In attesa della terza stagione di Tredici, meglio conosciuta come 13 Reasons Why, è davvero giunto il momento di chiedersi, per l’appunto, why?

Hannah Baker (Katherine Langford) è un’adolescente come tanti, ma non come tutti. Come tanti è satura di insicurezze, affamata di tenerezze, in cerca di attenzioni e alla scoperta quotidiana delle proprie fragilità. Vive una vita relativamente tranquilla, per quanto tranquilla possa essere l’esistenza di un qualsiasi teenager, si è trasferita da poco in un nuovo liceo, lavora con un compagno di scuola, Clay (Dylan Minette) come maschera in un cinema locale, studia con profitto e si barcamena tra rapporti d’amicizia vari. Dopo una iniziale diffidenza, intreccia un affiatato rapporto con Jessica (Alisha Boe) e Alex (Miles Heizer) e cede alle lusinghe di Justin (Brandon Flynn), ambito e popolare giocatore di football. Hannah Baker, però, per una serie di intricate ragioni che saranno svelate nel corso degli episodi, prende la tremenda decisione di suicidarsi lasciando ai responsabili del suo gesto tredici cassette che ricostruiscono le vicende che l’hanno condotta al punto di non ritorno.

Creata da Brian Yorkey e basata sul romanzo 13 di Jay Asher, la serie si compone di tredici episodi della durata media di 50 minuti ciascuno. Ogni episodio è di sconvolgente impatto, la storia non fa fatica a svilupparsi e riesce a non risultare prevedibile, né banale. Belle le ambientazioni e veloce lo svolgimento degli eventi, lodevoli le performance degli interpreti, la caratterizzazione dei singoli personaggi è realizzata ad arte e non tralascia dettagli di nessun tipo, cosicché alla fine sebbene si riescano a riconoscere i personaggi principali, tutti sono protagonisti degli episodi che li riguardano, risultando essenziali ai fini narrativi. Il tema affrontato è scottante e non di facile approccio, ma ciononostante viene analizzato con garbo e senza fronzoli che risulterebbero d’altronde inutili in un simile contesto. Degne di nota le rappresentazioni pirandelliane e machiavelliche dei personaggi che illudono lo spettatore sulle loro responsabilità nella tragica vicenda e sulla bontà delle loro intenzioni. E’ importante tenere ben presente che nessuno è come sembra. Nessuno.

I contenuti didattici di Tredici, contribuiscono a renderla un piccolo gioiello che va ben oltre il semplice intrattenimento  e che francamente auspico venga diffuso in contesti scolastici ed educativi che sono, ahimè, carenti di politiche contro il bullismo e ricchi di episodi di induzione al suicidio che restano impuniti.

Detto ciò, a turbare il genuino equilibrio di una serie che avrebbe dovuto restare composta da una sola stagione oppure spostare completamente il punto d’osservazione e passare a piè pari ad una vicenda differente, dando pace all’anima di Hannah Baker (e alla nostra), giunge una seconda stagione evidentemente realizzata soltanto per lucrare su quello che è diventato un fenomeno adolescenziale, una moda.

Con palesi buchi di sceneggiatura e ricostruzioni stravolte della vicenda, viene seguito lo svolgimento del processo ai presunti responsabili del suicidio di Hannah. Com’è giusto che sia, di ogni storia vi sono due versioni e vengono dunque ripercorsi i ricordi cui la ragazza fa riferimento nelle cassette, da coloro che ne sono stati protagonisti. In questo modo, però, emergono una serie di assurdi avvenimenti, alcuni dei quali distruggono la coerenza di quanto accade nella prima stagione e, ciò che è peggio, viene in un certo senso discussa Hannah, dipinta come una ragazzina dal fragile equilibrio mentale, in cerca di facili attenzioni. Se questo tipo di narrazione voleva essere una intrinseca e tacita critica al sistema giudiziario e al modo in cui, in sostanza, spesso il crimine non paga, non è affatto riuscita. E ciò che traspare, è invece la messa in ridicolo di una persona complessa condotta al suicidio da ragioni che VALIDE o MENO che le si ritenga, non vanno sminuite nella maniera più assoluta, perché non possono essere oggettivate.

Viene anzi trascurata l’opportunità di affrontare più approfonditamente la violenza verbale e psicologica, l’impunità delle amministrazioni scolastiche nelle dinamiche tra studenti, nonché una vicenda altrettanto cara alla realtà di molte scuole (soprattutto negli USA) ossia l’abuso delle armi. Questo aspetto, condensato in due episodi conclusivi, gratuitamente crudi e troppo grossolani e frettolosi, avrebbe invece potuto essere il tema principale dell’intera stagione, anziché elaborare una poco credibile “vita-parallela” di Hannah. Hannah Baker - Clay JensenPer assurdo, è verso la fine che riesco a riconosce lo stile narrativo che avevo amato in Tredici e la storia riprende davvero intensità. Toccante e doveroso l’addio ad Hannah, con cui magari avrebbero potuto inaugurare la stagione e che ammetto di avere davvero apprezzato.

Hannah Baker farewell, addio

Insomma, è l’ennesimo scempio di un ottimo contenuto che viene snaturato e banalizzato dal suo seguito. Cosa aspettarsi adesso?

Netflix ha annunciato che una terza stagione ci sarà. Ma è stato anche garantito che l’attrice che interpreta Hannah Baker non tornerà e quindi probabilmente la Liberty High andrà oltre.

Dal momento che per giudicare un contenuto, bisogna averlo guardato, io sarò preparata al binge watching e vedremo se sarà il caso di calare nuovamente la scure su Tredici, oppure se saprà meritare la grazia.

VOTO FINALE
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Giurista folle, amante dell'arte, del cinema, della fotografia, dei viaggi, dei libri. Scrittrice per passione, potterhead col divieto di fare magie fuori da Hogwarts, credo nel destino, in Nessie, in Babbo Natale, nei fantasmi e negli alieni.

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