Dopo quasi 93 anni, torna una nuova versione, finalmente completa, del film culto di Fritz Lang con la colonna sonora di Murcof, eseguita dal vivo dall’autore

Metropolis è il film, probabilmente, più citato in assoluto e così amato che ogni tanto qualcuno lo riprende in mano e cerca di aggiungere nuove suggestioni, come già fece nel 1984 Giorgio Moroder, inserendo una colonna sonora apparentemente incongrua, ma miracolosamente attagliata alla pellicola. Quella che possiamo vedere in questa nuova versione è, finalmente, il film completo, della durata di circa due ore e mezzo.

Metropolis ha una storia che sfiora la leggenda

Del film esistevano tre negativi che, allora, venivano girati con tre macchine da presa vicine (la macchina, di solito, era fissa) o ripetendo per tre volte la stessa scena. Quella che servì per la prima rappresentazione il 10 gennaio 1927 a Berlino fu tagliata, perché il film si rivelò un fiasco clamoroso. Le sue riprese erano durate due anni, la tecnica, per allora, era all’avanguardia, quindi costò una cifra sbalorditiva. Infatti il produttore fallì e dovette vendere la sua casa di produzione. Il film fu giudicato troppo lungo perciò, per andare incontro ai gusti del pubblico, fu drasticamente sforbiciato, prima di mezz’ora, poi di un’altra mezz’ora, ma anche così non riuscì a decollare. Poi ci fu la II guerra mondiale. Nel 1945, quando i sovietici liberarono e occuparono Berlino ritrovarono, e si portarono in Russia, solo 5 delle 8 pizze che componevano il film, e tutte in stato di conservazione scadente. Un secondo negativo lo comprò una major statunitense per lanciarla sul mercato oltreoceano e, per renderlo appetibile, lo massacrò e lo rimontò in modo che neppure Lang lo avrebbe riconosciuto. Tuttavia, questo è quello meglio conservato. Il terzo negativo lo comprò un privato argentino che lo proiettò integralmente nel suo paese. Però, per risparmiare, i positivi furono stampati in 16 mm, anziché 32 mm. Del film si persero le tracce e solo nel 2008 è stato trovato un positivo completo, in 16 mm, in Argentina.

Un’altra cosa che andava ricostruita era l’ordine originario voluto da Lang e per questo è stata utile una copia della sceneggiatura, miracolosamente scampata alla guerra, che era quella che doveva essere consegnata alla censura tedesca.

Quindi quello che abbiamo visto è una specie di mostro di Frankenstein composto dalle tre pellicole: le parti con un alone nero intorno sono quelle della pellicola a 16 mm argentina; quelle che sembrano proiettate su carta da parati gialla a strisce verticali sono le originali tedesche, portate in Unione Sovietica; le parti nitide sono quelle statunitensi.

Alla prima del film, per recensire l’ultima opera di Fritz Lang per il quindicinale La Gaceta Literaria, c’era lo stimato Luis Buñuel, che così parlò del film:

Metropolis non è un film unico: sono due film uniti per il ventre, ma con necessità spirituali divergenti, assolutamente antagonistiche. Quelli che considerano il cinema in quanto valido narratore di storie, patiranno con Metropolis una profonda delusione. Ciò che lì ci viene narrato è triviale, ampolloso, pedantesco, di un vieto romanticismo. Ma se all’aneddoto preferiamo lo sfondo plastico- fotogenico del film, allora Metropolis colmerà tutte le misure, ci stupirà come il più meraviglioso libro d’immagini che sia mai sta­to composto. Presenta, dunque, due elementi antitetici, de­tentori dello stesso segno nelle zone della nostra sensibilità. Il primo, che potremmo chiamare lirico-puro, è eccellente; l’altro, l’aneddotico o umano, finisce per essere irritante“.

Questo il link per l’articolo completo, un’occhiata gliela darei: il cinema ritrovato, Metropolis. Quel diavolo di un Buñuel, ci aveva visto giusto; effettivamente la storia è irritante, ma la fotografia è epica. Tant’è vero che, come sappiamo, Ridley Scott ha reso un palese omaggio a Metropolis con Blade Runner. A parte lo scontro finale sui tetti, la scena che tutti hanno in mente è quella iniziale di Blade Runner, che corrisponde perfettamente alla città dei ricchi e potenti del film di Lang.

Queste le due scene:

Blade Runner

Metropolis

Ma Ridley Scott ha avuto vita facile, perché aveva il computer; Fritz Lang, per far viaggiare sul suo maxiplastico le auto, i treni, ecc. ha dovuto usare quella che oggi si definirebbe stop motion, in pratica la tecnica che viene usata per i cartoni animati e che spesso viene usata ancora oggi per alcuni effetti speciali, ovviamente con mezzi enormemente migliori. Metteva i modellini sul plastico e scattava un fotogramma, poi c’era qualcuno che spostava impercettibilmente in avanti il modellino e scattava un secondo fotogramma, e così via. Quel minuto di girato corrisponde a settimane di lavoro.

Se molti si sono ispirati a Metropolis, anche Lang ha un debito e proprio col cinema italiano

Cabiria, di Giovanni Pastrone, del 1914. Quando Freder, il figlio del padrone della città, vede gli operai come vittime di Moloch:

le somiglianze con la scena con la quale in Cabiria offrono le vittime a Moloch sono evidenti:

Cabiria ha anche ispirato la San Vincenzo De Paoli per i suoi cassonetti nei quali si mettono i vestiti usati, con lo sportello basculante, che li rovescia dentro. Guardate il video e capirete cosa intendo.

Ma veniamo alla seconda novità, ossia la musica di Fernando Corona, in arte Murcof, compositore messicano che vive a Barcellona

musicista elettronico – minimalista, che ha accompagnato il film in diretta con la musica campionata del suo portatile, proprio come un tempo facevano i pianisti in sala con le pellicole mute. La colonna sonora è, inutile dirlo, estremamente efficace e descrive alla perfezione le scene del film. In più rende omaggio, a sua volta, alla colonna sonora di Blade Runner.

Per l’affermazione che sto per fare ho già ricevuto critiche a non finire ma, quando andrete a vedere il film, e fossi in voi lo farei, fateci attenzione e vedrete se non ho ragione: il ritmo di base è un ostinato tempo pari che ricorda Eigh-ho eigh-ho dei sette nani. La scelta si confà al ritmo ossessivo del lavoro degli operai, come al ritmo regolare del piccone dei sette nani. Questa scelta, di fatto, tende ad accentuare l’interpretazione anticapitalista che dettero nell’America del fordismo, tant’è che, nella copia statunitense, furono censurate le scene più dure della catena di montaggio. Non sappiamo se lo stesso accadde alla pellicola di Walt Disney; probabilmente, visto allora era presidente il democratico Roosevelt, impegnato col suo New Deal a risollevare le sorti degli Stati Uniti dalla crisi, la censura fu meno severa e possiamo ammirare le sequenza dei sette nani così come fu pensata dal compagno Disney. Purtroppo il maestro Murcof se ne è andato di tutta fretta e non ho avuto modo di chiedergli una conferma. Per concludere sulla colonna sonora: come ho già detto, ho trovato perfetta la musica di Murcof, ma quella di Moroder è più emozionante.

Una considerazione sugli attori del cinema muto.

La gran parte di noi ha avuto maggiore dimestichezza coi film muti comici; Buster Keaton, Ridolini, gli stessi Chaplin e Stanlio e Ollio, che esprimevano la loro bravura con vere e proprie performance atletiche. Era una comicità, e quindi una recitazione, soprattutto fisica. Gli stessi Ollio e Fatty, alias Johnny B. Goode, che erano diversamente magri, erano dotati di un’agilità impensabile per individui della loro stazza. Nei film seri, invece, la gran parte della bravura dell’attore consisteva nell’espressività. Ebbene, guardate come riesce a trasformarsi la giovanissima Brigitte Helm, impegnata nei due ruoli della dolce Maria, l’angelo del mondo sotterraneo, e della crudele Maria, l’uomo meccanico al quale lo scienziato pazzo Rotwang aveva dato le fattezze della giovane. Una sorta di Jeckyll e Mr. Hide ottenuto senza metamorfosi e senza trucco. Veramente strabiliante. Pensiamo a come avrebbe potuto affrontare un film muto Clint Eastwood che, secondo Sergio Leone, aveva due espressioni: una col cappello e una senza cappello. Che poi è quello che ho pensato nel vedere Gustav Fröhlich, ossia il già citato Freder, che ha un’espressione diversa solo quando si mette il cappello da operaio.

Beh, si è fatto tardi, immagino che abbiate altro da fare che stare a leggere la recensione di un film quasi centenario; sappiate, però, che potrei andare avanti ancora per un bel po’. D’altro canto, quando un film entra nell’immaginario collettivo non si può liquidare in 300 parole.

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