Il secondo libro di Pamela Lyndon Travers, Mary Poppins ritorna, ebbe molto meno successo del primo. Vediamo come se la cava il film

Dopo 54 anni Mary Poppins torna dalla famiglia Banks. Questo è ciò che è accaduto nella realtà, perché nella finzione saranno passati una trentina di anni. Michael Banks (Ben Whishaw) è cresciuto, si è sposato, ha avuto tre figli e, purtroppo, ha perso la moglie. Siccome siamo nel 1930, in piena Grande Crisi finanziaria, rischia di perdere anche la casa a causa dei debiti e proprio per colpa della banca per la quale avevano lavorato il padre e il nonno. La banca è guidata dal nipote malvagio di Mr Dawes Jr., Wilkins (Colin Firth), che approfitta della crisi per accaparrarsi gran parte del patrimonio immobiliare londinese. Michael, che prima faceva il lavoro creativo di pittore, è stato costretto dalla crisi a impiegarsi anche lui alla banca Dawes e si appresta a diventare un grigio travet. Poi arriva il deus ex machina, ovvero Mary Poppins, e il film, tristissimo, ha il suo lieto fine.

Chi ha visto da poco Ritorno al bosco dei 100 acri non può fare a meno di sperimentare la stessa sensazione di déja vu. E non si può fare a meno di notare anche altre due cose. Innanzitutto, la Disney si è intristita; gli ultimi film usciti sono di una malinconia unica e, quando si tratta di remake o sequel, viene sempre aggiunta qualche nota di tristezza in più, che era quasi del tutto estranea agli originali più vecchi. E questo è il caso anche del nostro film.

La seconda cosa che si nota, e che fa pensare, è che i film Disney sembrano sempre più rivolti non più a un pubblico infantile, ma a un pubblico di adulti. Nel Ritorno al bosco dei 100 acri si invitava a gran voce tutti quegli adulti ingrigiti a recuperare un po’ di quella spensieratezza tipica dei bambini. Anche ne Il ritorno di Mary Poppins il messaggio sembra lo stesso: ricominciare a credere nella magia, nello straordinario, non aver paura dell’immaginazione e “op! Il gioco è fatto“! si vive meglio, si pensa meglio, i problemi diventano meno complicati. Ricominciare a vivere come fanno i bambini.

Diciamo subito che il film non è male

I due protagonisti sono dignitosi sostituti degli straordinari originali. Jack, che fa il lampionaio e non lo spazzacamino, non è travolgente come Bert, ma è comunque enormemente simpatico. Diciamo che Dick Van Dyke, in più, ci metteva la sua comicità fisica, da grande attore del muto (anche se non lo è mai stato) che il buon Lin-Manuel Miranda sicuramente non possiede, ma penso che Miranda sia stata un’ottima scelta. Anche Julie Andrews era molto più disinvolta, ma Emily Blunt, oltre ad avere la medesima bellezza, non la fa rimpiangere. Beh, non più di tanto.

Simpaticissima Meryl Streep nel ruolo della cugina russa di Mary Poppins. Anche la canzone forse è una tra le migliori. Le coreografie sono eccezionali, quello va detto. La cosa che si apprezza di più, e che fa molto piacere, è vedere in due camei Angela Lasdbury, che fa la signora dei palloncini e, soprattutto, il grande e unico Dick Van Dyke nel ruolo del vecchio Mr. Dawes Jr. Nel primo film aveva interpretato il signor Dawes padre, con molto trucco; stavolta di trucco ce ne è voluto poco, ma il vecchio Dick è uno splendido novantatreenne che riesce ancora ad accennare qualche passo di danza.

La cosa veramente deludente del sequel sono le canzoni

Non c’è una sola solitaria canzone orecchiabile. Sono tutte talmente anonime che nessuno esce dal cinema fischiettandole come, invece, succedeva con Supercalifragilisti, Cam caminì, Un poco di zucchero, e così via.

Ma cosa sta succedendo alla Disney? Possibile che la potentissima major non riesca ad accaparrarsi un buon musicista, in grado di scrivere una canzone come si deve? Inutile ricordare che il successo dei film Disney si deve in gran parte alla colonna sonora: Biancaneve, Cenerentola, La carica dei 101, Il libro della giungla, Robin Hood, Gli aristogatti, hanno tutti una colonna sonora che spesso è la parte più godibile del film. La canzone dei sette nani, La canzone dei topini in Cenerentola, Crudelia DeMon, Lo stretto indispensabile, Giovanni re fasullo d’Inghilterra, Tutti quanti voglion fare il jazz, hanno tutte un posto d’onore nell’immaginario di generazioni di spettatori.

Un film con una trama così esile che, di fatto, avrebbe dovuto essere un musical, poiché cantano e ballano in continuazione, senza una sola canzone appena passabile è un’occasione persa.

Il film merita la sufficienza, non di più. Tre stelline, non si può dare di più.

VOTO FINALE
Voto Finale
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Il mondo si divide in due categorie: chi i film li fa e chi li va a vedere. Io, a volte, ne scrivo anche. Nata lo stesso anno in cui è uscito Hercules, fan numero uno di Supernatural, Il grande Lebowski è il mio film preferito e conosco a memoria tutti i western di Sergio Leone. Quasi tutti. Nessuno è perfetto.

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Irene PepeMauro Franceschi Autori dei commenti recenti
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Totalmente d’accordo, soprattutto sul velo di malinconia che permea gli ultimi film Disney. Inoltre questo film mi ha fatto capire quanto terribilmente mi mancano i lungometraggi animati. La computergrafica ha portato effetti incredibili e immagini iper-realistiche, ma ha tolto l’anima alle storie e si è perso quello che implicava un lavoro più “concreto”, quello che gli animatori facevano con matita e colori. Non capirò mai la Disney per aver scelto di lavorare esclusivamente in CGI… e spero che prima o poi si ravveda da questa decisione…