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Tutti gli uomini del re

La storia degli Oscar: Tutti gli uomini del re (1949)

Dal romanzo 'Tutti gli Uomini del re', vincitore del Premio Pulitzer, Hollywood incorona il film di Robert Rossen che scava nel marciume della corrotta politica americana.

Tutti gli uomini del re (All the King’s Men)

Regia: Robert Rossen; soggetto: dal romanzo omonimo di Robert Penn Warren; sceneggiatura: Robert Rossen; fotografia (B/N): Burnett Guffey; scenografia: Sturges Carne, Louis Diage (decoratore); costumi: Jean Louis; trucco: Clay Campbell, Helen Hunt, Robert J. Schiffer; musiche: Louis Gruenberg; montaggio: Al Clark; interpreti: Broderick Crawford (Willie Stark), John Ireland (Jack Burden), Joanne Dru (Anne Stanton), John Derek (Tom Stark), Mercedes McCambridge (Sadie Burke), Shepperd Strudwick (Adam Stanton), Ralph Dumke (Tiny Duffy), Anne Seymour (Lucy Stark), Katherine Warren (signora Burden), Raymond Greenleaf (giudice Monte Stanton), Walter Burke (Sugar Boy), Will Wright (Dolph Pillsbury), Grandon Rhodes (Floyd McEvoy); produzione: Robert Rossen per Columbia Pictures; origine: USA – 1949; durata: 110′

Trama

Stati Uniti d’America. Profondo Sud durante gli anni ’30. Willie Stark (Crawford), un giovane di modesta condizione ma pieno d’ingegno, si dedica, sulle prime con poca fortuna, alla lotta politica. Alcuni politicanti, informatisi sulla sua onestà intrisa d’idealismo, appoggiano la sua candidatura col proposito di servirsi di lui per i loro loschi fini. Accortosi della macchinazione, Willie li denuncia agli elettori ed in tal modo vince la sua battaglia. Eletto governatore dello Stato, vuole attuare un grandioso programma d’opere pubbliche ma per conseguire i suoi fini è costretto a scendere a compromessi, ricorrendo agli stessi sistemi di corruzione e di sopraffazione che ha tanto rimproverato agli avversari.

L’ebbrezza del privilegio e del potere politico trasformano la sua personalità: l’assertore dei diritti popolari, il difensore degli oppressi diventa un tiranno dispotico e senza scrupoli, che crede lecito ogni mezzo utile a consolidare la propria autorità. Anche nella cerchia dei familiari e degli amici tutti devono piegarsi alla sua volontà. Tradisce la moglie, priva il suo migliore amico dell’amore della fidanzata, cagiona, per egoismo, la rovina del suo figlio adottivo, ricatta un magistrato spingendolo al suicidio. Molti l’abbandonano, ma le folle gli rimangono fedeli e con l’aiuto di queste riesce ad essere rieletto. Tuttavia il suo successo sarà di breve durata. Sarà una delle vittime dei suoi crimini a fare giustizia.

Tutti gli uomini del re

L’orgia del potere

Il quarantunenne Robert Rossen, discendente da una famiglia ebraica di New York, è già attivo a teatro e regista di noir. Da tempo è iscritto al partito comunista americano e impegnato sul fronte del cosiddetto ‘realismo socialista‘, movimento artistico di sinistra che lo porrà nel mirino dei maccartisti negli anni a venire. Il best-seller vincitore del Premio Pulitzer Tutti gli uomini del re, scritto da Robert Penn Warren, gli offre l’occasione giusta. Investe come produttore e scrive da sè la sceneggiatura, convincendo Harry Cohn, presidente della Columbia Pictures a distribuire il film (secondo la leggenda Broderick Crawford si ispirerà a lui  nell’interpretare il brutale Willie Stark).

Il risultato è un teso melodramma che denuncia l’avidità e l’ipocrisia opportunista della classe politica americana (vanta anche un remake del 2006 con Sean Penn). Si può immaginare con quale freddezza il film venga accolto dall’estabilishment hollywoodiano, tanto che il regista è costretto a pagare di tasca propria la pubblicità. Gli spettatori tuttavia accorrono e la stampa estera premia Tutti gli uomini del re con cinque Golden Globe al film drammatico, alla regia, all’attore protagonista e all’attrice non protagonista Mercedes McCambridge – futura voce dell’indemoniata Linda Blair ne L’esorcista – insignita anche del trofeo alla migliore debuttante dell’anno. Alla notte delle stelle, il film militante di  Rossen si presenta con sette candidature e concrete possibilità di vittoria.

Il racconto del redattore

Dallo sfarzo plebeo dello Shrine Auditorium, il presidente dell’Academy Charles Brackett trasferisce il circo degli Oscar nel più sobrio Pantages Theatre, convincendo così gli investitori della East Coast a non sospendere le sovvenzioni a un’industria cinematografica che ha visto i suoi esponenti impegnarsi a fondo per sostenere lo sforzo bellico, con efficaci film di propaganda come La signora Miniver. Tra i finalisti di questa edizione 1950 spiccano ancora due solidi film di guerra. Il primo è Bastogne del veterano William A. Wellman, prodotto da Dore Schary per la MGM (Mayer lascia fare, sperando che il giovane delfino fallisca, ma dovrà ricredersi) che vince per la fotografia e il copione originale. Il secondo è Cielo di Fuoco di Henry King con il crudele generale Gregory Peck nominato invano, che invece conquista i trofei all’attore non protagonista Dean Jagger e al sonoro. Completano la lista quel gioiello che è Lettera a tre mogli di Joseph L. Mankewicz (una lettera arriva a casa di tre donne sposate: l’autrice della missiva avverte le mogli borghesi che quella sera fuggirà con uno dei loro mariti: in preda all’angoscia le amiche ripercorrono nella loro mente le proprie difficoltà matrimoniali: chi di loro sarà tradita?), vittorioso per la regia e la sceneggiatura e L’ereditiera del redivivo William Wyler, fermo da due anni dopo il successo de I migliori anni della nostra vita, che regala il secondo Oscar della carriera (filmato in alto) a Olivia De Havilland, tanto ricca quanto sfortunata in amore. Miglior film dell’anno, nonostante la nutrita concorrenza, è Tutti gli uomini del re che porta a casa anche le statuette per l’attrice non protagonista Mercedes McCambridge e per l’attore protagonista Broderick Crawford, la cui affermazione sbarra la strada ad un amareggiato John Wayne, duro sergente dei marines che vanta numerose imitazioni (ricordi l’istruttore di Full Metal Jacket?) in Iwo Jima, deserto di fuoco e ad un ex lottatore originario dell’Europa dell’Est che interpreta un pugile ne Il grande campione e si fa chiamare Kirk Douglas. Il Duca riuscirà a vincere in extremis per Il Grinta, mentre Douglas dovrà aspettare il 1995 per ricevere il consueto quanto meritato Oscar alla carriera.

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Tutti gli uomini del re si spinge in profondità alla radice del desiderio di potere capace di corrompere l’animo anche del più probo degli uomini. Lo fa con una sensibilità e una manichea sincerità paragonabile a quella dei maestri neorealisti dell’epoca. Risistemato più volte in fase di montaggio e per questo poco lineare nella narrazione, racconta con vitalità e partecipazione il clima politico che si respira negli Stati Uniti all’ indomani della Seconda Guerra Mondiale, costretti a uscire dall’isolamento ma in preda alla paura del comunismo che rese la nazione facile preda della demagogia. Uscito nel 1949, quanto è attuale questo film.

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