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Il padrino parte II

L’avventurosa Storia degli Oscar: Il Padrino – Parte II(’74)

Il secondo capitolo della saga di Francis Ford Coppola inaugura la legge del sequel, atipico come ci si aspetta da un film mitico.

“Gli farò un’offerta che non potrà rifiutare”.

Il Padrino – Parte II (The Godfather – Part II)

Regia: Francis Ford Coppola; soggetto: dal romanzo The Godfather di Mario Puzo; sceneggiatura: Francis Ford Coppola, Mario Puzo; fotografia (Technicolor): Gordon Willis; effetti speciali: A.D. Flowers,Joe Lombardi; scenografia: Dean Tavoularis, Angelo Graham, Joe Chevalier; costumi: Theodora Van Runkle; colonna sonora: Nino Rota, Carmine Coppola; canzoni originali: Francesco Pennino, Jerry Bock, Larry Holofcener, George Weiss; montaggio: Peter Zinner, Barry Malkin, Richard Marks; interpreti: Al Pacino (Michael Corleone), Robert Duvall (Tom Hagen), Diane Keaton (Kay Corleone), Robert De Niro (Vito Corleone), John Cazale (Fredo Corleone), Talia Shire (Connie), Lee Strasberg (Hyman Roth), Michael V. Gazzo (Frankie Pentangeli), G.D. Spradlin (senatore Pat Geary), Richard Bright (Al Neri), Gastone Moschin (Fanucci), Bruno Kirby Jr. (il giovane Clemenza), Frank Sivero (Genco), Francesca De Sapio (mamma Corleone da giovane), Morgana King (mamma Corleone), Marianna Hill (Deanna Corleone), Leopoldo Trieste (Roberto), Troy Donahue (Merle Johnson); produzione: Paramount Pictures/The Coppola Company; origine: USA – 1974; durata: 185′

Trama

La gioventù del primo Padrino, Don Vito (De Niro), giunto a New York da immigrato siciliano su una nave nel 1911, come tanti altri, in cerca di fortuna. In Italia, a Corleone, il gracile giovanotto Vito Andolini ha avuto tutta la famiglia sterminata dalla Mafia. Per la lettura sbagliata del passaporto, i doganieri lo registrano come Vito Corleone. Nel quartiere di Little Italy fa fortuna controllando il gioco d’azzardo e la prostituzione, sostituendosi ai camorristi che, fino a quel momento avevano imperversato. Quasi cinquant’anni più tardi assistiamo alle imprese di suo figlio Michael Corleone (Pacino). Nel 1958, alla comunione del suo primo figlio Anthony, Mike si rende conto che, dalla morte del padre, il bilancio degli affari di famiglia è decisamente in perdita (il fratello Fredo lo tradisce,il fiorente mercato cubano è crollato a causa della rivoluzione guidata da Fidel Castro, che ha deposto il dittatore filo-capitalista Batista per instaurare il comunismo e le attività della Famiglia sono sottoposte ad indagine da parte di una commissione d’inchiesta senatoriale). La seconda moglie Kay abortisce per non mettere al mondo altri figli in un ambiente pericoloso e incerto. Mike, spietato, la caccia via, fa uccidere il fratello e rimane solo, nella lussuosa villa alle porte di Las Vegas, Nevada.

Parte I e Parte II a confronto.

Il paragone fra due capolavori assoluti, così legati l’uno all’altro, è arduo ma doveroso. Prima di tutto analizziamo la narrazione: mentre Il Padrino  ha una struttura imponente, che si muove in una sola direzione a un ritmo cadenzato, il suo sequel è differente: due linee temporali parallele si snodano armoniose nel corso del film, in una struttura a spirale che si avviluppa intorno a due figure centrali che si stagliano maestose: Vito e Michael Corleone, interpretati da Robert De NiroAl Pacino. Due protagonisti entrambi giovani ma profondamente diversi tra loro. Il futuro Don Vito ha l’energia e l’audacia della gioventù (emblematica la scena dell’omicidio del Boss napoletano di Little Italy) che conferiscono al suo personaggio un alone romantico da Brigante d’altri tempi. Il suo obiettivo è la costruzione della Famiglia, basata su una fedeltà assoluta, un legame ancora più forte se possibile di quello del sangue. In Michael invece troviamo un uomo che, col proseguire della storia, diventa sempre più cinico e solo, giungendo perfino ad uccidere il proprio fratello dopo il suo tradimento, lasciandolo in vita fino alla fine del film solo per rispetto verso la madre . Il tradimento e i tempi che cambiano sono i temi centrali di questa seconda linea narrativa: non c’è spazio per il romanticismo o per l’affetto, neanche quello verso i familiari. Mentre ne Il Padrino la frase simbolo poteva essere:“È una questione di rispetto”, in questo secondo capitolo il motto cambia: “È una questione di affari” sentiamo dire da Michael. C’è una spersonalizzazione del crimine, privato di ogni possibile oleografia: La Famiglia diventa una multinazionale qualsiasi, con un suo apparato manageriale votato ad un unico fine: il profitto. “I nostri uomini non stanno con noi per lealtà ma per quattrini” è la triste realtà constatata da un Michael Corleone sempre più potente, ma oppresso dai sacrifici e dalla solitudine che le sue responsabilità di capofamiglia e Padrino comportano.

Il padrino parte II
La solitudine del Padrino.

Il commento del Redattore

L’offerta irrinunciabile del sottotitolo è quella presentata dalla Paramount a Francis Ford Coppola, per dirigere in prima persona Il Padrino – Parte II. Il regista si presenta alla serata degli Oscar con 2 film, di cui è anche autore e produttore: uno è quello che vuole fare, l’altro è il compromesso con l’industria cinematografica. Il primo è La Conversazione, geniale e sottovalutata storia a base di microspie e intercettazioni ambientali con l’investigatore Harry Caul-Gene Hackman coinvolto in un complotto che lo porta a smontare il suo appartamento pezzo per pezzo in cerca di cimici. La Conversazione piace a Cannes e vanta segnalazioni di peso (film, sceneggiatura e suono), non vince nulla ma consolida la reputazione di Coppola. Il secondo, visto il risultato suona strano dirlo, è appunto il Padrino Parte II. Al contrario di molti seguiti, che risultano deludenti rispetto all’originale, la Parte II è un’opera molto più ambiziosa della precedente, con un budget doppio rispetto al primo film (13 milioni di dollari, comunque sforato) e si vede assegnare sei statuette: ben tre al suo demiurgo, solo o in compagnia (film, regia, sceneggiatura) il quale si toglie la soddisfazione della doppia nomination contemporanea per il miglior film e per il copione, cosa mai avvenuta nella Storia degli Oscar. Gli altri premi vanno alle scenografie di Dean Tavoularis e al musicista di fiducia di Federico Fellini Nino Rota, coadiuvato per l’occasione dal padre del regista, Carmine. Il sesto Oscar infine elegge come miglior attore non protagonista lo straordinario Robert De Niro (fatto esordire da Roger Corman ne Il Clan dei Barker del 1970 e notato da Coppola in Mean Streets di Martin Scorsese, ambientato anch’esso a Little Italy) che riesce nell’impresa di non far rimpiangere Brando nel ruolo del giovane Vito Corleone. Per tutta la durata del film De Niro si esprime solo in dialetto, che è andato a studiarsi in Sicilia per sei mesi. La rivista Time lo ribattezza il “camaleonte tranquillo” e spiega che “De Niro studia un ruolo come un agente del controspionaggio studia la nuova identità da assumere”. Nel corso della carriera, l’attore darà prova della sua capacità di immedesimazione più volte, da alfiere del metodo Stanislavsky. L’incasso al botteghino è molto inferiore rispetto al primo capitolo, forse anche a causa dei dialoghi, parlati per un terzo in siciliano stretto e appesantiti negli USA dagli inevitabili sottotitoli, non così necessari per un pubblico italiano; la pellicola tuttavia si dimostra comunque un buon affare, fruttando al solo Coppola – cui tocca una percentuale sugli incassi – 7 milioni di dollari. L’Oscar onorario gratifica quell’anno il lavoro di due leggendari registi: il francese Jean Renoir e il grande vecchio Howard Hawks, premiato dall’amico John Wayne.

Voto: 9 su 10

 

 

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