Dal 16 aprile in tutte le sale il film-documentario di Tom Wolfe, Maria by Callas. Un omaggio alla grande cantate lirica dalla vita intensa come quella di una eroina del melodramma

Per la maggior parte delle persone i cantanti lirici sono ciccioni che berciano parole incomprensibili. Ma questa definizione, a volte, la sottoscriverebbero anche i melomani; è quanto si desume ascoltando – e lo consiglio perché sono spassosissimi – Suozzo e Stinchelli quando fanno La barcaccia a Radio 3.

Anche chi non stravede per la lirica La barcaccia la ascolta di sicuro con immenso piacere. I due velenosissimi conduttori hanno sempre una cattiva parola per chiunque, salvo che per la Callas. Intendiamoci, Suozzo e Stinchelli scherzano e, per un cantante lirico, una sola cosa è peggio di essere presi in giro durante la trasmissione: non esserlo. Ma con la Callas non hanno appigli. Spesso fanno ascoltare lo stesso brano cantato da soprani diversi e quando tocca alla Callas, anche chi normalmente ascolta Lou Reed e Mick Jagger, effettivamente, si rende conto della differenza. In particolare, i due irriverenti conduttori lodano la sua dizione perfetta. Vero anche questo: quando canta la Callas si capisce ogni parola. Kiri Te Kanawa, manco col libretto in mano la capisci.

Oltre a essere stata la più grande soprano di tutti i tempi, Maria Callas è stata una donna con un fascino unico

E anche su questo, ovviamente, indugia il film-documentario. Ci si sofferma sui registi importanti della sua vita. A parte la peculiarità di essere tutti e tre omosessuali, non si può pensare a persone più diverse: Franco Zeffirelli, cattolico reazionario, appassionato di lirica e grande regista di melodramma e del film Callas forever. Luchino Visconti, maestro di Zeffirelli, al quale si deve la leggendaria edizione della Traviata del 1955. Il regista faceva riempire un comò di foulard costosissimi se un suo attore ne doveva prelevare appena uno. Un esteta puro, più d’annunziano di D’Annunzio. Per finire con Pier Paolo Pasolini. Comunista, il più grande e il più lucido intellettuale italiano del secolo scorso. Si parlò addirittura di matrimonio fra il regista e la cantante, poi la Callas fu “solo” la Medea di Pasolini.

MariaCallas

Chi meglio di lei poteva essere la figura più tragica della letteratura greca? Con quelle sopracciglia nere che le facevano risaltare gli occhi penetranti, il naso importante, la figura imponente.

Ai registi si aggiungono i suoi uomini

il marito Giovanni Battista Menghini, Aristotele Onassis, il più amato, ma anche il tenore Giuseppe Di Stefano. Ma non si pensi che Tom Wolfe abbia voluto sfruttare solo il lato gossip della cantante. Racconterà, infatti, la Callas in tre decenni, il 1950, il 1960 e il 1970, attraverso interviste, registrazioni, foto di concerti e lunghissimi viaggi verso New York, Parigi, Londra e Milano. Non mancheranno le lettere e le memorie della donna, che verranno lette da Fanny Ardant. La Callas viene presentata senza filtri e senza alcun tipo di idealizzazione: un personaggio con molte contraddizioni, con molti lati oscuri, ma una vera artista.

Il suo film è un omaggio a un’artista che ha vissuto tutta la sua vita in maniera così intensa da bruciare tanto rapidamente che la morte l’ha presa a soli 54 anni.

Alla sua morte, avvenuta per arresto cardiaco, si parlò di suicidio, ma la Callas, probabilmente, aveva solo esaurito la sua vitalità. Gli anni precedenti per lei erano stati terribili: nel 1975 morì Onassis e fu ucciso Pasolini, il 1976 morì Luchino Visconti, così l’anno successivo Maria raggiunse gli uomini più importanti della sua vita.

Nessuno come lei ha potuto cantare a buon diritto l’aria della Tosca, che fu un suo cavallo di battaglia, “Vissi d’arte, vissi d’amore”.

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