Presentato all’ultima edizione del festival di Cannes il primo lungometraggio della giovanissima regista iraniana Anahita Ghazvinizadeh.

La donna era già stata premiata a Cannes per il cortometraggio Needle, la storia di un’adolescente alla ricerca della propria identità, che si vuol far forare le orecchie sperando, con questo piccolo gesto, di fare chiarezza su se stessa.

Qui un’intervista alla regista sul suo nuovo film TheyThey e i segreti dietro il film

Anche stavolta, la sua attenzione si sofferma sull’adolescenza.

J. ha 14 anni e non ha ancora deciso quale sia la sua identità sessuale e, per questo, preferisce farsi chiamare “Loro”, They, appunto. Perciò, d’accordo coi genitori, comincia a prendere ormoni che ne ritardano la pubertà, in attesa di una decisione definitiva. Il suo medico, però lo o la avverte che la cura ha un effetto collaterale sulle sue ossa e deve essere interrotta; a J rimangono pochi giorni per decidere e questo proprio quando i genitori sono in viaggio. In casa con lui o lei, c’è solo la sorella, di passaggio col futuro marito iraniano che, a sua volta, sente la scelta di vivere lontano dal suo paese come una sorta di abiura.

Sono diversi i piani sui quali si concentra la regista. Primo tra tutti il passaggio da infanzia a maturità, da un sesso all’altro e, nel film, anche dalla rassicurante realtà rurale nella quale vive J. a quella fredda dell’ospedale nel quale si trova da solo/a. In più c’è il dilemma del cognato, che forse funziona come alter ego della regista stessa, iraniana che vive a Chicago.

Sarebbe stato facile contestualizzare socialmente un simile problema.

Rendere conflittuale la scelta di J. nei confronti della famiglia, per esempio. Invece, il protagonista è solo, per quanto non sembri certo l’aggettivo più indicato. La sua è una scelta “serena”, una scelta privata, non influenzata da nulla e da nessuno.

L’esempio più eclatante è quando J esce con indosso un abito femminile. Per strada incrocia due compagni in bicicletta e, al contrario di quanto ci si aspetterebbe, nessuno dei due prende in giro J. Uno dei ragazzi accenna al vestito: “il tuo vestito…”, J. risponde vago: “dopo devo andare a una festa”. E l’altro: “no, intendevo… te lo sei macchiato”. Quasi un dialogo surreale se pensiamo alla nostra realtà trumpiana e salviniana.

La stessa regista sembra starne al di fuori: “Proviamo una forte intimità con il personaggio, ma c’è sempre una certa distanza. È come se fossimo molto vicini e al contempo molto lontani”, dice Ghazvinizadeh. Quasi che la scelta di J. sia talmente privata che, perfino chi dovrebbe dirigere il film, si mette in un angolo a vedere cosa succede.

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