lo stesso Mastandrea, essendo un’opera prima, il regista ha voluto metterci dentro troppo e, effettivamente, non dico tre, ma un paio di buoni film ci sarebbero potuti venir fuori.

Le cose da notare e su cui riflettere sono tante. Una tra le tante cose che colpisce è la musica. In Ride la musica ha un posto tutto suo. E’ legata al film, ai protagonisti e a quel che succede, ma, allo stesso tempo, è una cosa a sé, rappresenta una realtà ulteriore, rappresenta la famiglia di Carolina e Mauro, il tempo passato insieme, il loro mondo. E’ una scatola di ricordi. Ci sono scene in cui le canzoni dominano su tutto, sono potenti, si fanno plastiche e sembrano uscire dallo schermo quasi fisicamente, come nel caso di Dancing with tears in my eyes degli Ultravox, canzone che Carolina ascolta per cercare di piangere la morte del marito, ma che la porta soltanto a sorridere. Vi sono poi altre canzoni che fanno da vestito al personaggio, diventano la pelle di Carolina, non sono solo espressione delle sue emozioni, ma del suo modo di essere e di vivere, anche il dolore.

Proprio il vivere il dolore e il come viverlo è uno dei temi centrali di Ride. Dopo la morte del marito, Carolina viene circondata dal dolore, ma un dolore che non è suo, che non riesce a provare. Questo la fa sentire in imbarazzo, come se non piangere e non disperarsi fosse innaturale, sinonimo di disinteresse, come le dice il figlio: “Te non piangi perché non te ne importa niente“. Gli amici che le invadono la casa, elemento quasi surreale del film, la sommergono con il loro dolore, la loro disperazione, mentre lei sta accanto a loro, impassibile, pronta a consolarli, invece di essere consolata. Una situazione in cui i ruoli si ribaltano, una situazione paradossale. A Carolina non viene mai lasciato spazio per il suo dolore, non le viene concesso il diritto di vivere il proprio dolore, a viverlo come vuole lei.

Ogni sera apparecchia la tavola come l’ultima sera che ha passato con il marito. Nel ripetere la loro ultima cena cerca di trovare dentro di lei il dolore, cerca un modo per lasciarlo uscire, ma sempre inutilmente. Fino a quando, dopo aver ripetuto per l’ennesima volta la stessa scena, riesce finalmente a toccare il dolore. Senza rivelare niente, vi dico solo che il finale lascia spaesati, colpisce lo spettatore, ma non con violenza, bensì lentamente, come un ago. Segna il momento in cui Carolina realizza la perdita e, soprattutto, realizza perché non fosse mai riuscita a piangere, nonostante tutto. Carolina non aveva lacrime da piangere per una morte innaturale, per una morte che per lei non era mai successa, una morte senza senso, una morte che non sarebbe dovuta accadere. Chi va a lavorare si aspetta di tornare a casa a fine mese con uno stipendio, non si aspetta di morire.

Quel che è da lodare, senza se e senza ma, è il soggetto del film

Mastandrea l’aveva detto che, da regista, non avrebbe potuto fare a meno di dare un’occhiata a quello che gli succedeva intorno e sceglie un tema importante quanto trascurato, come dicevamo proprio all’inizio. Era dagli anni ’70 che non si vedeva un operaio in un film, come se non esistessero più.

Delle tre storie parallele quella che ci è sembrata più efficace è quella di Cesare, una vera figura da tragedia greca. Deus ex machina nella tragedia è il fratello cattivo, che inchioda il padre alle sue responsabilità e lo costringe a un atto epico; sottrarre la bara alla cappella nella quale è esposto il figlio e portarla in fabbrica. Questa è una di quelle scene che dovrebbero essere ricordate come si ricorda la corsa delle bighe in Ben Hur o la scena d’addio fra Bogart e la Bergman in Casablanca. In ogni caso, anche la vicenda di Carolina, che non riesce a piangere, è tipica della tragedia greca, dove l’eroe fa sua una colpa che non ha voluto in nessun modo.

Altre scene memorabili non mancano. Ancora il fratello cattivo che mima gli ultimi minuti vissuti in casa da Mauro davanti a Carolina, ma questa volta il deus ex machina non funziona; Carolina non piange e continua a non capacitarsi di come sia possibile. Poi la casa invasa, metaforicamente, dalla pioggia quando, finalmente, Carolina riesce a piangere e altre scene che consigliamo di vedere direttamente al cinema.

Insomma, l’esordio come regista di Valerio Mastandrea è molto soddisfacente; rimane l’impressione di avere molta carne al fuoco, ma è un eccesso di generosità che non si può che perdonare.

A Ride do quattro stelle, più che meritate.

Continua a seguirci per leggere dell’incontro con Valerio Mastandrea, che verrà pubblicato mercoledì 13 febbraio
VOTO FINALE
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Il mondo si divide in due categorie: chi i film li fa e chi li va a vedere. Io, a volte, ne scrivo anche. Nata lo stesso anno in cui è uscito Hercules, fan numero uno di Supernatural, Il grande Lebowski è il mio film preferito e conosco a memoria tutti i western di Sergio Leone. Quasi tutti. Nessuno è perfetto.

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