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Napoli Eden

Napoli Eden: nell’Arte del riciclo rinasce Partenope

Il documentario di Bruno Colella racconta la realizzazione di Napoli Eden 2019, mostra costituita da installazioni di alluminio riciclato poste nei luoghi simbolo della città di Napoli dall'artista Annalaura Di Luggo Noi l'abbiamo incontrata.

Napoli Eden, la mia esperienza

Tempo fa, passeggiando per le vie del centro di Napoli, non potei fare a meno di notare alcune sculture luminose per lo meno singolari. Davanti a Palazzo San Giacomo, sede del Comune di Napoli, nella Piazza Municipio appena restaurata si ergeva un arco luminoso, intorno al quale turisti e cittadini si mettevano in posa per scattare foto che avessero come sfondo la splendida Fontana del Nettuno (foto qui sotto) oppure l’imponente magnificenza del Maschio Angioino (o Castel Nuovo, così ribattezzato durante il periodo della dominazione aragonese).

Napoli Eden
Napoli, Piazza Municipio: Fontana del Nettuno.

 

Napoli Eden
Triumphus: l’opera di Annalaura Di Luggo con Il Maschio Angioino sullo sfondo.

Ancora, entrando nella Galleria Umberto I in cerca dei regali di Natale ecco campeggiare, proprio nel mezzo, un albero di Natale. Non il tradizionale abete però: ne ha la forma, l’altezza, ma è una sfrangiata lama di luce che si innalza per dieci metri in un altro dei luoghi simbolo della mia città. Mi faccio largo tra la folla, incantata dalla visione dell’opera monumentale e leggo su di una targa: “Napoli Eden, a cura di Francesco Gallo Mazzeo: PỲRAMID è stato realizzato da Annalaura Di Luggo coi ragazzi dei Quartieri Spagnoli.”

Napoli Eden
Pyramid campeggia all’interno della Galleria Umberto I. Tra le sue frange luminose le letterine dei bambini con le loro speranze e i loro desideri per la notte di Natale.

 

E queste due installazioni non sono le sole: in Largo Barracche, nel cuore dei Quartieri Spagnoli GÈMINUS (foto), Un quadrilatero di 150 cm per lato ed una altezza di circa 250 cm che contiene fori comunicanti tra loro alternando luce e buio. Quattro di questi fori contengono dei grandi occhi, secondo la poetica cara all’artista. In Largo Santa Caterina HARMÒNIA (foto), un’opera che si sviluppa con con 6 tubi flessibili in alluminio alti tre metri colorati e luminescenti, con al loro interno dei fasci luminosi di luce RGB composta da 6 tubi dell’altezza di m. 3.

Napoli Eden
Harmònia a Largo Santa Caterina a Chiaia.
Napoli Eden
Géminus rappresenta una simbologia delle relazioni interpersonali e del collegamento che lega tutti gli esseri umani, è composta da scarti di alluminio riciclato donati dalla “Laminazione Sottile”, con il supporto del Cial (Consorzio imballaggi alluminio). Spiccano le immagini di quattro iridi, catturati in altissima risoluzione da Di Luggo con un processo fotografico da lei brevettato. Si tratta degli occhi di quattro personaggi nati e vissuti nei Quartieri Spagnoli, novelli “custodi” di Largo Baracche.

Puoi immaginare quanta curiosità abbiano suscitato in me queste quattro sculture di un’artista napoletana, realizzate con l’aiuto degli ‘scugnizzi’ dei Quartieri Spagnoli, giovani spesso etichettati come difficili e irrecuperabili, che Annalaura è riuscita a coinvolgere, anche grazie all’aiuto di coloro che quei luoghi li vivono in prima persona, come Salvatore Iodice, che col suo laboratorio di falegnameria aiuta i ragazzi a togliersi dalla strada e ad esprimersi.

“Il cinema è la scrittura moderna, il cui inchiostro è la luce” – Jean Cocteau

Ho poi saputo che la mostra Napoli Eden e la sua realizzazione sono diventate un documentario del quale puoi ammirare qui sotto il trailer, presentato a Roma, Milano,Venezia e Miami, dove ha raccolto numerosi consensi, tanto da superare (come film indipendente, a differenza di Notturno, candidato ufficiale dell’ANICA) la prima selezione per la candidatura al premio Oscar nella categoria Miglior Documentario. Conoscendo la severità dell’Academy e i criteri cui si conforma per le nomination che prevedono, da quasi 5.000 film presentati la riduzione a meno di 100, dei quali solo 5 riusciranno a entrare nella cinquina finale dei pretendenti, puoi immaginare con quanto entusiasmo abbia accettato di intervistare, dopo aver visto in anteprima Napoli Eden, la protagonista Annalaura Di Luggo. 

Qui trovi un estratto dell’intervista, il cui video integrale puoi reperire sul canale Youtube di iCrewPlay Cinema.

R: Annalaura, tu sei un’artista poliedrica, quella che Omero avrebbe definito ‘πολϋθροπον’ (dal multiforme ingegno); hai fatto la pittrice, hai usato vari modi per esprimere la tua personalità e la tua vocazione artistica. Cosa ti ha attratto nel mezzo cinematografico, nel girare Napoli Eden?

A: “Io penso che quello cinematografico sia un percorso assolutamente collegato perchè l’Arte se non è multimediale diventa fine a se stessa, mentre invece il coinvolgimento totale mira a renderla ‘viva’. Ecco perchè anche nei lavori che sono più statici, come quello che citavi prima della pittura, io cerco sempre di unire il ‘medium’ visivo. Quando ho fatto la mia opera per la Biennale di Venezia, Génesis, che è un’opera pittorica, ho voluto raccontare il momento della creazione, un momento che l’artista deve comunicare perchè è lì che egli fa capire al pubblico cosa ha provato realmente. Quindi nel creare l’opera – che aveva come tema natura e biodiversità – ho interpretato la natura attraverso una tavola di legno con tutti i pigmenti di terra e la biodiversità attraverso delle linee tracciate di tutti i colori possibili, scegliendo come musa ispiratrice un ragazzo del Senegal. Ho abbattuto così anche lo stereotipo: quello della Musa e del ragazzo che sembrano due concetti quasi stridenti. Al contrario ascoltare la sua esperienza durante il momento della creazione è stato per me una grande emozione e anche in quel caso il momento in cui lui mi parlava e io dipingevo è riportato in un video. Lo stesso ho fatto in altri lavori collettivi, uno nel carcere minorile di Nisida ( ‘Never give up’: non mollare mai) nel quale ho voluto incontrare i ragazzi per abbattere le barriere sociali tra me e loro. Appena sono arrivata – mi vedevano quasi come una marziana, non riuscivano a capire il motivo della mia presenza – ho impiegato del tempo a spiegare loro che nessuno mi aveva mandato, che era una mia scelta; io ero lì per passare un periodo con loro e soprattutto dovevano smettere di giudicarmi erroneamente superiore, perchè anch’io avevo commesso errori e perchè nella vita tutto quello che uno fa è in rapporto alle opportunità che ha. L’errore più grande è quello di innalzare una barriera, che infatti dopo un po’ è caduta e mi hanno raccontato i loro pensieri, hanno condiviso le loro sofferenze, suscitando in me una grande emozione. Il direttore del carcere mi ha detto che nessuno aveva mai parlato con loro in quel modo, perchè tutti quanti si accostavano ai ragazzi per indagare in maniera morbosa le ragioni che li avevano portati dietro le sbarre. Io invece ho spiegato loro che ciò non mi interessava, che non erano obbligati a raccontarmi nulla perchè io volevo sapere cosa provassero,cosa sentissero e cosa sognassero nel profondo.”

R: C’è un momento molto simile nel film,quando ti confronti coi ragazzi dei Quartieri Spagnoli e dici ad uno di loro: “Qualunque cosa tu mi possa fare io ti ho già perdonato.” Anche quello è stato un modo di abbattere le barriere e mi ha colpito molto.

A: “Mi emoziona che tu abbia colto quello che è il mio momento preferito del film perchè il perdono è destabilizzante: davanti al perdono non puoi fare più nulla e quindi diventa anche un insegnamento per questi ragazzi, perchè è la rabbia ad alimentare il conflitto e quando dall’altra parte non lo si accetta esso finisce, non c’è modo di portarlo avanti. Questo è diventato anche un tormentone dei ragazzi, in assenza di una sceneggiatura. Io ho chiesto al regista di non darmi un copione da seguire, perchè io nel film sto raccontando me stessa e nel momento in cui tu mi dai una traccia da seguire e un modo alternativo di parlare io non mi ci ritrovo più. Finirei per essere l’Annalaura che vuoi tu e non quella che sono davvero e ti assicuro che le due persone non coincidono. Quindi lasciami libera perchè funziono molto meglio: bene, male,brutta o bella in questo modo sono coerente col mio personaggio e corrispondo a me stessa. Anche le battute dei ragazzi spesso sono state collaudate sul campo perchè anche loro si sentissero liberi di esprimersi. Se fosse stata messa in bocca ad un ragazzo un’espressione linguistica troppo elevata non avrebbero saputo rispondere. Ecco perchè ogni tanto loro hanno voluto ripetere quella frase in vari contesti e questo mi ha emozionato molto perchè ho pensato: Caspita, allora questa cosa gli è arrivata davvero. Il film poi ha aperto delle porte a due di loro: uno è molto bravo e lavora con me, un altro è diventato attore nel cast del prossimo film di Sorrentino. Uno potrebbe dire: perchè non si sono aperte a tutti? La vita è una questione  di scelte, non bisogna aspettare la manna dal cielo ma impegnarsi con tutte le proprie forze. Da qui nasce un progetto cinematografico futuro che possa stimolarli chiamato ‘Pucunari a Hollywood ‘. A differenza del termine ‘scugnizzo’, il ‘Pucunaro’ è una parola bellissima, che da napoletano  puoi capire perchè descrive un ragazzo sveglio, con gli attributi, in grado di affermarsi grazie all’impegno. “

R: L’artista è visto spesso come una persona con la testa fra le nuvole e scarso senso pratico, invece tu mi sembri una persona talentuosa, ma con i piedi ben piantati a terra. Come sei riuscita a farti ascoltare e sostenere dalle istituzioni?

A: “A questo proposito ti racconto un aneddoto. Nel 2017 volevo installare in Piazza dei Martiri una cupola (l’opera si chiama Blind Vision ed è stata presentata anche a New York. Ora è esposta nel museo Colosimo a Napoli ndr.), che rappresentasse la prospettiva dei non vedenti, che troppo spesso si sentivano emarginati nella città. Sapevo che il soprintendente alle belle arti non era convinto e mi aveva proposto di lasciare l’opera lì per soli 3 giorni. Io tanto ho fatto che sono riuscita ad ottenere un colloquio al quale mi sono presentata con tre amici non vedenti. Gli ho detto: ‘spieghi loro perchè non li vuole al centro della città!’ Lui è rimasto totalmente disarmato e ha concesso il permesso per installare la cupola per un tempo molto più lungo: una scena surreale!”

R: Nel documentario sono presenti anche riferimenti autobiografici relativi alla tua infanzia, vissuta nei cantieri navali di Baia. La bambina che compare nel film sei proprio tu, in realtà?

A: “Sì, sono io. Negli anni ’70 – io ho 50 anni – quando ero piccola giravo con questa bicicletta nel cantiere per cercare materiali di risulta e stavo sempre tra le barche. Quando ho raccontato questa storia a Bruno Colella ed Eugenio Bennato (che ha scelto le musiche) e poi a Blasco Giurato (autore della fotografia) loro hanno reputato che fosse una storia bellissima da includere nel film. Una scena surreale che svela una caratteristica del docufilm che mette insieme iperrealismo e surrealismo: due elementi insoliti per questo tipo di racconto che si mescolano. Anche per questo è stata un’esperienza particolare, che mi ha entusiasmato. Io ho seguito tutto, ma l’idea del film non è partita da me. Il mio curatore Francesco Gallo Mazzeo mi ha presentato al regista Bruno Colella, ad Eugenio Bennato e a Blasco Giurato. Sono stati loro a convincermi a girare il film. All’inizio avevo pensato a un prodotto più modesto, meno impegnativo e privo di un’impalcatura produttiva così grande. Alla fine sono stra-felice del risultato, perchè nella vita bisogna sempre mettersi alla prova. La stessa candidatura del film all’Oscar è la dimostrazione di questo. Quando ho detto che avrei portato il film all’Oscar molti mi hanno riso alle spalle e alcuni addetti ai lavori, persone del mondo cinematografico hanno tentato di convincermi che fosse impossibile. La perplessità rispetto alla mia figura, lo scetticismo e l’incomprensione sono gli elementi che mi danno la forza di impiegare tutte le mie energie per arrivare dove voglio.”

 

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