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The Last Dance: commento e anteprima episodi 3-4

ESPN e Netflix raccontano in 10 episodi i Bulls del '97/'98 con immagini esclusive: un'occasione per ripercorrere insieme la storia di una delle squadre di basket più vincenti di tutti i tempi

The Last Dance
The Last Dance
Sei anche tu un appassionato di NBA? Guarda e commenta con noi “The Last Dance”, disponibile in esclusiva su Netflix.

L’ultimo ballo (The Last Dance) di una delle dinastie che hanno segnato la storia della NBA, contribuendo al successo del campionato professionistico di pallacanestro americano in tutto il mondo: Micahel Jordan e i Chicago Bulls: ascesa e caduta di un mito. I primi due episodi si concentrano sulle figure di Michael Jordan e Scottie Pippen, dei contrasti nati con la dirigenza che portarono al disfacimento di una squadra capace di vincere 6 titoli NBA in 8 anni. Grazie anche alle immagini esclusive, girate da ESPN che seguì i Bulls durante tutta la cavalcata di quello straordinario ultimo anno.

Il documentario si apre con la descrizione della crisi seguita alla conquista del titolo del ’96/97 quando il proprietario, l’immobiliarista Jerry Reinsdorf, e il General Manager Jerry Krause si mostrano dubbiosi sulla possibilità di confermare tecnico e squadra, dopo cinque titoli vinti in sette anni di folgoranti successi sotto la guida di Phil Jackson. In questa docu-serie. Dopo una travagliata riconferma, l’allenatore Phil Jackson chiamerà quest’ultima stagione tutti insieme The Last Dance.

Michael Jordan e il Draft del 1984

La serie funziona così: ci sono continui flashback e flashforward, la storia centrale è quella della stagione ’97/98, nella quale per la prima volta una squadra NBA accetta che una troupe televisiva, quella di ESPN, la segua, in ogni momento della stagione, dalla preseason, all’allenamento, alle partite. Phil Jackson acconsente a un patto: qualora la TV influisca sulla gestione della squadra, il coach dei Bulls può mandarla al Diavolo in qualsiasi momento. Nel primo episodio Vediamo Michael Jordan arrivare agli allenamenti su una Ferrari scintillante e torniamo indietro a quando da bambino inizia a giocare a basket. Ha un fratello più grande, più forte e più bravo di lui, ma il piccolo Michael ha qualcosa di più: una determinazione feroce, che lo porta a confrontarsi sempre coi più forti e non importa quante volte cada e sia sconfitto, si rialza sempre e allenamento dopo allenamento, anno dopo anno si avvicina al livello dell’avversario per batterlo e ci riesce. Gli succede al liceo, gli succede all’università di North Carolina, con la quale vince il titolo NCAA al primo anno, in una squadra che conta anche i futuri giocatori NBA James WorthySam Perkins. Proprio Jordan segna il tiro decisivo in finale, davanti a oltre 61.000 spettatori. A proposito di quel canestro Michael oggi ricorda:”Fu in quel momento che da Mike diventai Michael Jordan”. Di estate in estate migliora, soprattutto difensivamente grazie alle indicazione del coach Dean Smith ma la squadra non vince il titolo. Al terzo anno, dopo molte esitazioni dovute al desiderio della madre che si laureasse insieme con la sorella l’anno successivo, Michael Jordan si rende eleggibile al Draft NBA 1984 nel quale vengono scelti dalle squadre i migliori nuovi prospetti provenienti dall’università. A detta di molti quel draft fu uno dei più ricchi della storia: Michael venne scelto al numero 3 dai Chicago Bulls, mentre le prime due scelte sono per due centri: il nigeriano Hakeem Olajuwon finisce in maglia Houston Rockets, mentre Sam Bowie si accasa ai Portland Trail Blazers. Mentre il primo si meriterà l’entrata nella Hall of Fame come uno dei migliori centri di sempre,vincendo anche due titoli NBA (1994 e 1995) del secondo si perderanno le tracce. Dopo una prima stagione nella quale impressiona per le sue doti vincendo il titolo di Rookie of the Year, la seconda stagione è quella dell’infortunio al piede: con Michael fuori i Bulls inanellano una lunga serie negativa. Michael ottiene di curarsi e fare riabilitazione presso North Carolina, dove in segreto ricomincia a giocare, mentre ancora è in convalescenza. Nonostante i dubbi sulla sua condizione fisica, ottiene di di rientrare in squadra ad un patto: non potrà giocare più di 14 minuti a partita, qualunque sia il punteggio. Jordan accetta a malincuore, convinto che la proprietà voglia perdere per avere le scelte migliori al draft dell’anno successivo. Nell’ultima gara della stagione regolare, decisiva per l’accesso ai playoff, i 14 minuti scadono a 30 secondi dalla fine dell’ultimo match: Jordan, furioso, esce ma fortuna vuole che i Bulls vincano la partita con un tiro allo scadere. I Bulls sono ottavi e affrontano i favoriti Boston Celtics, un team guidato da Larry Bird con altri 4 futuri Hall of Famers. In gara 2 al Boston Garden, Michael Jordan sfodera una prestazione individuale incredibile: segna 63 punti. Su di lui si alternano in marcatura tutti gli avversari ma è semplicemente incontenibile e costringe, con 2 tiri liberi allo scadere, i Celtics all’overtime. Chicago finirà per uscire, ma alla fine di quella partita Larry Bird dirà di lui: “Era Dio, travestito da Michael Jordan”.

L’arrivo di Pippen, “Coach Zen” e l’attacco triangolo.

Il secondo episodio si occupa dell’entrata in squadra di Scottie Pippen, che firma un contratto settennale decisamente poco vantaggioso.  Dopo il quinto titolo nel ’97 Pippen decide di operarsi al ginocchio dopo l’estate, perdendo di proposito oltre 4 mesi di regular season e chiede a gran voce di essere scambiato: non vuole più giocare per i Bulls. In quel periodo il GM Jerry Krause cerca più volte di cederlo, ma alla fine Pippen rimane. Si parla anche di Phil Jackson, della sua carriera da giocatore e del suo stile hippie così apparentemente inconciliabile con l’ambiente dei Bulls. Su consiglio di Krause Jackson si presenta ben vestito al colloquio di lavoro e viene nominato dice di coach Collins. Dopo il licenziamento di quest’ultimo Jackson si affida in attacco ad una strategia “triangolo” , ideata da Tex Winter, che prevede un movimento del pallone vorticoso, in cerca dell’uomo più libero, che non è necessariamente Michael Jordan. L’episodio più clamoroso, in questo senso, è la finale NBA del 1991, nella quale in gara 5 Jackson convince Jordan, marcatissimo, a passare la palla ai giocatori liberi: uno di loro, Paxson, decide la gara contro i Los Angeles Lakers. È grazie a Phil Jackson che Michael Jordan, fino ad allora considerato un grande giocatore, ma un individualista, entrerà nell’Olimpo dei fuoriclasse, in grado di coinvolgere e migliorare i compagni di squadra, come Larry Bird e Magic Johnson.

Da ieri sono disponibili su Netflix gli episodi 3 e 4: ALLERTA SPOILER

Dennis Rodman, Il Verme che cattura rimbalzi

Il terzo episodio si apre proprio sulla figura di Dennis Rodman. Cacciato di casa all’età di 18 anni, Dennis vive per strada e finisce con difficoltà il liceo. Il suo percorso universitario è tutt’altro che canonico (Rodman dirà che giocare a basket lo abbia salvato) ma alla fine gioca per la Southeastern Oklahoma State University. Viene notato così dai Detroit Pistons che lo scelgono nel 1986, quando Dennis ha 25 anni. Egli arriva in una squadra già rodata, ci cui punti di forza sono Isaiah Thomas  Joe Dumars e Bill Laimbeer. L’ambiente è quello perfetto per Rodman, in un contesto che basa il proprio gioco sull’aggressività e l’intimidazione. Dopo aver perso nel 1987 le finali di Conference contro i Celtics (in cui Rodman si fa notare in marcatura su Larry Bird), Dennis migliora ancora e Detroit si prende la rivincita su Boston, per poi perdere in finale contro i Lakers di Magic Johnson. Nell’ 89 e nel ’90 i pistons diventano campioni NBA e inizia la loro rivalità coi Bulls, battuti per due volte nella finale della Eastern Conference e dominati dal punto di vista fisico. Nel ’90 la vittoria in gara 7, propiziata dall’infortunio di Pippen prima del match decisivo, resterà nella memoria di Jordan e compagni, brutalizzati dalla prima all’ultima gara dai terribili “Bad Boys”(questo era il loro soprannome) di Detroit. Rodman si afferma come miglior rimbalzista dell’anno. Le sue intemperanze fuori dal campo peggiorano e culminano nel momento in cui viene fermato dalla polizia in un parcheggio, possesso di un fucile non dichiarato (a proposito dell’episodio Rodman ha sempre detto che quella notte ha – metaforicamente- ucciso il “vecchio” se stesso). Alla fine della stagione viene scambiato con i San Antonio Spurs. nella squadra texana resta un anno e mezzo, durante i quali coglie il secondo titolo di miglior rimbalzista dell’anno (lo vincerà ininterrottamente fino al 1998) e si fa notare dalla stampa scandalistica per una breve relazione con Madonna, che manda su tutte le furie la dirigenza della franchigia. Si arriva così al 1995: i Chicago Bulls devono sostituire l’ala grande Grant e si prospetta loro la possibilità di prendere Rodman, ormai in rotta con gli Spurs: il valore del giocatore non si discute, ma preoccupano la sua eccentricità e le sue intemperanze. L’operazione viene portata a termine, dopo l’ok di Jordan (che non aveva dimenticato il periodo-Pistons nel quale Rodman lo aveva marcato più duramente di chiunque altro) dal GM Jerry Krause, dopo il colloquio tra Rodman e Phil Jackson: inaspettatamente i due trovano molti punti di contatto, tra i quali l’interesse per la cultura dei nativi americani.  In quell’ultima stagione ’98 chiede un permesso di 24 ore ai Bulls, ufficialmente per andare a trovare la famiglia, in realtà per recarsi a Las Vegas, dove in compagnia di Carmen Electra, sua futura moglie, si dà all’alcool e alla vita notturna. Le 24 ore diventano 88, ma al ritorno Rodman si reca da Michael Jordan. Non si scusa, non si prostra ai piedi del campione, gli chiede semplicemente un sigaro. I due non si frequentano fuori dal campo, per lo stile di vita completamente diverso, ma Jordan comprende che quello è il solo modo in cui Dennis è in grado di fare ammenda. Oltre che in campo, dove il suo apporto migliora esponenzialmente, anche per far fronte all’assenza di Pippen.

La rottura definitiva: The Last Dance

Arriviamo al momento topico della stagione: nel gennaio del 1998 in cui il General Manager, il detestato Krause, dopo il 32esimo Super Bowl rende pubblico il licenziamento di Jackson a fine stagione, con un pessimo tempismo. Il colloquio tra i due è definitivo e il GM dice chiaro e tondo a Jackson che, anche se dovesse vincere tutte le 82 partite della regular season questo sarà il suo ultimo anno alla guida dei Chicago Bulls. A quel punto, tutto il mondo aspetta col fiato sospeso di capire cosa farà Jordan, che ha sempre detto che non avrebbe giocato senza Phil Jackson, il suo mitico “Coach Zen”. La polemica è aggravata dai molti dissidi interni precedenti con Krause, già in polemica pure con Pippen. In una malcapitata intervista, passata alla storia il GM spara a zero sulla squadra, affermando:“I titoli non li vincono i giocatori e gli allenatori, ma le organizzazioni”(riguardo a questa affermazione Krause si difenderà dicendo che l’intervistatore abbia volontariamente omesso l’avverbio “solo” prima della parola giocatori, cambiando totalmente il senso della frase. Il giornalista ammetterà l’errore, ma ormai la frittata è fatta). Nel frattempo sono Jordan e Rodman a tenere su la baracca, non senza difficoltà. in quel periodo il sesto titolo sembra un miraggio: in casa degli Utah Jazz della letale coppia John Stockton-Karl Malone,sconfitti l’anno prima in finale, Chicago subisce una rimonta terrificante, venendo battuta e umiliata.Riusciranno i Bulls a restare concentrati e a risollevarsi?

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