Maldoror arriva nei cinema italiani il 20 agosto 2026 dopo essere stato presentato Fuori Concorso all’81ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Fabrice Du Welz prende come punto di partenza uno dei casi criminali più traumatici della storia recente del Belgio, quello legato a Marc Dutroux, e sceglie di trasformarlo in una finzione investigativa che parla soprattutto di istituzioni incapaci di comunicare, ossessione e perdita progressiva del confine tra ricerca della giustizia e autodistruzione.
Il risultato è un thriller di 155 minuti, interpretato da Anthony Bajon, Alba Gaïa Bellugi, Alexis Manenti, Sergi López e Laurent Lucas. Una durata considerevole che permette a Du Welz di costruire personaggi, ambiente e clima sociale con una precisione rara per il genere, ma che allo stesso tempo diventa uno dei principali limiti del film. La tensione resiste a lungo; meno convincente è la capacità della sceneggiatura di mantenere la stessa lucidità quando l’indagine si allarga e comincia a suggerire qualcosa di molto più grande del singolo criminale.
Maldoror è stato presentato ufficialmente dalla Mostra del Cinema di Venezia, che indica una durata di 155 minuti e una produzione franco-belga. Il regista ha descritto il progetto come una riflessione sulla ricerca della giustizia e sull’impotenza davanti alle disfunzioni istituzionali.
Maldoror, la recensione: quando l’indagine diventa un’ossessione

La vicenda comincia nel Belgio del 1995. Due bambine scompaiono e il giovane gendarme Paul Chartier, interpretato da Anthony Bajon, entra nell’unità di sorveglianza Maldoror. Il gruppo deve controllare un uomo già noto alle autorità per reati sessuali, mentre differenti corpi di polizia si muovono tra rivalità interne, competenze sovrapposte e procedure che rallentano continuamente il lavoro investigativo.
Du Welz chiarisce presto quale film vuole realizzare. Il centro non è la ricerca spettacolare del mostro, quanto la frustrazione di un uomo che vede gli strumenti dello Stato incepparsi proprio mentre sarebbero più necessari. Paul osserva indizi che sembrano evidenti, ascolta informazioni che reputa decisive e assiste a decisioni che giudica incomprensibili.
La sua reazione diventa progressivamente personale.
Ed è qui che Maldoror funziona meglio.
Paul non viene costruito come un investigatore geniale. È impulsivo, spesso sgradevole, incapace di fermarsi e gradualmente meno disposto ad accettare limiti professionali o morali. Anthony Bajon riesce a fare percepire quella trasformazione senza affidarsi continuamente a esplosioni emotive. Cambiano il corpo, lo sguardo e il rapporto con chi gli sta vicino.
Anche alcune delle recensioni internazionali più critiche verso il film hanno riconosciuto la centralità della sua interpretazione, mentre altre hanno indicato proprio Bajon come l’elemento capace di sostenere il lungo arco narrativo.
Il problema emerge quando la sceneggiatura sembra voler spiegare troppo delle ragioni che spingono Paul. Il passato familiare problematico, il rapporto con un padre criminale e la volontà di costruire un’identità opposta a quella ricevuta aggiungono profondità, ma in alcuni momenti sembrano progettati per giustificare ogni sua decisione.
Il personaggio sarebbe probabilmente rimasto altrettanto efficace con qualche spiegazione in meno.
Anthony Bajon e Sergi López guidano un cast molto solido
La prova di Anthony Bajon è il principale punto di forza di Maldoror. Il suo Paul passa dall’idealismo alla fissazione senza trasformarsi immediatamente nell’eroe classico che combatte un sistema corrotto.
È una distinzione importante.
Du Welz lascia spazio anche all’idea che l’ossessione possa deformare perfino una motivazione legittima. Paul desidera fermare un criminale, ma comincia gradualmente a sacrificare relazioni, carriera e rispetto delle regole. Il film diventa così anche il racconto di un uomo che identifica completamente la propria esistenza con un’indagine.
Alba Gaïa Bellugi interpreta Gina, la donna che Paul sposa mentre il caso comincia a occupare una parte crescente della sua vita. La sequenza del matrimonio potrebbe sembrare una deviazione rispetto al thriller investigativo, ma svolge una funzione precisa: mostra quale normalità il protagonista rischia di perdere.
La famiglia italiana di Gina rappresenta calore, quotidianità e appartenenza. È l’opposto degli ambienti professionali nei quali Paul trascorre il resto del tempo, fatti di stanze impersonali, uffici, automobili e luoghi sorvegliati.
Il rapporto tra Paul e Gina avrebbe forse meritato qualche spazio ulteriore nella seconda metà. Il film utilizza efficacemente la famiglia per misurare quanto l’indagine stia divorando il protagonista, ma alcuni personaggi finiscono inevitabilmente schiacciati dalla centralità assoluta di Chartier.
Sergi López, nei panni dell’uomo che diventa il centro della sorveglianza, lavora invece molto sulla presenza. Du Welz evita di trasformarlo costantemente in una figura da horror tradizionale. È proprio la sua apparente normalità a produrre inquietudine.
La scelta è coerente con l’intero progetto: il male non viene confinato in un luogo fantastico o in una creatura riconoscibile. Vive dentro case normali, strade trafficate e procedure amministrative.
La fotografia trasforma Charleroi in parte dell’indagine

Uno degli aspetti più riusciti di Maldoror è la costruzione visiva.
La fotografia di Manu Dacosse, collaboratore abituale di Du Welz, utilizza frequentemente tonalità fredde, cieli opachi, interni poco accoglienti e paesaggi industriali. Charleroi non svolge il semplice ruolo di sfondo: diventa una componente della storia.
Fabbriche, infrastrutture, abitazioni e spazi urbani comunicano l’impressione di una società consumata, nella quale il degrado materiale finisce per dialogare con quello delle istituzioni.
Du Welz ha insistito molto sull’importanza di girare a Charleroi e di mantenere il legame geografico con il trauma che ha ispirato il film. La scelta offre a Maldoror una consistenza difficile da ottenere attraverso una ricostruzione completamente artificiale.
C’è anche un interessante legame tra ambiente e memoria collettiva. Marcinelle richiama inevitabilmente una storia molto più ampia, compresa quella della comunità italiana e della tragedia mineraria del 1956. Du Welz introduce questa componente attraverso la famiglia di Gina senza trasformarla in una lezione storica separata dal racconto.
Il risultato è uno dei tratti più originali del film.
Per chi volesse approfondire un altro elemento simbolico, su Cinema iCrewPlay abbiamo analizzato anche cosa significa Maldoror e perché il titolo richiama I Canti di Lautréamont. Il riferimento letterario contribuisce a spiegare il modo in cui Du Welz associa il nome dell’operazione alla rappresentazione del male.
Un thriller che ricorda Zodiac, ma segue una strada differente
Il confronto con Zodiac di David Fincher viene quasi spontaneo.
Entrambi raccontano indagini capaci di assorbire completamente chi le conduce. Entrambi mostrano il tempo come un avversario e l’ossessione come qualcosa che lentamente sostituisce la vita privata. Ed entrambi evitano per lunghi tratti la struttura rassicurante del poliziesco nel quale ogni indizio prepara una soluzione.
Du Welz guarda però anche altrove. Il regista proviene da un cinema più fisico e disturbante, come dimostrano opere quali Calvaire, Vinyan e Adoration. In Maldoror questa sensibilità rimane spesso sotto la superficie per poi emergere in alcuni momenti molto più espliciti.
Il primo tratto del film è quasi un procedural classico.
Sorveglianze, rapporti gerarchici, problemi nell’ottenere autorizzazioni, scambi di informazioni e rivalità tra uffici alimentano una tensione che nasce dall’attesa più che dall’azione.
Ed è probabilmente la parte più controllata del lungometraggio.
Quando Paul comincia a convincersi che dietro il principale sospettato esista una struttura criminale più vasta, il registro cambia. L’indagine si sposta verso territori oscuri e il film comincia a mettere in scena ipotesi di reti, protezioni e complicità.
Qui emerge la principale divisione tra le letture critiche di Maldoror. Alcuni recensori hanno apprezzato l’espansione progressiva del thriller verso una dimensione più paranoica; altri hanno giudicato il passaggio poco sostenuto dalla struttura drammatica. The Guardian, in particolare, ha criticato la parte finale ritenendo che le componenti complottistiche indeboliscano ciò che il film aveva costruito in precedenza.
È una critica comprensibile.
Il problema non consiste nell’introduzione del sospetto. La percezione di un sistema incapace di funzionare appartiene al film fin dall’inizio. È il modo in cui alcune ipotesi vengono accumulate verso la fine a risultare meno preciso rispetto al rigore del procedural iniziale.
I 155 minuti sono giustificati?
Solo in parte.
Maldoror dura 155 minuti, circa due ore e trentacinque. È una scelta ambiziosa che permette di accompagnare Paul lungo un periodo esteso e di evitare la sensazione di assistere a un’indagine risolta nel giro di pochi giorni.
La lunghezza serve quindi al tema.
Il problema è il ritmo interno.
Alcune sequenze apparentemente secondarie funzionano bene. Il matrimonio, i momenti trascorsi con Gina e persino certi passaggi più quotidiani permettono di vedere cosa esiste fuori dal caso e quindi cosa Paul sta sacrificando.
Altre parti ripetono invece informazioni già acquisite: Paul è frustrato, le strutture investigative comunicano male, i superiori invitano alla prudenza, il protagonista vuole andare avanti.
Dopo due ore, queste dinamiche hanno già raggiunto una chiarezza sufficiente.
Un montaggio più severo avrebbe probabilmente lasciato intatta la forza del film e reso più incisiva la progressione finale. È significativo che proprio la durata ricorra tra le principali perplessità delle recensioni internazionali, anche quando il giudizio complessivo rimane positivo.
Non significa che Maldoror sia statico. Du Welz sa creare tensione e alcune sequenze funzionano proprio perché si concede tempo.
La sensazione è piuttosto quella di un film che contiene quasi materiale sufficiente per una miniserie ma vuole mantenerlo all’interno della forma cinematografica.
Il rischio più delicato: raccontare il caso Dutroux attraverso la finzione

Affrontare una storia ispirata al caso di Marc Dutroux comporta un problema che va oltre la qualità cinematografica.
Come rappresentare una tragedia reale senza trasformarla in spettacolo?
Du Welz sceglie di cambiare nomi e costruire personaggi di finzione, evitando una ricostruzione documentaristica. È una decisione che concede maggiore libertà narrativa e permette di concentrare nel personaggio di Chartier esperienze e funzioni appartenute nella realtà a persone differenti. Le ricostruzioni sul progetto indicano proprio questa volontà di usare la finzione per affrontare un trauma ancora molto sensibile in Belgio.
La soluzione funziona soprattutto quando Maldoror resta concentrato sulle conseguenze dell’inefficienza.
Gli uffici che non comunicano, gli investigatori che difendono competenze, le autorizzazioni che arrivano troppo lentamente e gli indizi incapaci di trasformarsi immediatamente in interventi diventano elementi di autentico orrore.
Du Welz mostra pochissimo interesse per il true crime costruito come puzzle destinato a intrattenere lo spettatore.
Questo evita buona parte della morbosità che avrebbe potuto compromettere il film.
Rimane però una questione. Concentrando quasi tutto il racconto su Paul, Maldoror finisce inevitabilmente per dedicare molto più spazio all’ossessione dell’investigatore che alle vittime e alle loro famiglie.
È probabilmente il limite etico e narrativo più interessante del progetto.
Non perché il film dimentichi ciò che è accaduto, ma perché utilizza la tragedia principalmente come forza che modifica il protagonista.
Cosa funziona e cosa convince meno in Maldoror
| Aspetto | Giudizio |
|---|---|
| Regia di Fabrice Du Welz | Solida e controllata soprattutto nella prima parte |
| Anthony Bajon | Il punto di forza principale del film |
| Fotografia | Cupa, coerente e fondamentale nella costruzione dell’ambiente |
| Atmosfera | Molto efficace, con una tensione persistente |
| Ricostruzione storica | Credibile senza assumere la forma del documentario |
| Sceneggiatura | Efficace nel procedural, meno precisa nell’ultima parte |
| Ritmo | Buono a tratti, irregolare sulla lunga distanza |
| Durata | 155 minuti risultano eccessivi in alcuni passaggi |
| Parte finale | Più divisiva e meno rigorosa |
| Voto | 7/10 |
Maldoror merita di essere visto?
Sì, soprattutto per chi cerca un thriller investigativo adulto, cupo e deliberatamente lento.
Chi si aspetta un true crime costruito attraverso rivelazioni continue potrebbe invece trovarlo dispersivo. Maldoror dedica parecchio tempo alle procedure, agli errori amministrativi, alle relazioni interne alla polizia e al deterioramento personale del protagonista.
È proprio questa scelta a distinguerlo da molti prodotti contemporanei legati alla cronaca nera.
Du Welz riesce a costruire un film inquietante evitando spesso di mostrare direttamente ciò che sarebbe più facile sfruttare a fini spettacolari. La paura nasce soprattutto dalla consapevolezza che le istituzioni possano possedere informazioni sufficienti e fallire comunque.
Anthony Bajon offre al racconto un centro umano credibile e sostiene anche i momenti in cui la sceneggiatura insiste troppo sull’ossessione di Paul. Sergi López sfrutta bene un ruolo volutamente sgradevole, mentre Alba Gaïa Bellugi porta nel film quella normalità familiare necessaria per misurare quanto il protagonista si stia allontanando dalla propria vita.
La fotografia di Manu Dacosse completa uno degli aspetti più convincenti dell’opera: Maldoror ha un’identità visiva precisa. Pioggia, cemento, interni sporchi, industrie e periferie formano una geografia morale prima ancora che estetica.
Le riserve riguardano soprattutto gli ultimi movimenti del racconto.
Quando il film abbandona progressivamente il rigore investigativo per suggerire una rete criminale molto più vasta, Du Welz chiede allo spettatore di seguirlo su un terreno meno definito. L’ambiguità potrebbe essere deliberata, ma alcune svolte hanno meno forza delle scene precedenti proprio perché vengono costruite su insinuazioni anziché sui meccanismi molto concreti osservati fino a quel momento.
A questo si aggiungono 155 minuti che potevano essere ridotti. Non drasticamente: togliere mezz’ora avrebbe probabilmente compromesso l’idea di una lenta corrosione del protagonista. Una quindicina o una ventina di minuti in meno, però, avrebbero reso alcuni passaggi più incisivi.
Maldoror rimane quindi un lavoro ambizioso, spesso efficace e volutamente scomodo, ma non completamente risolto.
È più convincente quando racconta persone che falliscono all’interno di strutture fallibili che quando tenta di trasformare quelle strutture nell’indizio di qualcosa di ancora più oscuro.
Ed è proprio questa contraddizione a renderlo interessante.
Il film migliore contenuto in Maldoror è un procedural sulla paralisi delle istituzioni. Il film più fragile è quello che cerca di spingersi oltre, verso una spiegazione più vasta del male. Per gran parte dei suoi 155 minuti, però, la regia di Fabrice Du Welz e la prova di Anthony Bajon mantengono la tensione abbastanza alta da sostenere un’opera difficile, severa e lontana dal true crime da consumo rapido.
Maldoror sarà distribuito nei cinema italiani da Movies Inspired dal 20 agosto 2026. Chi vuole controllare le altre uscite dello stesso periodo può consultare anche la nostra guida ai film della prossima settimana al cinema.
Voto: 7/10. Un thriller atmosferico e interpretato con grande precisione, che trova la propria forza nella frustrazione dell’indagine e nell’ambiente in cui si svolge. La durata e una seconda parte meno controllata gli impediscono di raggiungere la compattezza dei migliori film investigativi a cui guarda, ma Maldoror conserva abbastanza personalità da non ridursi a una semplice variazione europea di Zodiac.
