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Intervista col nuovo papa: John Malkovich

Diffondiamo, come già altre volte, un’intervista del quotidiano El País. Questa volta l’intervistato è John Malkovich, coprotagonista con Jude Law della serie The New Pope di Sorrentino e più attivo che mai al cinema

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“Ultimamente ho fatto sette film, cinque serie, tre concerti e uno spettacolo nel West End”.

Per avere 66 anni suonati non c’è male e proprio dall’età parte l’intervista di Pablo Ximénez De Sandoval, giornalista del quotidiano spagnolo.

P – È così che si immaginava di essere alla sua età? Impegnato come mai?

M – No, non lo avrei mai detto; soprattutto non avrei mai creduto di arrivare a 66 anni.

P – Perché?

M – Soprattutto perché nella mia famiglia sono morti tutti molto giovani; mio padre morì a 53 anni, mio fratello a 59, mia sorella a 53, tutti d’infarto e un’altra sorella a 50 di tumore. Sono tanti. Ma non sono ossessionato dalla morte. Ho avuto una vita stupenda così, se non arrivo a domani, va bene lo stesso.

P – Cosa ha pensato quando le hanno proposto di fare il papa in The new pope?

M – Mi è subito interessato perché mi piace molto la serie, il cinema di Sorrentino e il suo modo di girare. È intelligente e fa film bellissimi. Sono stato contento che me lo abbiano proposto, anche se non è un tema che mi interessi particolarmente. Non sono cattolico e nemmeno religioso. Sono ateo.

P – Cosa cercano i registi quando chiamano John Malkovich?

M – Chi lo sa? Quando lessi Essere John Malkovich, lo avrei voluto dirigere, ma non volevo recitare in un film che si chiamava così. Potevano chiamare William Hurt, Sean Penn o Kevin Kline. Perché avrebbe dovuto essere su di me? Non ho nulla di interessante che mi distingua da chiunque altro. Non ne ho idea. Bisognerebbe chiederlo a un regista o uno sceneggiatore. Per esempio, la gente mi avverte come una persona fredda, mentre non lo sono affatto. Mi vedono come un intellettuale e non potrei essere più lontano dalla definizione di “intellettuale”. Non sono un aristocratico. Sono un bambino grassoccio di un paese minerario dell’Illinois. Non sono Re Carlo, non sono il visconte di Valmont, né un assassino, né nessuno dei personaggi che ho interpretato. Non sono nemmeno John Malkovich. La maggior parte delle cose che la gente pensa di me sono solo cose che rappresento.

P – Continuano ancora a prenderla in giro per Essere John Malkovic, dopo vent’anni?

M – Sì, lo sapevo che c’era questo rischio, ma sono contento di averlo fatto. Conosco un sacco di barzellette su Malkovich, come questa: mi incontro con Charlie Kaufman, lo sceneggiatore del film, in un ristorante di New York. Quando ci lasciamo mi dice: “Voglio che tu sappia che sono un tuo fan”. “Tranquillo,” gli rispondo “ho letto il copione”.

P – Un film del genere deve cambiare il modo di relazionarsi.

M – Perché la gente, a quel punto, crede di conoscerti davvero. Ma recitavo solo un ruolo, come Cameron Diaz, John Cusack e Catherine Keener. Non aveva nulla a che vedere con me stesso, ma questa è la genialità di Charlie Kaufman e di Spike Jonze. È un’idea. E questa idea deve essere, non so, qualcosa di interessante su come sono io, qualcosa che nessuno conosceva. In realtà io sono come chiunque altro.

P – Perché non le fanno mai recitare la parte dell’eroe?

M – Alla gente non interessa che lo faccia. Nel 2014 ho fatto un film che si chiama Cut bank. Non lo ha visto nessuno. Interpretavo uno sceriffo che odia la violenza. Non interessò a nessuno. Non mi ha messo in crisi.

P – Vogliono il tipo contorto con lo sguardo intelligente, complesso e pericoloso.

M – Sì, vogliono un’altra cosa e mi pare giusto. Sono loro che pagano. L’anno scorso ho fatto un detective belga, un guardaboschi trafficante di metamfetamina, il Papa, lo scienziato di Space Force, un personaggio che somiglia a Harvey Weinstein, un assassino, due volte un oligarca, uno dei fratelli Koch e il personaggio di un romanzo argentino che crede che i ciechi dominino il mondo. Non ho la minima idea del perché mi scelgano per un certo genere di ruolo.

P – Una domanda tecnica: come cura la sua voce?

M – Ora va molto meglio perché ho smesso di fumare da qualche anno e bevo molto meno. Bevo solo vino rosso e i tannini fanno bene alla voce. Poi ho una voce forte, resiste in maniera naturale.

P – Lei ha avuto un posto in prima fila per vedere le conseguenze del #MeToo a Hollywood. Ha partecipato a un film di Louis C. K., I love your daddy, che è stato condannato prima di nascere per le accuse che sono state fatte su di lui. Cosa ne pensa?

M – Il film era molto bello e ha funzionato molto bene al festival di Toronto. Mi dispiace per il film. Caravaggio ha ucciso una persona; dovremmo bruciare i suoi quadri? comunque è una questione molto complessa. Dovremmo bruciare i libri di uno scrittore perché è un poco di buono? Dovremmo bruciare i quadri di un pittore omofobo? Preferirei fare quello che ha fatto Roberto Bolaño con La letteratura nazista in América, parlarne. L’opera è parte della persona intera. Ti può piacere o no. Nello stesso tempo è profondamente giusto ripudiare la violenza, l’abuso e tutte queste cose. È difficile giudicare. La storia è un pendolo, una volta va da una pare, una volta dall’altra.

Che ne pensi dell’entrata di John Malkovich nel cast di The New Pope?
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