Lo spaccone

I grandi sconfitti degli Oscar: Lo spaccone (1961)

Una delle prove attoriali più intense della carriera di Paul Newman, asso del biliardo alla ricerca della consacrazione in un mondo fatto di ombre, scommesse e dipendenza

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Lo spaccone (The Hustler)

Regia: Robert Rossen; soggetto: dal romanzo omonimo di Walter Tavis; sceneggiatura: Robert Rossen e Sidney Carroll; fotografia (B/N, Cinemascope): Eugen Schüfftan; scenografia: Harry Horner, Albert Brenner; colonna sonora: Kenyon Hopkins; montaggio: Dede Allen; interpreti: Paul Newman (Eddie ‘Lo svelto’ Felson), Piper Laurie (Sara Packard), George C. Scott (Bert Gordon), Jackie Gleason (Minnesota Fats), Murray Hamilton (Oames Findlay),  Myron McCormick (Charlie Burns), Michael Constantine (Big John), Vincent Gardenia (Barista), Stefan Gierasch (Il Predicatore), Jake La Motta (Barista), Clifford A. Pellow (Turk); produzione: Robert Rossen per Rossen Films – 2oth Century Fox; origine: USA – 1961; durata: 135′.

Trama

Chicago, 1960. Per essere accettato come campione assoluto di biliardo, il giovane Eddie Felson deve sconfiggere l’imbattibile Minnesota Fats, numero 1 della Windy City. Per poterlo sfidare però occorrono molti soldi, che il ragazzo si procura girando le sale dell’Illinois e degli Stati vicini, spennando gli sprovveduti che si azzardano a giocare con lui. Venuto il giorno del grande incontro, riuscirebbe a prevalere se, a un certo punto, una crisi di nervi non lo paralizzasse. Per ottenere la rivincita Eddie (che nel frattempo ha incontrato Sara Packard e convive con lei) si appoggia all’affarista Bert Gordon che, in cambio di una percentuale sulle vincite, lo aiuta a raggranellare, incontro dopo incontro, la somma necessaria per tornare a sfidare Fats.

Lo spaccone - Paul Newman e Piper Laurie
Nella foto Eddie Felson (Paul Newman) con Sara Packard (Piper Laurie).

Sara intanto, sempre più trascurata da Eddie, ossessionato dalla possibilità di riscattarsi, patisce umiliazioni così cocenti che si concede a Bert per ripicca e, per la vergogna, si suicida. La partita della rivincita vede la vittoria schiacciante di Eddie, ma la notizia della morte di Sara gli fa comprendere come ora, acclamato campione di biliardo, non abbia nessuno con cui condividere la gioia del trionfo e non possieda più alcuna ragione di vita.

Ritorno dall’esilio

Robert Rossen, newyorkese di chiare simpatie sinistrorse, non si è mai tirato indietro davanti all’impegno sociale. Dopo gli inizi a Broadway è passato al cinema, prima come sceneggiatore e poi come regista. Si è affacciato con successo alla ribalta degli Oscar nel 1949 con un film di denuncia sulla corruzione come il caustico Tutti gli uomini del re, conquistando la nomination per la regia e l’alloro per il miglior film. Il maccartismo gli ha in parte tarpato le ali, costringendolo alla fuga dagli Stati Uniti, dove è tornato a girare solo nel 1956 per il film storico Alessandro il Grande con protagonista Richard Burton.

Nel 1961 la 20th Century Fox – ansiosa di riabilitare gli esuli – sta cercando un regista per dirigere una pellicola tratta da un racconto di Walter Tavis e incentrata sul gioco del biliardo, con Frank Sinatra. Il problema è la sceneggiatura che non convince. Rossen accetta di dirigerlo, ma vuole Paul Newman come protagonista ossessionato dalla vittoria, insieme con Jackie Gleason (un Minnesota Fats da antologia) e l’indocile George C. Scott. Con l’aiuto di Sidney Carroll riscrive completamente il copione puntando sulle relazioni tra gli attori, mostrando il gioco del biliardo come metafora della vita. Per la ricostruzione degli interni, antri bui dove si consumano drammatiche partite, Rossen si affida all’autore della fotografia Eugen Schüfftan, già operatore di Fritz Lang in Metropolis (1927).

Così nasce Lo spaccone – il titolo originale ‘The Hustler’ significa imbroglione, riferendosi al modo in cui il giovane Eddie Felson si procura il denaro, spennando gli ingenui al tavolo del biliardo – un film immerso nella semioscurità dei bar,  che lo studio pubblicizza affidandosi al sex appeal di Paul Newman, in canottiera sulla locandina. Nonostante sia l’attore stesso a denigrare una trovata che giudica priva d’immaginazione e persino offensiva, l’espediente funziona e il pubblico femminile apprezza. Sullo slancio dei buoni incassi il film conquista otto nomination agli Oscar.

Il racconto del redattore

Il 9 aprile 1962, al Santa Monica Civic Auditorium, la cerimonia di consegna dei premi Oscar è requisita da un musical dal sapore shakespeariano, West Side Story, che diventa il più premiato della storia con dieci statuette su undici nomination, compreso un doppio trofeo per la regia, a Robert Wise e Jerome Robbins, quest’ultimo insignito anche di un Oscar speciale per la coreografia. Ai concorrenti, seppur validi, restano le briciole: Lo spaccone vede trasformarsi le otto candidature in due statuette alla scenografia e alla fotografia (per fortuna i premi sono ancora separati per i film a colori e quelli in bianco e nero).

Sfugge ancora una volta a Paul Newman l’Oscar al miglior attore protagonista. Il sex symbol si arrende all’austriaco Maximilian Schell, brillante avvocato difensore dei gerarchi nazisti in Vincitori e vinti di Stanley Kramer. L’attore dovrà attendere ventisei anni perchè lo stesso personaggio, il giocatore Eddie Felson, lo conduca all’Oscar ne Il colore dei soldi di Martin Scorsese.

Lo spaccone
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Uno dei migliori film di Robert Rossen, in equilibrio tra l’esistenzialismo più pessimistico che vede la vita come un gioco nel quale la vittoria e quindi la felicità sono irraggiungibili, il noir – superbamente reso grazie all’autore della fotografia Eugen Schüfftan, premiato con l’Oscar – e il realismo. Eddie Felson tornerà nel 1986 per regalare il premio Oscar a Paul Newman ne Il colore dei soldi.

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