Se la strada potesse parlare, è il nuovo titolo del film uscito dall’ingegno di Berry Jenkins.  E’ liberamente ispirato all’omonimo romanzo di James Baldwin, tratta dell’odio razziale in america negli anni ’70. Un film contemporaneo come non mai visto il grande successo dei movimenti nazionalisti. Il perno su cui ruota tutto il film è l’amore di una coppia afroamericana composta da Tish Fonny il quale, mentre lei scopre di essere rimasta incinta, viene arrestato per uno stupro che non ha commesso. Viene comunque condannato, anche se ingiustamente, per via del colore della pelle.

Durante la presentazione del film al Roma film festival, Jenkins ha affermato che l’amore è la chiave di tutto. Guardando il film possiamo notare come lui dia molta importanza ai piccoli gesti e all’interazione umana, come quasi a voler coccolare i suoi personaggi per proteggerli da un mondo pieno di pregiudizi razziali.

Si fa molto uso del primo piano e del primissimo piano, non solo per i due protagonisti, ma anche per i personaggi secondari; vi sono inquadrature che parlano più di tanti dialoghi, sguardi che compenetrano i nostri alla ricerca di una verità che sembra non voler mai venir fuori. E’ impossibile non restare estasiati dalla cura nella caratterizzazione dei personaggi, dalla timidezza di Tish al carattere forte e deciso della madre.

Il film, seppur ambientato nel passato, risulta molto moderno, in un’intervista il suo creatore fa riferimento alla politica introversa e criticata del presidente americano Trump.

Se la strada potesse parlare è un omaggio a tutte quelle persone che non si arrendono, a chi sorride sempre ma senza rinunciare alla sete di verità e giustizia, in una Grande Mela logorata dal bruco del razzismo e dell’ignoranza.

Il regista esordisce con questo film dopo l’Oscar portato a casa l’anno scorso con Moonlight (ricordiamo tutti la gaf della consegna del premio agli Oscar 2017).

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