Ritorno al bosco dei 100 acri, ultima produzione Disney, è un film per i più piccoli, ma che contiene un monito per tutti quegli adulti che non hanno saputo mantenere la semplicità e il punto di vista di quando erano bambini

Della Disney si può dire tutto il male che si vuole, e se ne può dire tanto, ma è innegabile che i film e cartoni firmati Disney, da circa 60 anni, stanno segnando l’infanzia e l’adolescenza di 4-5 generazioni. Forse per questo motivo il nostro film è pervaso da una continua sensazione di déjà-vu. La storia è la stessa di Hook di Steven Spielberg, iniziato come progetto per la Disney e che, alla fine, ha trovato un altro produttore. La scena finale di Christopher Robin che rovescia la sua situazione disperata di fronte agli alti papaveri della propria ditta è presa a piene mani dall’exploit finale di Mr. Banks in Mary Poppins; c’è anche la parola assurda che in Mary Poppins è supercalifragilistichespiralidoso e nel Ritorno al bosco dei 100 acri è noddole. Tutto tenuto insieme dalla consueta melassa (che in questo caso è miele) disneyana.

Nonostante questo, o forse proprio grazie a questo, alla fine, il film non delude. Oddio, se ci fossero state anche le canzoni, tipo Can caminin, tutti quanti voglion fare il jazz, Crudelia de mon, e via dicendo, sarebbe stato meglio; ci siamo dovuti accontentare della canzoncina di tigro (che non poteva certo mancare). Questa credo sia la vera pecca del film.

Una pecca, però, che ha un suo fine.

Ritorno al bosco dei 100 acri è, come ci si aspetta, un film per bambini. Costruito come un’avventura, prima nel mondo di Winnie Pooh e poi nella Londra di metà ‘900, i motivi per divertirsi non mancano. Soprattutto verso la fine, il ritmo si fa frenetico, con un Tigro combina guai, un Ih Oh rassegnato e un “impavido” Pimpi non troppo felice di aver seguito i suoi amici in quella chiassosa città piena di smog. Al loro fianco la piccola Madeline, pronta a tutto per aiutare il padre e i suoi nuovi amici pelosi. Quale bambino non vorrebbe vivere una giornata simile con i suoi pupazzi? Quale bambino non vorrebbe essere un eroe anche e soprattutto agli occhi dei genitori?

Le merende con dolci, miele, ghiande di Christopher Robin con i compagni di giochi del bosco dei 100 acri racchiudono quella classica spensieratezza estiva che tutti noi abbiamo vissuto da piccoli. Ma è proprio con l’ultima merenda di addio che nel film subentra un filo di tristezza e malinconia. Christopher Robin deve salutare Winnie e gli altri, per andare in collegio e iniziare la sua vera vita da adulto. Ma con una promessa: “Non mi dimenticherò mai di te Pooh, lo giuro. Nemmeno a cento anni“. Invece, gli anni passano, il bambino cresce, continuando a ricordare e a disegnare gli amici di un tempo, ma lasciandoli andar via giorno dopo giorno. Poi c’è la guerra, un lavoro stressante e sottopagato alla Valigeria Winslow, problemi con la moglie e la figlia che lo sentono troppo distante e lo vedono ingrigire poco a poco. Non c’è più tempo per pensare a quelli che ormai non sono altro che amici immaginari di un bambino con troppa fantasia.

E così, il film da bambini diventa, in realtà, un film per adulti

Non è facile rendersi conto di quanto siamo cresciuti e di quante cose siano cambiate da quando eravamo bambini. Magari possiamo pensare con nostalgia a quei pomeriggi senza compiti e senza impegni, passati a giocare, senza responsabilità e preoccupazioni. Ma difficilmente riusciamo a percepire davvero il cambiamento. Perché a cambiare siamo stati noi, il nostro corpo, la nostra mente, le nostre abitudini. Lentamente, ma definitivamente. Ed è solo quando guardiamo un film del genere, ritroviamo il nostro libro preferito di quando eravamo piccoli o il giocattolo del cuore che veniamo sommersi da una valanga di ricordi ed emozioni dimenticate e lasciate da parte.

Christopher Robin non ha più tempo per stupide fantasie. Quando Pooh gli compare davanti su una panchina a Londra non ci crede, perché sa che logicamente è impossibile. Quell’orsetto era solo il frutto della sua immaginazione infantile. Pensa di essere diventato pazzo, è sicuro che il troppo stress lavorativo gli stia procurando allucinazioni. Il suo cervello da adulto, così abituato a pensare alla cosa più ovvia, più logica, più concreta, non sa più cosa vuol dire, ogni tanto, usare anche la fantasia, concedersi il piacere di un pensiero assurdo o di “un pensiero sciocco“, proprio come quelli che fa Winnie Pooh. Che vuol dire “Io arrivo sempre dove voglio andare solo allontanandomi da dove sono” o “Il dolce far niente spesso porta alle cose migliori“? Per un “grande” niente. Ma è proprio seguendo Pooh, dopo mille dubbi e ripensamenti, che l’uomo adulto torna sui suoi passi, letteralmente e non.

Altro aspetto lodevole del film è l’ottima qualità degli effetti speciali

La Disney, che è sempre stata all’avanguardia per effetti e trucchi di ogni genere, ci stupisce ancora una volta per la verisimiglianza dei pupazzi che si muovono al fianco degli altri personaggi. La squadra effetti speciali ha realizzato veri e propri peluche con posizioni ed espressioni diverse, da digitalizzare e poi far interagire con gli attori. Ewan McGregor deve dare fondo a tutte le sue capacità espressive per passare dal grigio e triste impiegato all’adulto-bambino che poi diventerà alla fine. Dalla parte delle noddole, abbiamo un grande e convincente Mark Gatiss, che con la sua faccia arcigna e annoiata, riesce a catturare la nostra attenzione dando vita a un personaggio che è sì cattivo, ma anche ridicolo.

In conclusione, una bella favola per i bambini, un triste memento per tutti coloro che bambini sono stati e che sono diventati troppo adulti e troppo in fretta

Quello che possiamo aver imparato da Inside Out ritorna chiaro e forte anche in questo film. Il problema non è tanto crescere e diventare grandi, che è naturale e può avere i suoi lati positivi, quanto in che modo lo diventiamo. Christopher Robin, raccontando la sua storia, ci parla di questo, di come dimentichiamo o ci fanno dimenticare troppo in fretta com’è essere bambini. È una critica rivolta più che al singolo, a una società che non funziona, a un mondo che non lascia più spazio alla fantasia, allo stare insieme e al godere delle piccole cose, ma che ci rende ogni giorno più grigi e tristi. Quindi, cari adulti, guardiamo e impariamo. Impariamo a essere più liberi e impariamo a ribellarci, quotidianamente, contro un sistema di sole noddole che vuole mangiarsi tutto il nostro miele.

VOTO FINALE
Voto Finale
8.5
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Il mondo si divide in due categorie: chi i film li fa e chi li va a vedere. Io, a volte, ne scrivo anche. Nata lo stesso anno in cui è uscito Hercules, fan numero uno di Supernatural, Il grande Lebowski è il mio film preferito e conosco a memoria tutti i western di Sergio Leone. Quasi tutti. Nessuno è perfetto.

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