Macbeth Neo Film Opera, presentato in anteprima alla 63esima edizione del Taormina FilmFest, è un progetto originale del compositore e regista Daniele Campea. Non un tradizionale riadattamento della grande opera shakespeariana, bensì un esperimento, un’unione di teatro, musica e arti visive

Dopo Amleto e Otello, la tragedia di Macbeth è quella che conta il maggior numero di trasposizioni cinematografiche. Macbeth, vero e proprio archetipo della smodata sete di potere, è la più corta, 5 atti, ma più sfaccettata tragedia del Bardo Immortale.

Della tragedia anche Giuseppe Verdi dette la sua versione operistica, su libretto del fido Francesco Maria Piave, musica che ritroviamo anche nel film di Campea.

Si tratta di una versione sperimentale che deve qualcosa al teatro di Carmelo Bene

che ricordiamo in una sua particolarissima versione shakespeariana di Amleto, il famoso Un Amleto di meno. Nella locandina del film chissà se di proposito o per puro caso, compare un volto che ricorda proprio l’attore pugliese. Diciamo una via di mezzo fra Carmelo Bene e il mostro di Frankenstein.

Il film è girato in uno stupendo bianco e nero molto contrastato che ricorda i film impressionisti e i quadri di Caravaggio, col personaggio che esce dall’oscurità. Lo scenario è fatto di paesaggi post industriali. Un’altra caratteristica è quella di introdurre presunti elementi tecnologici del tutto anacronistici nell’epoca in cui si svolge la storia, un po’ quello che si può leggere nella Lega degli Straordinari Gentlemen di Alan Moore e Kevin O’Neill.

Le versioni cinematografiche di Macbeth sono nove,

ma quattro sono quelle degne di menzione; innanzitutto la prima, quella di Orson Welles, del 1949. Come spesso gli accadeva, Welles aveva a disposizione un budget estremamente ridotto. Così mise prima in scena il Macbeth a teatro poi, con lo stesso cast filmò la tragedia in appena 25 giorni. Agli attori chiese di recitare con accento scozzese. Quando uscì il film, il produttore gli fece ridoppiare tutto il film con accento americano e l’accorciò di 20 minuti. Classico caso di genio incompreso.

Un altro genio che si cimentò con la tragedia shakespeariana fu il regista giapponese Akira Kurosawa, che ambientò il suo Macbeth nel Giappone medievale. Lo intitolò 蜘蛛巣城, ovvero Il castello della ragnatela, ma da noi è più conosciuto come Trono di sangue, del 1957. Kurosawa cambia alcune scene e alcuni dialoghi e lo gira utilizzando la tecnica espressiva del famoso teatro Nō giapponese. Questa è la versione cinematografica ritenuta universalmente la migliore.

Nel 1971 ci prova anche Roman Polanski. Dire che il film ebbe uno scarsissimo successo è riduttivo; in effetti fu un fiasco colossale. La critica si divise, ma la maggior parte delle critiche erano negative, venne giudicato inutilmente violento e ne venne cercato il motivo nella tragedia che aveva colpito il regista pochi anni prima. Solo ultimamente la critica lo ha parzialmente rivalutato, ma non è certo fra i migliori film di Polanski.

Nel 2015 esce il Macbeth di Justin Kurzel con Michael Fassbender. Altro film molto discusso, parzialmente amato dalla critica, ma snobbato dal pubblico, nonostante Fassbender. Ebbe numerose candidature per diversi premi, ma non ne ha vinto uno.

Ora abbiamo questa nuova versione di soli 50 minuti con Susanna Costaglione che, debitamente truccata da Carmelo Bene, interpreta Macbeth. Lady Macbeth è Irida Gjergji Mero, violinista, oltre che attrice. Abbiamo, infine, due uomini a interpretare Banquo e MacDuff, rispettivamente Claudio Di Scanno e Franco Mannella.

Qualsiasi esito abbia questo film ha perlomeno il merito di cercare di fondere arti diverse,

tanto che a volte non si sa se si tratti di un film o di video arte. Una buona rilettura di un classico che va per i 500 anni.

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