Quando la manipolazione è una questione culturale.

Talvolta accade che il dietro le quinte riesca a sovvertire l’ordine d’importanza dei personaggi. Così accade in The wife, dove siamo segretamente invitati dal regista ad essere complici di questa storia di talenti, fragilità, amore e disfunzionalità relazionale. Come già Tim Burton in Big Eyes nel 2014 celebrava la disfatta di una relazione amorosa corrosa dall’inganno, dall’ambizione e dalle capacità manipolatorie dell’egocentrico pittore artisticamente incapace, che si appropria dei meriti della moglie; così, in The wife Björn Runge ripercorre il dramma di questa scrittrice di talento, una Glenn Close davvero straordinaria, soprattutto per l’espressività del linguaggio non verbale, che, nei panni di Joan Castleman, è scoraggiata da una cultura maschilista e retrograda. Complice del marito, scrittore mediocre, prende in prestito il suo nome pur di continuare a scrivere.

I riconoscimenti pubblici, l’umiliazione di dover apparire diversa da ciò che è, quella vita in ombra, i segreti, l’orgoglio, la vanità di quest’uomo, che prende a piene mani ciò che non gli appartiene, senza il minimo rispetto, tanto da dimenticare il nome dei personaggi a cui deve il suo successo, diventano il grimaldello della verità, la miccia che innesca l’esplosione ed il crollo. E, come dopo ogni crollo, l’inizio di una nuova ricostruzione. Come nella vita reale ognuno è artefice anche delle proprie sconfitte.

Regia di Björn Runge Sceneggiatura di Jane Anderson, dal romanzo di Meg Wolitzer.

Glenn Close as Joan Castleman, Jonathan Pryce as Joe Castleman

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