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sulla mia pelle alessandro borghi

Sulla mia pelle: incontro con il regista Alessio Cremonini

Al cineclub Arsenale di Pisa, il 18 settembre 2018, proiezione di Sulla mia pelle alla presenza del regista Alessio Cremonini, che presenterà il film e risponderà alle domande degli spettatori.

Leggi anche la nostra recensione: Sulla mia pelle, la recensione del film su Stefano Cucchi

Sulla mia pelle è sulla piattaforma Netflix dal 12 settembre, a Pisa è già stato proiettato al centro sociale Newroz, chissà in quanti lo avranno già visto. Quindi il cineclub decide di programmare un unico spettacolo alle 20:30; non è prevista la prevendita. Invece le richieste sono talmente tante da inserire un secondo spettacolo alle 22:30 e di attivare la prevendita alle 19:30. Alle 18:30 arrivo al cineclub e ho già qualche persona davanti. Alle 19:30 la fila forma una lunga L lungo il vicolo Scaramucci, sede dell’Arsenale, e via San Martino. Alle 19:50 i biglietti per il primo spettacolo sono terminati e, alla fine, non basteranno per tutti.

Già questo dà una risposta alla polemica che dura da quando esiste il film sull’opportunità di far produrre i film da Netflix e, infatti, la prima domanda che tocca a Cremonini verte proprio sulla tanto discussa produzione. “Non è stato facile. Ci sono stati alcuni esercenti che ci hanno boicottato. Hanno detto che proiettare questo film era sbagliato per il cinema. Io credo che non sia così, credo che Netflix sia un’ottima opportunità, soprattutto per i tanti italiani che vivono all’estero e che non lo avrebbero potuto vedere. E questo è un film che parla dell’Italia. Poi, il fatto che il cinema continua a esistere e che questo è straordinario perché lo condividiamo tutti è dato dalla vostra presenza“. Anche Alessandro Borghi, che pur non essendo presente, ha chiamato il regista per salutare il pubblico, ha riconfermato che la presenza o meno del film su Netflix non ha compromesso il numero di presenze nei cinema: “In tutti i cinema continuano a essere fatti dei numeri incredibili. Questo è davvero soltanto grazie alle persone che amano il cinema. Grazie davvero, vi mando un grandissimo abbraccio“.

Proprio su Borghi si è concentrata la seconda domanda; il lavoro che l’attore ha dovuto fare per somigliare e ridare vita a Stefano Cucchi, come ci sia riuscito e il ruolo che il regista ha avuto in questo. “Il cinema è fatto di tante persone. Ci siamo arrivati con la sceneggiatura. Evidentemente che cosa era scritto lo ha aiutato. Poi Alessandro ha un talento pazzesco e questo credo che in qualche modo si veda perfettamente. Lo ha aiutato sicuramente dimagrire, ha perso 18 chili. Non assomigliava a Stefano Cucchi in nulla; è quasi 30 cm più alto, ha una corporatura prestante, invece Cucchi era mingherlino, anche se provava a fare boxe, era un peso super piuma. Proprio questa cosa, il fatto di dover cercare di assomigliare un pochino a Stefano Cucchi l’ha liberato, gli ha dato una strada da seguire. Alessandro ha incarnato Cucchi, gli ha ridato vita, movimento.”

Ad Alessio Cremonini è stato poi chiesto come sia nata l’idea di fare un film su Stefano Cucchi: “È successo un po’ tutto per caso, senza sforzo. Due anni fa stavo ascoltando una trasmissione dove c’erano Fabio Anselmo e Ilaria Cucchi che parlavano del caso, del fratello. Stavo facendo colazione e mi sono detto ‘Ho perso il film su Cucchi’. Sono andato su internet a cercare il titolo e non c’era. Ho capito che non avrei trovato alcun film da affittare. A quel punto ho deciso di rifare il film che avrei voluto affittare.

Altra questione affrontata è stato il rapporto con la famiglia: “Per prima cosa ho telefonato a Fabio Anselmo. È stato molto cortese e si è mostrato disponibile all’idea. Mi ha messo in contatto con Ilaria, abbiamo parlato di figli e di tanti cose e piano piano siamo diventati più intimi. Il rapporto con i genitori è stato più complicato. Non perché fossero complicati  loro, ma perché ci voleva quel garbo in più ed era necessario entrare in punta dei piedi nella casa di due persone di più di 60 anni, ai quali era morto un figlio in quel modo. In questo abbiamo cercato la giusta distanza, per non essere invadenti. Poi abbiamo parlato con loro, letto insieme la sceneggiatura. Lo abbiamo sottoposto alla lettura per cortesia, perché parliamo di loro, non abbiamo scritto sotto dettatura. Per noi questo è importante. Era un rapporto di stima e rispetto reciproco. Eravamo tutti liberi“.

Il regista ha spiegato le scelte tecniche di fotografia di alcune scene, una dove Cucchi, prima dell’udienza in tribunale, parla con un altro detenuto e l’altra, all’ospedale Sandro Pertini: “Con il direttore della fotografia, Matteo Cocco, abbiamo pensato che poteva essere bello inserire una sensazione  diversa in un film di impianto estremamente realistico e con una macchina quasi inchiodata a terra, godersi una cosa che era quasi un po’ metafisica e surreale. Che poi, in fondo, fa pendant con l’altra scena in cui il letto diventa verticale, quasi per dare l’impressione che Stefano cada giù“.

È stato poi chiesto quanto fosse stato difficile finanziare il film: “In realtà, non ho avuto alcun problema. E questo è confortante, perché vuol dire che in questo paese i film scomodi si possono ancora fare. Ho telefonato a Olivia e Luigi Musini, di Cinemaundici, ho mandato il soggetto e una settimana dopo ci siamo incontrati e mi hanno detto che lo volevano fare. Poi abbiamo incontrato altri strepitosi compagni di viaggio, come il produttore Andrea Occhipinti, poi è arrivato Netflix“.

Infine, come ultima domanda, una questione già sollevata molte volte, ma che è sempre bene ribadire. Quanto l’intenzione del film fosse politica, se Cremonini abbia o meno voluto prendere posizione all’interno del film: “Ho cercato in qualche modo di uscire dalla questione. Volevamo uscire dal meccanismo sono stati loro, quanti erano, perché l’hanno fatto, perché per noi non era la questione più importante. La question più importante è che un uomo, un cittadino, che è stato colto in flagranza, quindi colpevole sicuramente, entra vivo in carcere ed esce da cadavere. Ci sembrava questa la cosa più importante, anche perché su questo è il titolo, Sulla mia pelle. La cosa che ha fatto Cucchi era soffrire molto anche nel corpo. Pensate che quando è stato ritrovato il cadavere, e su questo avremmo potuto scrivere tre ore di film, lui è stato ritrovato con un litro e mezzo di urina nella vescica perché si era rotto il catetere. Quindi quel ragazzo, al di là che stava scivolando nella morte, è morto sicuramente tra sofferenze spaventose. Quindi la sofferenza ci sembrava la cosa più importante. Quando nove anni fa vidi Cucchi steso dopo l’autopsia, mi sembrava un sudario. Volevamo raccontare questo, l’uomo. Io sono convinto che la magistratura racconterà meglio di chiunque altro quello che è successo. A noi spettava un’altra cosa, far rivivere Stefano Cucchi“.

P.S. 11 ottobre 2018. Dopo nove anni, finalmente, viene a galla la verità sulla morte di Stefano Cucchi. Il carabiniere Francesco Tedesco ammette il pestaggio e accusa i colleghi Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo dell’aggressione. Fino a oggi aveva taciuto per timore di ritorsioni, come già era accaduto al collega Riccardo Casamassima, che aveva denunciato il fatto e era stato minacciato e trasferito.

Non sappiamo cosa abbia spinto il carabiniere a fare, finalmente, onore alla sua divisa dopo nove lunghi anni. A noi piace pensare che la molla sia scattata dopo aver visto questo film, al cinema o su Netflix, non importa. L’arte, quella vera, serve anche a questo.

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Lara
Lara
2 anni fa

Un bellissimo articolo…….ed un incontro da ricordare!?

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