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Villetta con ospiti: immagine fedele dell’Italia di oggi

Un film cattivo, ambientato nell'ormai paradigmatico nord est italiano. Un film dove tutti, o quasi, i personaggi sono ancora più cattivi del film. Purtroppo, un'immagine fedele dell'Italia di oggi

Questo film lo potrebbe aver girato Ken Loach e sappia il regista De Matteo, tante volte ci leggesse, che gli sto facendo un gran complimento. Villetta con ospiti ricorda un po’ anche alcuni bei film italiani, come Signori e signore di Pietro Germi, Il capitale umano di Paolo Virzì e Il commissario Pepe di Ettore Scola, con Ugo Tognazzi, forse meno noto ma che, per motivi di omonimia, mio padre mi ha consigliato.

Siamo nella profonda provincia del profondo nord est. Il film è stato girato a Bassano del Grappa, ma potrebbe essere ovunque. Tutti hanno qualcosa da nascondere ma, ovviamente, tutti sanno tutto di tutti: amanti, alcolismo e dipendenze varie, la polizia è corrotta, il prete se la spassa con le parrocchiane e, siccome siamo nel cattolicissimo nord est, non tutte sono ultraottantenni come da noi in Toscana. Ci sono, come dappertutto, i famosi immigrati, grazie ai quali Salvini ha avuto il suo momento di gloria, ma sembra che ormai, col suo mantra, abbia rotto le scatole perfino ai suoi sostenitori. Nel nostro caso sono rumeni: Sonia, la bravissima Cristina Flutur, direi la miglior attrice di tutto il film, suo fratello Ilia, losco trafficante in combutta con la polizia corrotta, e suo figlio Adrian, rancoroso per come vengono trattati gli stranieri, ma un bravo ragazzo. E siccome è anche un bel ragazzo è corteggiato abbastanza scopertamente da Beatrice, figlia di Diletta, ricca erede di una casa vincola e di Giorgio, suo marito, un romano trapiantato, che poi sarebbe Marco Giallini.

Piccola parentesi su Giallini. Giallini ha il phisique du rôle del villain: alto (gli attori bassi di solito fanno i comici), con la barba, la voce roca, il viso segnato, eppure rimane immancabilmente, incredibilmente simpatico. Beh, in questo caso no, riesce a essere veramente odioso. Oltretutto ha i capelli tinti di un nero improbabile; in un primo momento ci si chiede se i truccatori del film non avessero trovato davvero nulla di meglio, poi ci si rende conto che è voluto: si vuol far vedere che è un signore di mezza età che vuol sembrare giovanile, tingendosi i capelli. Altra cosa che, all’inizio, viene percepita come strana è che don Carlo, ossia Vinicio Marchioni, sembri appena uscito dall’estetista; quando si sa cosa combina con le parrocchiane si capisce anche quello. Un dubbio su Erika Blanc, sempre bella, che fa l’anziana mamma di Diletta: le labbra le ha rifatte per davvero o è stata solo una esigenza del copione?

Una sera, mentre Giorgio è con l’amante e Diletta si è assopita, ben imbottita di tranquillanti, Adrian, invitato dalla ragazza, va di nascosto a far visita a Beatrice. Quando se ne sta andando, il rumore sveglia di soprassalto Diletta che gli spara con la pistola – illegale – di Giorgio, procuratagli dal commissario Panti, ossia il poliziotto corrotto, e lo uccide. La versione ufficiale sarà che Adrian è andato a rubare e Diletta, per legittima difesa, altro mantra di Salvini, lo ha ucciso. Non credo di aver spoilerato nulla, tanto chiunque sarebbe arrivato alla stessa conclusione.

Si può pensare che De Matteo, che è romano, stia calunniando il nord. In realtà è una storia che sarebbe potuta succedere ovunque, magari al nord è solo più verosimile. Oltre alla bella sceneggiatura, scritta dal regista assieme a Valentina Ferlan, veneta, che ha già collaborato con De Matteo, vanno lodate la regia che, al contrario della maggior parte dei film italiani, esiste e la fotografia di Maurizio Calvesi.

Dunque, Villetta con ospiti è un film senza pietà, ma verosimile o forse senza pietà perché verosimile. Come accade anche in alcuni film di Ken Loach, i personaggi non hanno la minima sfumatura di grigio: o sono bianchi o sono neri; questo manicheismo nell’assegnazione dei ruoli può essere un limite da un punto di vista narrativo, ma a volte è bene essere chiari. Altrimenti si farebbe presto a tifare per Giallini.

Un film che ricorda quelli di Ken Loach e rievoca grandi film italiani, anche degli ultimi anni, come Il capitale umano di Virzì. Una regia potente, una bella sceneggiatura, una fotografia suggestiva e un cast eccezionale. Un film che fa pensare e che fa paura, paura perché ritratto fin troppo fedele dell’Italia di oggi.

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