Appena uscito in sala I figli del Fiume Giallo, ultimo film di Zhao Tao, in concorso a Cannes 2018: una gangster story made in China

La cinematografia cinese ha grandi aspettative; per questo presenta i suoi film a Cannes, che è, di fatto, il più grande mercato cinematografico del mondo. Lo scorso anno, a Cannes, c’erano tre film cinesi, quest’anno cinque.

江湖儿女, traslitterato Jiānghú érnǚ, che è stato tradotto – pare – correttamente in I figli del Fiume Giallo era in concorso nel 2018. Il film è stato paragonato a quelli del neorealismo italiano perché, se nel neorealismo in primo piano stava la società italiana del dopoguerra, la grande protagonista di questo film è la società cinese del nuovo millennio, ossia i cambiamenti sociali ed economici che sono intervenuti in meno di vent’anni. Questa attenzione a testimoniare fedelmente la realtà cinese ha procurato, in passato, al regista Jia Zhangke, uno dei registi di spicco della moderna cinematografia cinese, difficoltà con la censura; nonostante questo è riuscito a dirigere nove film in venti anni, non pochi, se si pensa che Moretti ne ha fatti 13 in 45 anni.

La protagonista è Quiao, interpretata da Zhao Tao, moglie del regista e sua attrice culto, un po’ come Uma Thurman lo è per Tarantino e, infatti, la vediamo esordire nel film con un caschetto nero, forse proprio in omaggio a Pulp Fiction. Quiao è la moglie di un mafioso di media importanza che, dopo essere stata in carcere, si deve reinventare in un paese che cambia e che minaccia di divorarla. La Cina ha modificato il suo piano di crescita verso un sistema economico, di fatto, capitalista che ha esaltato la corruzione istituzionale e morale che, pur essendo una malvivente, disorienta e mette in difficoltà la povera Quiao. Il paesaggio umano è desolante, ma glamourous, fatto di karaoke, discotece, casinò e via dicendo.

La Cina è un paese dai forti contrasti, basta leggere un qualsiasi libro cinese moderno per capire che modernità e tradizioni millenarie continuano a coesistere; in mezzo ci si è inserito un tentativo di comunismo che, formalmente, è ancora la direzione politica del paese e questo dà un’idea dello straniamento che si può provare vivendo in un paese simile. E questo è il film: Quiao è sballottata in questo strano mondo, alla ricerca di una stabilità ardua da trovare. Ci sono molti elementi tipici del cinema classico di Hong Kong, che ormai è parte integrante della Cina: la gangster story, il mondo contraddittorio e l’immancabile melò; ma anche del cinema occidentale, a partire dalle suggestioni tarantiniane.

La pellicola inizia con un formato 4:3, forse per simboleggiare il carcere, poi si allarga in un 16:9, nel quale la donna cerca la sua libertà; ma forse è anche un metafora dell’ampiezza di intenti del regista.

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