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- La recensione

La tragedia della schiavitù dal punto di vista di un uomo che perde la propria libertà a causa di un raggiro: crudeltà e violenza negli Stati Uniti che si preparano alla Guerra Civile

12 Anni Schiavo
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La storia vera di Solomon Northup, che nel 1841, nonostante fosse un uomo libero, venne rapito e portato in una piantagione di cotone in Louisiana come schiavo, per rimanerci fino al 1853. Tutta colpa delle diverse leggi che regnavano negli Stati americani, per cui a Washington (dove avvenne il rapimento) la schiavitù era legale, a differenza di quello che succedeva a New York, città in cui viveva normalmente Northrup. Responsabili dei dodici anni di schiavitù dell’uomo furono due bianchi, che con l’inganno lo portarono nella capitale americana e poi lo privarono dei documenti che provavano il suo status di uomo libero.
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12 Anni Schiavo (12 Years a Slave)

Regia: Steve R. McQueen; soggetto: dall’omonimo libro autobiografico di Solomon Northup; sceneggiatura: John Ridley; fotografia: Sean Bobbitt; scenografia: Adam Stockhausen; costumi: Patricia Norris; trucco: Ma Kalaadevi Ananda; colonna sonora: Hans Zimmer; effetti speciali: David Nash; montaggio: Joe Walker; interpreti: Chiwetel Ejiofor (Solomon Northup), Michael Fassbender (Edwin Epps), Benedict Cumberbatch (William Ford), Paul Dano (John Tibeats), Paul Giamatti (Theophilus Freeman), Brad Pitt (Samuel Bass), Lupita Nyong’o (Patsey), Alfre Woodard (Harriet Shaw), Sarah Paulson (Mary Epps); produzione:  Brad Pitt, Dede Gardner, Jeremy Kleiner, Bill Pohlad, Steve McQueen, Arnon Milchan, Anthony Katagas per Plan B Entertainment, New Regency Pictures, River Road Entertainment, Summit Entertainment; origine: USA/Regno Unito – 2013; durata: 134′.

Trama

Stati Uniti, 1841. A Saratoga Springs, nello Stato di New York, Solomon Northup (Chiwetel Ejiofor), talentuoso violinista di colore vive con la moglie Anne e i due figli Margaret e Alonzo. Ben vestito e acculturato, viene avvicinato da due sedicenti impresari che lo allettano con la prospettiva di un impiego ben remunerato a Washington. Giunto nella capitale però viene drogato dai due malfattori, imprigionato e frustato senza pietà. Privato dei documenti che lo identificano come uomo libero, è ribattezzato “Platt”, viene deportato in Louisiana e venduto come schiavo. Cambia padrone tre volte, ma principalmente si ritrova a lavorare per Edwin Epps (Fassbender), ricco quanto spietato proprietario di una sterminata piantagione di cotone, il quale brutalizza senza pietà uomini e donne obbligati a lavorare come schiavi e trattati alla stregua di animali. Per dodici anni Solomon è costretto a mortificarsi e umiliarsi pur di sopravvivere, nascondendo la propria cultura ma confrontandosi col padrone in difesa della dignità dei suoi compagni di sventura. Dopo tanto tempo la speranza di ritrovare la libertà si riaccende grazie all’incontro con l’abolizionista canadese Samuel Bass (Pitt). Costui prende a cuore la causa dell’uomo e riesce a rintracciarne la famiglia, grazie alla quale egli viene identificato e finalmente liberato nel 1853. Tornato a casa riabbraccia i due figli e un nipotino, nato dalla figlia che l’ha chiamato come il nonno scomparso. Negli anni successivi Solomon intraprende una battaglia legale contro i rapitori senza tuttavia avere successo e si impegna attivamente nella causa abolizionista, ricordando la sua triste storia nell’autobiografia dalla quale il film è tratto.

Una storia kafkiana

Steve McQueen, omonimo del più illustre attore prematuramente scomparso, è sempre stato un regista coraggioso, capace di affrontare tematiche scabrose come l’universo carcerario (Hunger, 2008) e la dipendenza sessuale (Shame 2011). le caratteristiche ricorrenti dei suoi personaggi sono l’alienazione e lo svilimento dell’essere umano, sottoposto a torture fisiche e psicologiche che tentano di privarlo del proprio spirito e della sua dignità. Grazie a un team di produttori illuminato, capeggiato da Brad Pitt (che questa volta si riserva un ruolo importante nella pellicola, senza limitarsi a restare dietro le quinte) McQueen presenta un’autobiografia che si dipana come un susseguirsi ininterrotto di orrori e sevizie, esibiti sullo schermo con raggelante precisione, senza risparmiare allo spettatore neanche il dettaglio più cruento. 12 Anni Schiavo rappresenta il punto di arrivo di un orrore con cui L’America ha deciso di fare i conti. Non ha i toni solenni ed ispirati del Lincoln di Steven Spielberg, nè il virtuosismo iconoclasta del Tarantino di Django Unchained, ma con la sua sincerità un po’ manichea conquista e disturba il pubblico, costringendolo a riflettere. La pellicola lascia volutamente fuori le dissertazioni filosofiche sull’uguaglianza, che sono limitate ad un confronto dialettico tra Edwin Epps e Samuel Bass al centro del film e alle didascalie finali, privilegiando la potenza delle immagini, grazie all’uso insistito di inquadrature fisse e piani sequenza che lasciano davvero poco all’immaginazione. La scelta del cast è indovinata, a partire da quella di caratteristi di lusso come Paul Giamatti, senza dimenticare Chiwetel Ejiofor che ha esordito in un altro film di denuncia, Amistad (ancora una volta di Spielberg) e che qui si dimostra interprete maturo e capace (nominato ai Golden Globe e agli Oscar, vince il BAFTA Award come attore protagonista) e il perfido schiavista Michael Fassbender. Con un incasso globale di 175 milioni di dollari (di cui quasi un terzo negli Stati Uniti) 12 Anni Schiavo vince il Golden Globe come miglior film drammatico e si presenta al Dolby Theatre di Los Angeles con 9 candidature agli Oscar.

12 Anni Schiavo

Il racconto del redattore

Per la seconda volta la kermesse hollywoodiana viene introdotta da Ellen DeGeneres e la rosa dei finalisti promette scintille. Il grande favorito dell’annata è un film di fantascienza sperimentale e rischioso: Gravity del messicano Alfonso Cuaròn, capace in poco più di 90 minuti di sbalordire pubblico e critica con soli 2 attori principali (Sandra Bullock e George Clooney, che scompare dopo 20 minuti), inquadrati per quasi tutto il tempo all’interno di moderne tute spaziali. Dotato di effetti speciali di prim’ordine, si tratta di un film certamente memorabile, nel quale la protagonista Sandra Bullock dimostra la propria crescita come interprete tenendo alta la tensione dall’inizio alla fine: James Cameron arriva a definirlo il miglior space movie mai realizzato e appaiono quindi meritati i 7 Oscar vinti su 10 nomination, per regia, fotografia,montaggio,effetti speciali, sonoro, montaggio sonoro e colonna sonora. Alla pari del film di Cuaron con 10 candidature troviamo il raffinato American Hustle – l’apparenza inganna,ambientato negli anni ’70 e diretto da David O. Russell. Pur potendo contare su attori sulla cresta dell’onda, come Bradley Cooper, Christian Bale (ingrassato e reso irriconoscibile dal trucco), Jennifer Lawrence, Amy Adams e perfino su un cameo finale di Robert De Niro il film non raccoglie neppure un premio. Stessa sorte per The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese: le 5 nomination vanno a vuoto e a farne le spese è soprattutto Leonardo DiCaprio, sconfitto sul filo di lana da Matthew McConaughey malato di AIDS in Dallas Buyers Club che vince anche per l’attore non protagonista Jared Leto e per il trucco. Quattro segnalazioni e nessun premio per il commovente Philomena nel quale Judi Dench è protagonista indiscussa, mentre il controverso e geniale Her di Spike Jonze nel quale Joaquin Phoenix s’innamora di un’intelligenza artificiale dalla voce suadente si Scarlett Johansson, isolandosi dalla realtà, vince per la sceneggiatura originale. Sono sei invece le nomination infruttuose di Nebraska, film sulla senilità  di Alexander Payne, come sei sono le vane segnalazioni per Captain Phillips – Attacco in mare aperto del britannico Paul Greengrasssu una nave che porta aiuti ai paesi del terzo mondo sequestrata dai pirati al largo della Somalia, che può contare sul capitano coraggioso Tom Hanks. La serata si conclude con la vittoria di 12 Anni Schiavo, dichiarato miglior film e insignito anche dei premi per la sceneggiatura  non originale (un po’ a sorpresa, c’erano forse opere più meritevoli in concorso) e l’attrice non protagonista Lupita Nyong’o, keniota naturalizzata messicana. Migliore attrice protagonista dell’anno è una nevrotica e manipolatrice Cate Blanchett nel film di Woody Allen Blue Jasmine. Frozen – il regno di ghiaccio, l’ultimo nato di casa Disney, riceve l’Oscar per il miglior film d’animazione e alla miglior canzone, la celebre Let it go cantata da Idina Menzel (vedi il filmato in alto). Per l’Italia è una grande annata: a 15 anni di distanza dall’entusiasmante scalata all’Oscar di Roberto Benigni, La grande Bellezza vince come miglior film straniero. La storia narrata ruota intorno alla figura dello scrittore gaudente Jep Gambardella – un beffardo Toni Servillo – immerso nel decadentismo della Roma odierna, popolata da saltimbanchi, politicanti ipocriti, portaborse, ruffiani e mezze calze, come direbbe Francesco Guccini. Autore e regista del film è il napoletano Paolo Sorrentino, come al solito molto scaltro nello spargere qua e là alate metafore e ispirate allegorie che affascinano il pubblico soprattutto straniero, ammaliandolo grazie al fascino di quel che resta della Dolce Vita felliniana.

Il nostro voto

In conclusione su

Potente e aspro, 12 Anni Schiavo s’impone come miglior film agli Oscar 2014. Una scelta forse dettata dal rimorso, ma non priva di motivazioni. A McQueen si può imputare un compiacimento eccessivo nel mostrare una violenza e una crudeltà inusitate per il grande schermo. Chi lo taccia di superficialità però non tiene conto dell’uso competente del mezzo cinematografico: il regista non sale in cattedra a dare lezioni di tolleranza, ma mette di fronte lo spettatore alle atrocità della schiavitù senza mezze misure, alimentandone il disagio e suscitandone la ribellione.

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Potente e aspro, 12 Anni Schiavo s’impone come miglior film agli Oscar 2014. Una scelta forse dettata dal rimorso, ma non priva di motivazioni. A McQueen si può imputare un compiacimento eccessivo nel mostrare una violenza e una crudeltà inusitate per il grande schermo. Chi lo taccia di superficialità però non tiene conto dell’uso competente del mezzo cinematografico: il regista non sale in cattedra a dare lezioni di tolleranza, ma mette di fronte lo spettatore alle atrocità della schiavitù senza mezze misure, alimentandone il disagio e suscitandone la ribellione.

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