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Per Lucio, lo abbiamo visto per voi

In sala solo il 5, 6 e 7 luglio dopo il passaggio alla Berlinale, il docufilm di Pietro Marcello ci mostra il "dietro le quinte" della vita del cantautore bolognese

Abbiamo parlato, in un precedente articolo dal titolo PER LUCIO: VIAGGIO NEL MONDO DI LUCIO DALLA di quello che sarebbe stato questo docu-film, delle aspettative, delle notizie trapelate, di quanto sarebbe stato raro e prezioso vedere determinate ed inedite immagini, ascoltare alcune testimonianze.

Per Lucio, ora, lo abbiamo visto e siamo pronti a raccontartelo.

Il film documento di Piero Marcello ha inizio con la sua voce, quel gingle inconfondibile, Lunedì Cinema, sigla di apertura di Lunedifilm, rubrica del lunedì sera dedicata da Rai Uno, alla trasmissione di grandi film negli anni ’80 e cantata da Lucio insieme agli Stadio.

Gente che balla e si diverte su quelle note, sfere stroboscopiche, e improbabili accostamenti di colori nei vestiti di una gioventù spensierata.

E ancora luci e musica e una giacca di paillettes con un sax: questo era Lucio Dalla, musicista, poeta e maestro di vita, così come è scritto sulla sua tomba, una lapide semplice dove Umberto Righi detto Tobia, uno dei manager storici di Dalla (dal 1966) depone una rosa rossa.

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Erano i tempi del ristorante Cesari, quando Lucio lo scelse perché non era contento del precedente e non era una questione di bravura, ma di fiducia.

La loro collaborazione inizia a Gallipoli, quando il prezzo per entrare nei locali era differente se si era un “lui” o una “lei” e Lucio ci avevo visto lungo a sceglierlo come manager, perché non si faceva intimorire né intimidire da nessuno.

“Lucio mi diede un appuntamento, suonai e venne ad aprirmi sua madre. “Senti ma tu sei Tobia, il manager, di che cosa? Di mio figlio? Deve andare a lavorare e a studiare, non fare il buffone, hai capito?”

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Di mamma però ce n’è una sola e dovette ricredersi, come vediamo dai filmati dell’epoca, dove era così orgogliosa di quel capellone con la barba, che anche attraverso le lenti scure, faceva trasparire tutta la sua approvazione per quel figlio così amato e acclamato.

“Lucio venne invitato dallo Zecchino d’Oro per fare una canzone, e lui portò la madre. Lui l’ha sempre invitata ma la madre non è mai andata perché diceva di non voler mettere in imbarazzo il figlio quando lavorava. Quella fu un’occasione perché non fece un concerto, fece una canzone ed è stata la prima volta che vidi Lucio insieme alla madre all’Antoniano. La madre gli faceva i vestiti, i borselli e anche per lui era molto importante, il padre era morto quando aveva sei anni.”

Immagini straordinarie, ingiallite dal tempo, si incrociano con i colori quasi contemporanei.

Da queste immagini impariamo molto su Lucio, ma anche dai suoi stessi racconti.

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“Io ho cominciato non come cantante, ho cominciato come clarinettista, prima dilettante e poi professionista. Il primo complesso mio fu a Bologna, si chiamava La Reno Jazz Gang, poi me ne andai a Roma e suonai per due anni nei Second Roman New Orleans sempre il clarinetto.

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Allora non cantavo assolutamente, non ci pensavo. Ho lasciato il Jazz perché non mi dava nessun vantaggio economico, c’era davvero il problema di mangiare a 16 anni, dormivo per strada, ma soprattutto intuivo che c’era una frattura fra la musica che producevo e il pubblico. Il Jazz è un linguaggio sconosciuto da un punto di vista biologico, possiamo amarla, ma non capirla, per cui il jazz mi è rimasto come bagaglio tecnico per potermi esprimere”

mia madre faceva la sarta e mio padre il direttore del tiro a volo. Erano artisti, mia madre tagliava e mio padre per come tirava. Ero un bambino prodigio, a tre anni ballavo, cantavo e facevo giochi di prestigio, a 15 anni ho smesso perchè non ero più un prodigio… molte porte mi venivano sbattute in faccia e io entravo dai camini”

Le spiagge, Roma, Bologna, gli sguardi maliziosi e quell’uomo sempre avanti a tutti, precursore di epoche e generazioni.

“Lucio ha sempre fatto quello che si sentiva di fare e devo dire che ha avuto ragione lui, perché quando ho iniziato, c’era molta gente che non era convinta di Lucio e invece ha vinto Tobia. Lucio era convinto di poter fare tutto e questa è una bella cosa; la miseria l’abbiamo passata tutti, ma lui la faceva passare agli altri, anche se non aveva soldi… era uno dei pochi creativi che sapeva anche vivere.. lui sapeva tutto, anche se ti lasciava parlare.

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Voleva tante cose Lucio, sogni e realtà, ambizioni e desideri.

“Voglio tante cose, voglio la tranquillità, non aver problemi, voglio andar d’accordo con tutti ma nello steso tempo non voglio tutte queste cose… Il contatto con la gente per me è la cosa più bella, parlare con chi non conosco… Se non facessi il cantante vorrei fare l’imbianchino perché i colori mi affascinano, il bianco soprattutto… la mia vita non la cambierei con quella di un personaggio noto, perché quello che più mi disturba, è che ci sia gente che guarda la vita di personaggi noti… preferirei cambiare la mia vita  con te per esempio (all’intervistatore)”

“Nel rapporto con gli altri cerco tutto o comunque molto. Quando riesco a trovare una persona diversa da me, mi attrae”

“io credo nell’uomo, nell’amore assoluto, nella possibilità di riscattarsi e che nessuno debba mai essere giudicato fino in fondo.”

Parole dalle quali traspare il travaglio interiore di un uomo che è stato grande per tutti, ma che in fondo desiderava solo un po’ di normalità, pur continuando a fare ciò che più amava, cantare.

Non era certo quello che si può definire un bell’uomo e in un’epoca di belli (Morandi, Little Tony, Mal) non deve certo essere stato facile; il suo unico strumento era quella voce inconfondibile e le emozioni che era capace di suscitare con i suoi testi e la sua fortuna è stata proprio questa, a quanto sembra.

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“Lucio è uscito quando sono usciti i cantautori, quando la generazione non seguiva più la bellezza del cantante o il pezzo orecchiabile, ma quello che diceva, il testo”

Come Ulisse di ritorno nella sua Itaca, Lucio sapeva trascinare folle di uomini e donne dalla sua parte, dalla parte delle sue canzoni e dei suoi testi, che tutti cantavano e conoscevano: Come è profondo il mare, Futura, Balla balla ballerino.

Lucio si è fatto da solo, nel bene e nel male e aveva un grande amico, Renzo Cremonini, suo produttore e uomo determinante per la sua vita e la sua carriera, è stato colui che ha presentato Roberto Roversi a Lucio, scrittore, poeta, paroliere, giornalista e libraio italiano fra i più celebri.

Roversi era un intellettuale, un uomo tutto d’un pezzo, dedito alla famiglia e alla sua Bologna, come Lucio, ed è collaborando con lui che Dalla ha imparato a scrivere i testi.

“non scrivevo io i miei testi prima, perché mi piacevano di più quelli che scriveva Roversi”

La cosa che più di tutto resta alla fine del film, sono le immagini, soprattutto quelle rubate; gente comune che lavora, si ama, piange, vive.

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Da queste immagini si possono addirittura sentire gli odori della campagna, di Bologna, di tutto quello che Lucio ha visto e vissuto, come la Mille miglia (1947), simbolo di quel progresso che stava iniziando a farsi strada.

Incredibile vedere come si corresse, senza alcuna sicurezza né protezione, in mezzo alla folla; gente, gente dappertutto, anche sugli alberi e si era felici mentre la Bergman attende il suo Rossellini.

“Tobia, cosa ti manca di più di Lucio?”

“Tutto, mi manca una persona cin cui ho condiviso 46 anni di vita, con cui mi sono divertito molto, ho ottenuto forse di più di ciò che meritavo, è la storia della vita”

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Tobia Righi e Stefano Bonaga seduti a tavola, uno di fronte all’altro si confidano e parlano di Lucio come se fosse lì presente. Ricordano, ridono, rievocano momenti.

Lucio da bambino era bellissimo, cantava, si travestiva da torero, poi si è imbruttito progressivamente. Lo sviluppo lo ha tradito, è diventato un uomo interessante”

“Negli ultimi anni era sempre più fighetto. Aveva un’attenzione particolare per tutte le anomalie del mondo, aveva un amore per la vita a 360°, si faceva inondare dalla vita e restituiva tutto alla vita con le sue canzoni.”

“Lucio nasce come sedotto e poi è diventato un seduttore. Aveva passione per tutti, per gli animali, i matti e le persone originali”

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“La felicità di Lucio la vedevi nei dischi che faceva e man mano che faceva soldi prendeva spazi, comprava case, sull’Etna come alle Tremiti, dove ci arrivava con una barca chiamata Catarro. Era anche campione di sputi e giocava a basket, era orribile da vedere ma era sempre sorprendente, deludeva sempre le tue aspettative, era un movimento continuo”

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“Lucio ad un certo punto iniziava a scrivere, poi la musica veniva dopo. Lucio scriveva benissimo, i suoi testi erano sempre diversi”

“Ti dava ragione non perché eri un amico, ma perchè ci credeva veramente”

Una piacevole chiacchierata fra due amici di lunga data, che attraverso le parole e i ricordi, ricostruiscono non solo la vita di Lucio, ma ripercorrono anche le profonde trasformazioni della società; il lavoro nei campi, la Fiat, i sindacati, le rivolte.

Testimonianze di vita che traspaiono anche dalle parole della gente comune, quando i primi macchinari sconvolsero un po’ tutti, soprattutto gli operai e la paura che macchina potesse sostituire l’uomo in tutto e per tutto era grande.

Era geniale Lucio, l’unico in grado di trasformare tutto, ma proprio tutto in musica e in una canzone: un’intervista, un racconto tragico, un evento storico, una protesta popolare.

Era un uomo che ascoltava tutti e dava voce a tutti, soprattutto a coloro che, diversamente, non sarebbero mai stati ascoltati, né considerati.

Lucio ha cantato qualunque cosa, da Sonny Boy a Nuvolari, dal mambo alla guerra, dalla paura di morire alla speranza nel futuro.

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Già, il futuro, distrutto in quella Bologna dilaniata, il 2 agosto del 1980, quando alle 10.25 un ordigno contenuto in una valigia esplose nella stazione centrale, uccidendo 85 persone e ferendone 200.

La sua Bologna colpita e affondata in quello che è ricordato come il più grave atto terroristico avvenuto in Italia, dal secondo dopoguerra ad oggi.

Immagini toccanti e sconvolgenti.

Dalla era all’altezza di qualunque persona, riusciva ad esprimersi e farsi comprendere dal contadino come da Craxi, al quale durante un’intervista, da candidamente del “tu”.

Era un bambino nel corpo di un adulto, sempre capace di sorprendere e di sorprendersi e ogni sua canzone era la scoperta di un mondo:

Lunedì film

4 marzo 1943

Il fiume e la città

Itaca

È lì

La canzone di Orlando

L’operaio Gerolamo

La borsa valori

Mille miglia

Intervista con l’Avvocato

I musi del ventuno

Quale allegria

Come è profondo il mare

Mambo

Il parco della luna

Balla balla ballerino

Futura

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Questi sono tutti i brani presenti nel film, che lo raccontano e ci raccontano Lucio, i suoi luoghi, le sue persone, i suoi pensieri; certo, una piccola parte se confrontata con la sua molto più ampia discografia, ma comunque significativa.

Ho voluto parlarvi di questo film tutto d’un fiato, senza pause né titoli, perché è così che andrebbe guardato a mio avviso, come un’immersione nel suo mondo, trattenendo il respiro fino alla fine.

Buona visione

Per Lucio non è solo un omaggio al “musicista, poeta e maestro di vita” nato il 4 marzo, è il racconto di tutto il suo mondo, dentro e fuori.

Dalla era tante cose: clown, jazzista, viandante, eroe, poeta, cantore, profeta, trasformista, provocatore e in ogni situazione, era sempre all’altezza, perfetto.

Il film è ben strutturato, chiaro nel messaggio e nei racconti, equilibrato.

Dosa in maniera ottimale le parti musicali con quelle narrate, non è mai noioso.

Un pezzo di storia per tutti.

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