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- La recensione

Tra lo scetticismo generale Kevin Costner riesce nell'impresa di resuscitare un genere cinematografico estinto, il western

Balla coi Lupi
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Durante la guerra di secessione il tenente Dunbar vive isolato in un avamposto militare dove fa amicizia con un lupo. Questa sua familiarità con l’animale porta i Sioux a dargli il nome di “Balla coi lupi”. Col tempo egli si integra con la tribù, imparando ad apprezzare lo stile di vita e la filosofia naturale olistica che seguono. Trova l’amore e ormai non può più tornare alla sua vecchia vita. Aiuta la tribù a salvarsi e poi parte con la sua sposa.

Balla coi Lupi (Dances with Wolves)

Regia: Kevin Kostner; soggetto: dal romanzo omonimo di Michael Blake; sceneggiatura: Michel Blake e Kevin Costner; fotografia (colore):Dean Semler; montaggio: Neil Travis; effetti speciali: Robbie Knott; scenografia: Jeffrey Beecroft; colonna sonora: John Barry; costumi: Elsa Zamparelli; interpreti: Kevin Costner (tenente John Dunbar), Mary McDonnel (la squaw bianca Alzata con Pugno), Graham Greene (Uccello Scalciante), Rodney A. Grant (Vento nei Capelli), Floyd “Red Crow” Westerman (Dieci Orsi), Tantoo Cardinal (Scialle Nero), Wst Studi (Guerriero Capo Pawnee), Robert Pastorelli (Timmons), Charles Rockett (tenente Elgin), Maury Chaykin (maggiore Fambrough), Jimmy Herman (Polpaccio di Pietra), Nathan Lee (Ride Molto); produzione: Jim Wilson & Kevin Costner per Orion Pictures/ Tig Production; origine: USA – 1990; durata: 183′ (versione cinematografica), 224′ (versione estesa ABC TV), 236′ (Director’s Cut).

Trama

Tennessee, 1863. Durante la guerra di secessione il tenente dell’esercito nordista John Dunbar (Costner) resta gravemente ferito in battaglia. La sua gamba è in gravi condizioni e il medico vorrebbe amputargliela, per salvargli la vita. Egli rifiuta l’intervento e, nello scontro successivo, guida la carica della cavalleria, gettandosi al galoppo oltre le linee nemiche con l’intento di morire. Contro le previsioni l’attacco riesce, Dunbar sopravvive e lo Stato Maggiore accoglie la sua richiesta di essere assegnato a un luogo di frontiera ad Ovest, Fort Hays, in Kansas. Il maggiore Fambrough, comandante del presidio, lo disprezza per aver abbandonato il fronte e lo spedisce in un avamposto remoto e semi-abbandonato. Poco dopo il maggiore, l’unico a sapere dell’incarico di Dunbar, si suicida. La guida assegnata al tenente, il mulattiere Timmons (Pastorelli) resta ucciso in un agguato teso dagli indiani Pawnee. Rimasto completamente solo, Dunbar tiene un diario, si imbatte in un lupo del quale diventa amico e incontra tre indiani Sioux. A poco a poco familiarizza con gli usi e i costumi della tribù nella quale incontra una ragazza dalla pelle insolitamente chiara,nominata “Alzata con Pugno” di cui si innamora,sposandola. Decide quindi di aiutare i Sioux quando il loro accampamento viene attaccato dalla tribù rivale dei Pawnee. Vinta la battaglia, torna al forte per riprendere la propria guardia solitaria, ma cade in un’imboscata della cavalleria, che lo scambia per un indiano e uccide il suo fedele lupo. Saranno proprio gli indiani ad inseguire il plotone e liberarlo. Giunge l’inverno. Dunbar avverte gli indiani che la scomparsa della pattuglia non passerà inosservata e l’esercito tornerà in forze per vendicare gli uomini uccisi: li persuade quindi a traferire altrove il loro accampamento. In seguito si allontanerà, inerpicandosi in un bosco coperto di neve insieme con la sua sposa (che in un flashback ricorda di essere stata rapita dagli indiani, mentre attraversava con la carovana della sua famiglia il loro territorio). I due si avviano verso un destino incerto.

Blla coi Lupi
Il tenente Dunbar cavalca coi Sioux, in una scena del film.

Il Ritorno del Western

Kevin Costner è finalmente diventato un attore di successo. Dopo tante occasioni mancate agli inizi degli anni ’80 (nel film di Lawrence Kasdan, Il Grande Freddo, il suo personaggio, l’amico che muore suicida, viene tagliato dal regista in fase di montaggio) sono arrivati Gli intoccabili di Brian De Palma e L’uomo dei sogni che ne hanno consolidato la fama. A trentacinque anni, il bel Kevin dal viso gradevole, non proprio espressivo, potrebbe accontentarsi ma con la fama cresce anche la sua ambizione. Il nonno dell’attore era per metà indiano Cherokee (“un gigante orgoglioso dal quale ho ereditato la mia visione dell’ americano umile, gran lavoratore e sempre indipendente” dichiara in un’intervista) e il divo Costner sente il richiamo del sangue: nel 1988 annuncia a Hollywood il suo esordio alla regia. E passi. Intende farlo però girando un western – genere ormai quasi scomparso – della durata di oltre tre ore, con attori per lo più indiani e lui come unica star, parlato per metà nella lingua dei nativi americani e sottotitolato in inglese. Un film che si propone di esaltare la superiore civiltà indiana, rispettosa della natura con la quale vive in armonia, mentre condanna la grettezza e la vile brutalità dei bianchi. Le premesse per un insuccesso ci sono tutte, Costner fa “il giro delle sette chiese” presso le più importanti case di produzione, collezionando solo rifiuti. Non si perde d’animo e, per raccogliere i 18 milioni di dollari necessari a girare Balla coi Lupi impegna il suo patrimonio personale, impiegando nel film 2,5 milioni di tasca propria. In suo soccorso arrivano gli inglesi della Majestic che si offrono di coprire metà del budget e accetta di figurare tra i finanziatori anche l’italiano Roberto Cimpanelli, alto dirigente della Life. Le riprese possono cominciare: la pellicola prevede 130 giorni di riprese nel South Dakota, una troupe di 150 persone, 500 comparse, 48 attori con almeno una battuta, nonchè una scena madre con la carica di 3500 bisonti (verrà ripresa dal cartone animato il Re Leone, anche se in quel caso non si tratta di bisonti). Le riprese cominciano, ma i costi lievitano a oltre 20 milioni, costringendo l’esordiente regista a rinunciare al proprio compenso, in cambio di una percentuale sui ricavi. In California fioccano i sorrisetti di compatimento e, tra gli addetti ai lavori il film di Costner viene ribattezzato I Cancelli di Kevin, alludendo al fiasco colossale di Michael Cimino, I Cancelli del Cielo, che nel 1980 ha rischiato di mandare a picco la Universal. Nemmno il soggetto del film convince del tutto. di film dalla parte dei nativi americani ne sono stati girati tanti, dopo il coraggioso L’amante indiana di Delmer Daves, risalente al 1950 e da registi ben più esperti e quotati: nessuno di loro ha riscosso grande successo. Eppure, saranno i paesaggi maestosi che rivaleggiano con la Monument Valley di John Ford (i detrattori lo bollano come un documentario della Disney dilatato nella durata) o la sincerità intransigente e manichea che impregna la narrazione, in un’atmosfera vagamente new age (calcolata? Kostner è laureato in marketing),all’uscita Balla coi Lupi registra il tutto esaurito nelle sale, superando agevolmente la barriera dei 100 milioni di dollari d’incasso. Nonostante le stroncature della critica più severa (Pauline Kael sul New Yorker si straccia metaforicamente le vesti: “Kevin Costner ha le piume non solo tra i capelli ma nel cervello. Invece che Balla coi Lupi gli indiani avrebbero fatto meglio a soprannominarlo “Balla con la cinepresa”. La sua epopea e frutto di una megalomania insulsa”) il film diventa uno dei fenomeni dell’anno e su 6 nomination porta a casa 3 Golden Globe per il film drammatico, la sceneggiatura e persino la regia, presentandosi alla serata degli Oscar con 12 candidature.

Il racconto del redattore

Nell’annata che vede la consacrazione di Kevin Costner, la cinquina dei film finalisti ospita titoli interessanti, alcuni sopravvalutati: si respira comunque aria nuova. I gangster e i mafiosi sono gli avversari più temibili per il divo californiano: Goodfellas – Quei bravi ragazzi di Martin Scorsese ottiene 6 nomination, ma manda all’incasso solo quella per l’attore non protagonista Joe Pesci (in alto puoi vedere una scena di culto del film). Poi c’è Il Padrino – Parte III, ultimo capitolo della saga mafiosa per eccellenza, nel quale Michael Corleone tenta di ripulire la sua immagine e passare il testimone di capofamiglia alla nuova generazione. Il regista Francis Ford Coppola affastella un po’ di tutto in una storia crepuscolare: ci sono lo scandalo legato allo I.O.R., la morte di Giovanni Paolo I e altri eventi più o meno scabrosi, fino al drammatico finale sulle scale del teatro. Le 7 candidature sfumano, con buona pace di Coppola che, prevedendo la sconfitta, ha portato alla cerimonia una bottiglia del vino prodotto nei suoi vigneti, per offrirla al vincitore. Il quarto film della cinquina è Ghost – Fantasma del miracolato Jerry Zucker (già regista del sopravvalutato L’aereo più pazzo del mondo): la commediola rastrella al box office più di 200 milioni di dollari, rilancia la carriera dello yuppie assassinato Patrick Swayze (già protagonista di Dirty Dancing), impone all’attenzione del pubblico Demi Moore che nel film è la moglie protetta dal fantasma del marito ucciso grazie all’aiuto della medium cialtrona Whoopi Goldberg, che finalmente ottiene la consacrazione dell’Oscar alla miglior attrice non protagonista. Il film conquista anche un’altra statuetta per la melassosa sceneggiatura. A completare l’elenco c’è poi Risvegli per il quale la regista Penny Marshall saccheggia semplificandolo il libro del neurologo Oliver Sacks, nel tentativo di sfruttare il filone della sofferenza che tanto ha fruttato nel decennio precedente. Gli straordinari i protagonisti, Robin Williams, medico coraggioso che grazie al farmaco sperimentale L-Dopa riesce a destare dal torpore un gruppo di pazienti affetti da encefalite letargica e Robert De Niro che nel film è Leonard L., uno dei duecento malati dell’ospedale, salvano parzialmente una pellicola colma di sentimentalismo e furbizia che termina la sua corsa ai premi con tre candidature che sfumano, tra le proteste delle femministe infuriate per l’esclusione di Penny Marshall dalla cinquina dei registi. Non vince nulla ma è campione d’incassi dell’annata Mamma ho perso l’aereo di Chris Columbus, col bambino Macauley Culkin dimenticato dalla famiglia in partenza per le vacanze, che mette nel sacco due ladri che vogliono svaligiargli casa: il film è esilarante e il pubblico delle famiglie gli fa guadagnare 275 milioni di dollari solo negli USA. Diventa film di culto anche Pretty Woman- una ragazza deliziosa, variazione sul tema di Cenerentola con Richard Gere principe con la carta di credito e Julia Roberts prostituta acqua e sapone: quest’ultima è così incantevole e talentuosa che anche i critici rinfoderano la colt. Non vince Julia, ma diventa un’icona, con la sua bocca grande e sensuale che illumina lo schermo quando sorride: è battuta da Kathy Bates, miglior attrice per l’inquietante Misery non deve morire, nel quale segrega e tortura uno scrittore, affinchè non uccida la sua eroina letteraria preferita. Altrettanto odioso è il personaggio del miglior attore protagonista dell’anno: il marito fedifrago Klaus Von Bulow/Jeremy Irons che nel trial movie Il mistero Von Bulow  “sembra Boris Karloff che gioca a fare Cary Grant”(è un complimento) e sfugge all’accusa di aver ucciso la moglie Glenn Close, grazie all’abilità del suo difensore Alan Dershowitz. Ci sarebbe un altro attore che potrebbe strappargli il premio: il francese Gerard Depardieu è superbo nell’interpretare Cyrano de Bergerac (ingiustamente non premiato con il trofeo dedicato al film straniero) e incomparabilmente superiore a Josè Ferrer, premiato per lo stesso ruolo anni prima, ma lo danneggia un’intervista, in cui confessa di aver partecipato all’età di 9 anni a uno stupro, il primo di una serie insieme a una banda di ragazzi più grandi. Poco importa che l’ammissione sia inverosimile e che l’incauto giornalista ammetta di aver confuso il verbo “voler” (rubare) con “violer” (stuprare): l’opinione pubblica insorge e la sfida per l’Oscar persa. Magra consolazione il premio ai costumi, vinto dall’italiana Franca Squarciapino. Restano da commentare i 3 oscar tecnici a Dick Tracy, incursione fumettistica nel noir dove l’investigatore Warren Beatty si confronta con i più spietati criminali (irriconoscibili Al Pacino e altri grandi attori): il film di Barry Levinson vince per il trucco, la scenografia e la canzone Sooner or Later (I always get my man) cantata da Madonna, anche partner sullo schermo del protagonista. La statuetta al montaggio sonoro onora l’action movie Caccia a ottobre Rosso (con Sean Connery al comando di un sottomarino nucleare russo), mentre un trofeo speciale per gli effetti visivi và all’originale Atto di Forza, in cui Arnold Schwarznegger su Marte riesce come al solito a salvare la pelle. La serata termina col trionfo  di Balla coi Lupi: 7 Oscar al film, alla regia, alla sceneggiatura, alla (splendida) fotografia, al montaggio, al sonoro e alla colonna sonora. Gli anni ’90 iniziano decisamente bene. Appuntamento alla prossima puntata!

Il nostro voto

In conclusione su

Il film di Kostner colpisce non tanto per le sue prese di posizione ideologiche e il rispetto mostrato per i nativi americani (sostenute più efficacemente da film come Piccolo Grande Uomo) ma per  l’abilità di restituire forza alle immagini, che abbandonano gli stilemi hollywoodiani per inseguire un rinnovato realismo. Ne circolano tre versioni diverse, come ho avuto modo di sottolineare nell’articolo: quelle più estese aggiungono qualcosa al film e gli appassionati le troveranno interessanti.

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Il film di Kostner colpisce non tanto per le sue prese di posizione ideologiche e il rispetto mostrato per i nativi americani (sostenute più efficacemente da film come Piccolo Grande Uomo) ma per  l’abilità di restituire forza alle immagini, che abbandonano gli stilemi hollywoodiani per inseguire un rinnovato realismo. Ne circolano tre versioni diverse, come ho avuto modo di sottolineare nell’articolo: quelle più estese aggiungono qualcosa al film e gli appassionati le troveranno interessanti.

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