Kill Bill: The Whole Bloody Affair unisce il Volume 1 e il Volume 2 in un solo film, una versione integrale che arriva in sala nel modo in cui Quentin Tarantino l’aveva originariamente concepita più di vent’anni fa, senza censure e con un’estensione della sequenza animata dedicata alle origini di O-Ren Ishii. Al cinema dal 28 maggio al 3 giugno.
Kill Bill: genesi e successo
La genesi di Kill Bill è storia nota: in Pulp Fiction, Mia Wallace (interpretata da Uma Thurman) racconta al Vincent Vega di John Travolta in cosa consisteva il pilot della serie tv morta sul nascere a cui ha preso parte, elencando una gamma di bizzarri personaggi femminili le cui descrizioni oggi ci suonano vagamente familiari. È proprio sul set del secondo film di Tarantino che al regista e alla sua musa ispiratrice viene l’idea per il personaggio della Sposa, piantando così il seme che diversi anni dopo si trasformerà in una sceneggiatura.

Una sceneggiatura piuttosto lunga. Tarantino gira la sua epopea sulla vendetta mischiando alto e basso, samurai e cowboy, film d’exploitation e Kung Fu. Siamo agli inizi degli anni 2000 e il suo nome, dopo tre lungometraggi e diversi script firmati, è ancora tra i più in voga nel panorama cinematografico. Ma il nome del regista, insieme allo star power della Thurman, può bastare a convincere gli spettatori ad affollare le sale per un film di genere di oltre quattro ore? Questo dubbio dev’essere balenato in testa ai vertici della Miramax, che convincono/obbligano Tarantino a dividere il film in due Volumi, distribuiti in sala a distanza di sei mesi l’uno dall’altro, ottenendo in questo modo un meno imprevedibile successo commerciale.
La soluzione di separare le due metà di Kill Bill probabilmente non è pesata in modo eccessivo al regista, che aveva comunque concepito una struttura composta da due blocchi distinti: la prima parte, più elettrizzante ed “essenziale”, è contrapposta a un secondo tempo più riflessivo e crepuscolare. La visione unitaria conferisce un respiro più epico a tutta la vicenda, anche se sperimentare in modo così ravvicinato la differenza di ritmo tra i due Volumi fa capire perché all’epoca sia stata presa quella decisione. Nel 2003, in un’ideale versione lunga, un rassegnato Tarantino avrebbe probabilmente tagliato qualcosa dalla seconda parte, in particolare la visita della protagonista al personaggio di Esteban Vihaio.

Kill Bill: il Tarantino più libero e divertito
Kill Bill probabilmente non è il film più maturo dell’autore, ma rappresenta quasi certamente l’apice del suo tocco creativo. Non è un segreto che si basi su diverse opere preesistenti care a Tarantino, che come al solito ha potuto dare sfogo al suo spirito citazionista. Mettere in un frullatore tante ispirazioni così diverse tra loro confezionado un film che riesca a risultare comunque unico e originale non è scontato, è qui che si vede il talento dello chef. Il divertimento di Tarantino nel giocare liberamente con il medium cinematografico attraverso omaggi, trovate di regia e di montaggio, sequenze animate e uso della colonna sonora è palpabile come non mai.
Il regista riesce così a delineare un mondo assurdo abitato da personaggi memorabili, un universo narrativo che è allo stesso tempo ancorato alla realtà e puro B-movie, dissonante e persino ridicolo, ma stranamente credibile. In questo senso non è da sottovalutare l’utilizzo della violenza, già cruda in Le Iene e più stilizzata in Pulp Fiction, che qui assume contorni iperbolici e (im)morali (because it’s so much fun, jan!), ma anche la solita maestria di Tarantino nello scrivere i dialoghi così riconoscibili, tanto che in nove casi su dieci verrebbe naturale immaginarseli pronunciati dalla sua voce.

Kill Bill, al pari di altri lavori del regista, ha a sua volta generato emuli e ispirato non poche opere in molti modi. In pochi però sono riusciti a penetrare nella cultura pop con la stessa profondità. Oggi, in attesa che il regista si decida a girare il suo decimo (e, per scelta, ultimo) film, attorno al nome di Tarantino orbitano polemiche che lui stesso ha contribuito a creare. Guardare sul grande schermo Kill Bill: The Whole Bloody Affair è un buon modo per ricordare a sé stessi quanto questo regista abbia segnato e continui a segnare il cinema contemporaneo, scacciando via i tentativi di rivalutarlo in negativo con motivazioni extra-cinematografiche.
