Ritorno a Buenos Aires non racconta alla lettera la vita di Marco Bechis, ma nasce da un’esperienza che il regista conosce in prima persona. Bechis fu sequestrato dalla dittatura militare argentina nel 1977, detenuto e torturato; il protagonista Mariano Guerra è invece un personaggio di finzione interpretato da Adriano Giannini. Lo stesso regista ha precisato che nel film «non c’è la mia storia», pur riconoscendo diversi punti di contatto con il proprio passato.
Il film, in sala dal 17 settembre 2026 con Fandango, segue Mariano quando torna a Buenos Aires nel 2008, dopo trentatré anni trascorsi in Italia, per testimoniare contro gli ex militari responsabili del suo sequestro e delle torture subite durante la dittatura.
| Film | Ritorno a Buenos Aires |
| Regia | Marco Bechis |
| Protagonista | Adriano Giannini |
| Uscita italiana | 17 settembre 2026 |
| È una storia vera? | Non è autobiografico, ma è radicato nell’esperienza reale di Bechis |
| Durata | 105 minuti |
Ritorno a Buenos Aires è autobiografico?
No, non in senso stretto. Mariano Guerra non è semplicemente Marco Bechis con un altro nome. Il regista ha spiegato all’ANSA che la vicenda del film non coincide con la propria biografia, ma contiene elementi di contatto con ciò che ha vissuto durante la repressione argentina.
La distinzione è importante: il film usa una storia di finzione per affrontare la condizione del sopravvissuto, il senso di colpa e il ritorno davanti agli uomini responsabili della violenza. È quindi più corretto parlare di film ispirato a un’esperienza reale che di ricostruzione autobiografica.
Cosa è successo davvero a Marco Bechis nel 1977?
Nel 1977, durante la dittatura militare argentina, Marco Bechis venne sequestrato a Buenos Aires. L’ANSA ricostruisce il suo arresto nell’aprile di quell’anno, quando aveva 21 anni, e la detenzione nel centro clandestino Club Atlético.
Bechis subì violenze e torture e riuscì infine a lasciare l’Argentina grazie anche alla cittadinanza italiana. Da allora quella esperienza è rimasta una parte centrale del suo rapporto con il cinema e con la memoria della dittatura.
Il regista ha già affrontato quel trauma in opere precedenti, soprattutto Garage Olimpo e Hijos – Figli. Con Ritorno a Buenos Aires il punto di vista cambia: al centro non c’è soltanto la prigionia, ma ciò che accade decenni dopo a chi è sopravvissuto.
Chi è Mariano Guerra e cosa ha in comune con Bechis?
Mariano Guerra è un medico italiano interpretato da Adriano Giannini. Nel 2008 torna in Argentina per testimoniare al processo contro gli ex militari che lo sequestrarono, torturarono e ridussero in schiavitù durante la dittatura. Fandango presenta proprio questo ritorno come il cuore del film.
Il legame con Bechis è evidente nella condizione di sopravvissuto e testimone. Anche il regista ha raccontato di essere stato chiamato a testimoniare nei processi legati ai crimini della dittatura. La sceneggiatura, però, costruisce intorno a Mariano una vicenda autonoma, compreso il peso delle scelte compiute sotto tortura.
Il libro di Bechis ha contribuito alla nascita del film
Un altro elemento reale entra direttamente nella genesi del progetto. Bechis ha spiegato a la Repubblica che il libro La solitudine del sovversivo, pubblicato nel 2021 e basato sulla sua esperienza, gli ha dato l’idea per la sceneggiatura.
Questo rende il rapporto tra realtà e finzione ancora più netto: il punto di partenza è autobiografico, ma il film non vuole ricostruire in modo documentaristico ciò che accadde al regista. Usa invece quella conoscenza diretta per interrogarsi su memoria, colpa e sopravvivenza.
Perché Mariano torna dopo 33 anni?
Nella storia ufficiale distribuita da Fandango, Mariano ha vissuto in Italia per trentatré anni. Torna a Buenos Aires perché deve deporre in un processo contro gli ex militari. Negli alloggi del Ministero della Giustizia incontra altri sopravvissuti e persone che hanno condiviso la prigionia.
Il processo riapre così ciò che sembrava sepolto. Il film non tratta il ritorno come una vendetta, ma come un confronto con la domanda più difficile: cosa significa essere rimasti vivi quando altri non lo sono?
È un tema che avevamo già segnalato nel nostro approfondimento sui cinque film italiani in concorso a Venezia 83, dove Ritorno a Buenos Aires emergeva come il titolo con l’impianto storico e politico più netto.
Il film è stato girato davvero a Buenos Aires?
Non interamente. Le riprese hanno coinvolto anche Torino e il Brasile. La produzione ha trasformato, tra gli altri luoghi, l’aula bunker del carcere delle Vallette in un tribunale argentino. Il film diventa quindi un “ritorno” anche attraverso luoghi ricostruiti lontano dalla città evocata dal titolo.
Per trama, cast e data di uscita puoi consultare anche la nostra guida a tutti i film in arrivo nella settimana del 17 settembre, che include la scheda di Ritorno a Buenos Aires.
Le fonti sulla storia reale
La scheda ufficiale Fandango conferma trama, cast e uscita italiana del 17 settembre 2026. La Biennale di Venezia riporta produzione, durata e dati del film.
Per il rapporto con la vita del regista sono invece decisive le dichiarazioni raccolte dall’ANSA: Bechis chiarisce che il film non è la sua storia, pur nascendo da una vicenda che conosce direttamente.
La risposta, quindi, è questa: Ritorno a Buenos Aires non è una storia vera nel senso di una biografia fedele, ma la sua materia emotiva e storica nasce dal sequestro, dalla detenzione e dall’esperienza di sopravvissuto vissuti realmente da Marco Bechis durante la dittatura argentina.