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- La recensione

Dopo aver vinto quattro Oscar si va a ripescare fra la filmografia di Bong Joon-ho e si recupera il suo secondo film, un poliziesco del 2003 dalla forte matrice politica

memorie di un assassino
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Anni ’80, Corea del Sud: la polizia si trova ad affrontare il primo serial killer della storia coreana; un efferato criminale che stupra, tortura e uccide le ragazze. La polizia è del tutto impreparata ad affrontare un caso del genere e, oltre ad andare alla cieca, sembra prendere ispirazione più dai film polizieschi nordamericani che da indizi concreti. Gli eroi di questa detective story sono l’ispettore Park Du-man, ovvero Song Kang-ho, che sarebbe anche il padre in Parasite, a cui tocca la parte del “poliziotto buono”, il suo collega Cho Yong-gu che, invece, pare abbia il solo compito di picchiare e terrorizzare gli indagati, che poi confessano immancabilmente, anche se innocenti. Da Seul arriva un altro detective, Seo Tae-yun, che segue sistemi un po’ più scientifici; è il primo a rendersi conto di avere a che fare con un serial killer e riesce anche a trovare alcuni elementi ricorrenti. Ma il risultato, alla fine, è quello che è passato alla storia del crimine coreano, ovvero un nulla di fatto.

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Come avevamo già annunciato, qualche tempo fa è ritornato in sala uno dei vecchi film di Bong Joon-ho, premio Oscar 2020 come miglior regista, premiato anche col miglior film, sia straniero che miglior film in assoluto, e miglior soggetto. Memorie di un assassino è un poliziesco basato su un fatto realmente accaduto nella seconda metà degli anni ’80 nella Corea del Sud; il primo caso di serial killer coreano, rimasto irrisolto, sullo sfondo della tensione sociale causata dalla feroce dittatura militare di Chun Doo-hwan, che stava volgendo al termine. La dittatura finì nel 1988 con l’elezione di Roh Tae-woo, militare anche lui, ma meno carogna di Chun, e la Corea del Sud si avviò verso il capitalismo sfrenato, mirabilmente descritto da Bong proprio in Parasite. Come dire dalla brace alla padella, che è sempre un passo in avanti.

Dunque il paese è in rivolta, le cariche della polizia sono crudeli e sanguinarie; spesso sfociano in veri e propri massacri: 전 세계는 국가입니다, come si dice in coreano, che traslitterato sarebbe jeon segyeneun guggaibnida, e che tradotto diventa “tutto il mondo è paese“.

Come se non bastasse, nelle campagne del Gyeonggi compare il primo serial killer della storia coreana; un efferato criminale che stupra, tortura e uccide le ragazze. La polizia è del tutto impreparata ad affrontare un caso del genere e, oltre ad andare alla cieca, sembra prendere ispirazione più dai film polizieschi nordamericani che da indizi concreti. Gli eroi di questa detective story sono l’ispettore Park Du-man, ovvero Song Kang-ho, che sarebbe anche il padre in Parasite, a cui tocca la parte del “poliziotto buono”, il suo collega Cho Yong-gu che, invece, pare abbia il solo compito di picchiare e terrorizzare gli indagati, che poi confessano immancabilmente, anche se sono innocenti come agnellini. Da Seul arriva un altro detective, Seo Tae-yun, che segue sistemi un po’ più scientifici; è il primo a rendersi conto di avere a che fare con un serial killer e riesce anche a trovare alcuni elementi ricorrenti. Ma il risultato, alla fine, è quello che è passato alla storia del crimine coreano, ovvero un nulla di fatto.

Memorie di un assassino è un film perturbante

che tra l’altro ho visto in una sala perturbante anch’essa, poco prima che iniziasse la vera emergenza Covid-19, con posti segnati con un “OCCUPABILE”, tutti a distanza di sicurezza. 132 minuti serratissimi durante i quali succede sempre qualcosa. Bong ha un suo stile di regia ma, se proprio lo vogliamo paragonare a qualcuno, direi più Quentin Tarantino che Terrence Malick. Io ho trovato Memorie di un assassino addirittura più bello di Parasite, peccato che nel 2003 Bong fosse semisconosciuto in occidente e possiamo vedere il film solo con molto ritardo. La cosa che salta di più agli occhi è come Bong riesca a raccontare una storia avvincente e, contemporaneamente, tenere sempre in primo piano gli eventi politici e sociali. Non si insiste sulla tensione sociale del periodo; ci sono le notizie diffuse dalla televisione o dai giornali, ma sempre sullo sfondo dell’azione e questa sembra essere una sua caratteristica, visto che si può dire la stessa cosa di Parasite. Bong, come tutti i grandi registi, riesce a dire le cose senza dirle, solo facendole vedere, ma senza essere didascalico. La scelta delle inquadrature e della musica potrebbero essere usate in una scuola di regia per spiegare il genere thriller – poliziesco. In una parola un film perfetto.

Un altro dei suoi film che sono riuscita a vedere è stato Snowpiercer, del 2013, tratto dalla serie francese di fumetti Le Transperceneige, che fu distribuito anche da noi probabilmente perché, a parte il suo fedelissimo Song Kang-ho e Go Ah-sung, tutti gli altri attori sono anglosassoni, fra i quali Chris Evans e Tilda Swinton. Anche quello è un film bellissimo che sarebbe il caso che riesumassero. Ma, a questo punto, sarebbe bene rivedere tutta la filmografia di Bong che, in venti anni, ha fatto appena otto film. Oltretutto i tre film che ho visto appartengono tutti a generi diversi e sono tutti diretti magistralmente, Se ci fossero ancora i cineclub, come c’erano ai tempi dei nostri genitori, quella su Bong sarebbe una rassegna da non perdere.

Il nostro voto

In conclusione su

Un film perfetto, dove niente è fuori posto. Bong Joon-ho racconta una storia avvincente e tiene sempre in primo piano gli eventi politici e sociali, senza però mai essere didascalico. Come tutti i grandi registi, Bong riesce a dire le cose senza dirle, solo facendole vedere.

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Un film perfetto, dove niente è fuori posto. Bong Joon-ho racconta una storia avvincente e tiene sempre in primo piano gli eventi politici e sociali, senza però mai essere didascalico. Come tutti i grandi registi, Bong riesce a dire le cose senza dirle, solo facendole vedere.

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