Steven Soderbergh snobba le mayor hollywoodiane per girare il suo primo horror con l’ausilio di 4 iPhone 7 Plus, dotati di una app, il FiLMiC Pro e servendosi di alcune lenti ausiliarie.

Sawyer Valentini, interpretata da Claire Foy, è una giovane vittima di stalking che abbandona Boston per farsi una nuova vita in Pennsylvania. Purtroppo il lavoro non la soddisfa e i suoi fantasmi continuano a perseguitarla. Così, pensa di rivolgersi a uno specialista, che la sottoporrà a un trattamento presso un ospedale psichiatrico. Nella clinica si troverà ad affrontare la sua paura più grande, ma non è chiaro se sia tutto reale o se siano solo proiezioni della sua mente.

Per realizzare lo script, Jonathan Bernstein e James Greer si sono ispirati a Qualcuno volò sul nido del cuculo e Il corridoio della paura. Il regista, invece, ha cercato di riprodurre le atmosfere di un maestro del genere, ossia Roman Polanski, ispirandosi ai suoi Rosemary’s Baby e Repulsion.

Trattandosi di un thriller, è bene non soffermarsi troppo sulla trama, anche perché la cosa veramente interessante è la tecnica con la quale è stato girato il film.

Soderberg è un regista curioso, che ha affrontato un po’ tutti i generi e a cui piace sperimentare. Dopo aver visto Tangerine di Sean Baker, è rimasto colpito dai risultati ottenuti con un semplice iPhone e si è messo al lavoro. A dire il vero, se pensiamo al suo Sesso bugie e videotape, possiamo dire che il fascino delle riprese dilettantistiche l’ha sempre subito.

Il budget per realizzare Unsane è stato di un milione e mezzo di dollari, quando un film medio si aggira intorno ai 100 milioni di dollari. A parte che è stato girato quasi esclusivamente nel Summit Park Hospital, l’ospedale dismesso di Pomona, e che dispone di un cast ridotto, la tecnica digitale permette costi, se non proprio accessibili a tutti, almeno abbordabili.

Questo ci porta a una domanda ovvia, ma la facciamo lo stesso: il cinema sarà meglio o peggio quando ognuno potrà farsi il proprio film?

Se accade quanto è già successo in letteratura dove, già da tempo, le tecniche digitali hanno abbassato enormemente le spese di stampa e hanno fatto proliferare piccole case editrici che pubblicano un po’ di tutto, il risultato qualitativo dovrebbe essere piuttosto modesto.

Dall’altro lato, in questo modo si darebbe la possibilità di esprimersi anche a chi ha molta inventiva e pochi soldi. Un buon regista non dovrebbe dannarsi per trovare un produttore e sarebbe immensamente più libero. Alcuni anni fa, in una conferenza legata al Lucca Film Festival, Peter Greenaway lodava le tecniche digitali proprio per i motivi che abbiamo appena detto e fece vedere gli spezzoni di quattro film che aveva nel suo portatile. Greenaway è universalmente ritenuto un grandissimo regista, ma i suoi film non è che facciano cassa. Un produttore investirebbe più volentieri su Christian De Sica o su Zalone che sul regista inglese. Insomma, è una domanda alla quale, ovviamente, non si può dare una risposta soddisfacente.

La democrazia, digitale e non, dovrebbe essere una buona cosa, ma può essere facilmente manipolata. Quindi speriamo in bene.

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