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- La recensione

La Shoah raccontata da Steven Spielberg grazie alla storia dell'industriale Oskar Schindler, antierore hollywoodiano.

Schindler's List
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Dopo l’invasione nazista della Polonia, l’industriale Oskar Schindler corrompe i vertici delle SS e impiega ebrei nella sua fabbrica di stoviglie, come manodopera a basso costo. Anche dopo la distruzione del ghetto e la deportazione in un campo di concentramento, ottiene che i suoi operai continuino il lavoro e godano di un trattamento di favore: poco per volta si rende conto della crudeltà e della follia dei nazisti. In vista della “soluzione finale”, col proprio denaro salva la vita di oltre 1100 persone destinate ad Auschwitz.

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Schindler’s List – La Lista di Schindler (Schindler’s List)

Regia: Steven Spielberg; soggetto: dal romanzo La Lista di Schindler di Thomas Kenneally; sceneggiatura: Steven Zaillan; fotografia(b/n e De Luxe Color): Janusz Kaminski; scenografia: Ewa Braun, Alan Starski; costumi: Anna Biedrzcka; montaggio: Michael Kahn; colonna sonora: John Williams; interpreti: Liam Neeson (Oskar Schindler), Ben Kingsley (Itzhak Stern), Ralph Fiennes (comandante delle S.S. Amon Goeth), Caroline Goodall (Emilie Schindler), Jonathan Sagalle (Poldek Pfefferberg), Embeth Davidtz (Helen Hirsch), Malgosha Gebel (Victoria Klonowska), Shmulik Levy (Wilek Chilowicz), Mark Ivanir (Marcel Goldberg), Beatrice Macola (Ingrid), Ezra Dagan (rabbino Menasha Levartov), Andrzej Seweryn (Julian Scherner); produzione: Steven Spielberg, Gerald R. Molen, Branko Lustig per Amblin Entertainment/Universal Pictures; origine: USA – 1993; durata:195′.

Trama

Cracovia, settembre 1939. L’imprenditor Oskar Schindler (Neeson) approfitta dell’invasione della Polonia e converte una fabbrica, confiscata al precedente proprietario ebreo, nella produzione di stoviglie per l’esercito del Terzo Reich. L’amministratore Itzhak Stern (Kingsley), anch’egli ebreo, si occupa di assumere i perseguitati come operai a basso costo. Nel marzo 1941 i tedeschi non hanno pietà e anche Stern finisce su un treno diretto ad Auschwitz, ma Schindler riesce a salvarlo. Nell’inverno del 1942 il comandante delle S.S. Amon Goeth (Fiennes) ordina la distruzione del ghetto e la costruzione, alla periferia della città polacca, la costruzione di un campo di concentramento. Schindler lo corrompe, versandogli un’ingente somma e se lo fa amico (sarà lui a salvarlo dall’arresto per aver baciato una ragazza ebrea). 1944. Per cancellare le tracce dello sterminio di massa, i tedeschi cremano 10.000 cadaveri e la cenere dei morti copre la città. Ora che bisogna trasferirsi a Brunnlitz, in Cecoslovacchia, Schindler riesce a impedire, sempre con la corruzione, che i suoi operai finiscano ad Auschwitz e recupera anche un treno di donne e bambini diretto per errore al lager. A Brunnlitz Schindler dovrebbe produrre armamenti ma si assicura di sfornare solo prodotti difettosi e inutilizzabili.All’arrivo degli americani, è costretto a nascondersi poichè risulta iscritto al partito nazista. Prima di fuggire, riceve dai 1100 operai che gli devono la vita un anello d’oro fuso usando le loro capsule dentarie. 1993, Gerusalemme. Sul monte Sion gli attori del film e i veri «ebrei di Schindler» ancora vivi, depongono una pietra sulla tomba del giusto.

La rivincita di Spielberg

Dopo l’insuccesso di Hook – Capitano Uncino i detrattori hanno buon gioco nel liquidare Spielberg come mago degli effetti da Luna Park, che ha ormai perso  il contatto col pubblico, il quale ha sempre amato i suoi film. Esponente di punta della cosiddetta New Hollywood, quella generazione di autori che a partire dagli anni ’70 ha cambiato il modo di intendere il cinema (gli Scorsese, i Coppola, i Lucas vi appartengono), quando ha provato a girare film più maturi e profondi è sempre stato criticato: pensiamo a E.T. l’extraterrestre, film per bambini solo in apparenza, in realtà parabola sull’innocenza o ancora a Il colore viola che ha visto 11 nomination all’Oscar evaporare. Il parere di molti è che il regista dovrebbe lasciare le cose serie ad altri, limitandosi a giocare con gli effetti speciali e guadagnando soldi a palate col merchandising invasivo dei suoi film. L’uscita di Jurassic Park, negli ultimi mesi del 1992, è salutata con benevole alzate di spalle dalla critica, ma almeno fuga i dubbi sulla popolarità di Spielberg, rastrellando incassi da record in tutto il mondo. Gli “esperti” riprendono a mugugnare quando la Universal annuncia che il regista girerà in Polonia un film sull’Olocausto, in cantiere dal 1982 e che registi come Sydney Pollack hanno evitato: Schindler’s List – La Lista di Schindler è la storia vera dell’industriale tedesco Oskar Schindler che traffica con i nazisti, acquisisce manodopera ebrea semigratuita per la sua fabbrica e, nell’imminenza della “soluzione finale”, si rivela un eroe salvando da morte certa 1100 persone, a prezzo delle sue fortune personali. Per Spielberg, a 47 anni, affrontare questo tema significa riscoprire le proprie radici: “Nel 1982 non sarei stato pronto a girare un film come questo: non ero abbastanza maturo, non avevo ancora avuto bambini. Finchè non è nato il mio primo figlio non avevo ancora visto Dio” e prosegue: “Quando ero bambino e adolescente, mi sentivo a disagio nella mia condizione , ma ora voglio dire a tutta quella gente che ha cercato di mettermi in imbarazzo e farmi vergognare delle mie origini che mi sento orgoglioso di essere ebreo.” Con un budget di soli 23 milioni di dollari (il regista ha rinunciato al compenso e devolverà gli utili a una fondazione che filmi e conservi le testimonianze dei sopravvissuti alla Shoah), egli gira in bianco e nero e sceglie come protagonista l’irlandese Liam Neeson, l’inglese Ralph Fiennes per la parte del sadico comandante delle S.S. e l’antipatico, straordinario Ben Kingsley per il ruolo del contabile ebreo che aiuta Schindler nella sua impresa: colmo dell’ingiustizia, mentre Neeson e Fiennes verranno nominati all’Oscar, proprio Kingsley sarà ignorato. All’uscita di Schindler’s List i pregiudizi dei più scompaiono; le invenzioni visive (il cappottino rosso della bimba che cerca di sfuggire ai nazisti resta nella storia del cinema) e narrative conquistano. Janet Maslin sul New York Times scrive: “Dopo aver vinto questa sfida, facendo sfoggio di un’intelligenza creatrice vivida ed elettrizzante, il signor Spielberg può essere certo che nè lui nè l’Olocausto saranno più visti con gli stessi occhi”. Fuori dal coro delle lodi si collocano, a sorpresa, i recensori più vicini all’ebraismo, che bollano il film come superficiale: sul “Jewish Journal” Jonathan Kirsch rincara la dose:“Perchè in nome di Dio Spielberg ha scelto di fare un film in cui gli ebrei vengono condotti in un campo di concentramento ma non vengono sterminati nelle camere a gas?. In difesa del film insorgono gli “Schindlerjuden” coinvolti nelle riprese: “Dovrebbero candidare il film anche come documentario tanto è reale”. Il 21 marzo 1994 la pellicola viene condannata dai 600 rabbini ortodossi degli Stati Uniti e del Canada perchè mostra scene immorali di nudità e usa un linguaggio profano. Quella sera però, al solito Dorothy Chandler Pavilion, Steven Spielberg si presenta con 3 Golden Globe vinti (film drammatico, regia, sceneggiatura) e 12 nomination per Schindler’s List cui si aggiungono le altre 3 ricevute da Jurassic Park, diventato nel frattempo il film con il più alto incasso della storia del cinema fino a quel momento (alla fine sarà di 920 milioni di dollari il ricavo globale, cresciuto fino a superare il miliardo di dollari nel 2013 quando ne uscirà la versione in 3D).

Schindler's List
Da sinistra, il comandante delle S.S. interpretato da Ralph Fiennes in trattativa con Oskar Schindler/Liam Neeson.

Il racconto del redattore

Nel 1993 la fanno da padrone gli argomenti seri e la presentatrice Whoopi Goldberg cerca di ravvivare la serata invitando Lorena Bobbit – la donna famosa per aver evirato il marito – a incontrare Bob Dole, leader dei falchi repubblicani che accusa Hollywood di aver creato: “non film, ma incubi per depravati” . Oltre a Schindler’s List tra i nominati al premio per il miglior film abbiamo Il Fuggitivo di Andrew Davis in cui il chirurgo Harrison Ford, condannato ingiustamente per aver ucciso la moglie scappa per cercare le prove della propria innocenza, inseguito con ostinazione dall’agente dell’FBI Tommy Lee Jones (l’unico a vincere l’Oscar da non protagonista per un’interpretazione che le spettatrici definiscono sarcastica e sexy, mentre le altre sei candidature del film sfumano). Sette candidature e neppure un premio toccano a Nel nome del padre di Jim Sheridan, dove quattro proletari irlandesi vengono accusati a torto di essere responsabili di un attentato terroristico e marciscono in galera per 15 anni, prima di essere liberati (nel film grazie alle indagini dell’avvocatessa Emma Thompson, nella realtà a causa di un vizio di procedura): protagonista maschile è il perfezionista Daniel Day Lewis candidato invano come la sua partner femminile. La Thompson è interprete principale anche di un altro film in corsa per il titolo, l’autunnale e malinconico Quel che resta del giorno di James Ivory, dove lo splendore formale non mitiga l’amarezza del bilancio esistenziale del maggiordomo Stevens-Anthony Hopkins che sacrifica i sentimenti, celandoli dietro la cortesia e lo spirito di servizio che la livrea gli impone. Ribattezzato ironicamente “Quel che resta di Casa Howard” a causa dei due protagonisti il film raccoglie stima,rispetto e ben otto infruttuose segnalazioni all’Oscar. Restio a lasciarsi andare appare anche il C.S. Lewis ritratto da Anthony Hopkins dello struggente e romantico Viaggio in Inghilterra in cui il docente di Cambridge (autore delle Cronache di Narnja) sposa la brillante poetessa americana Joey Gresham (una Debra Winger giustamente nominata tra le protagoniste), dalla cui morte rischia di non riprendersi più. Opposto è lo sbaglio di Ada, eroina muta e vedova con figlia e pianoforte al seguito, che la regina ha destinato a sposare in Nuova Zelanda un rozzo colono. Ella ritroverà la passione, anteponendo l’istinto e il piacere alle convenzioni sociali, tra le braccia di un vicino maori (Harvey Keitel, inaspettatamente assurto a sex symbol) che ha acquistato il suo pianoforte, lasciando il marito che la punirà tagliandole un dito. Il film è Lezioni di piano, opera terza della neozelandese trapiantata in Australia Jane Campion, che vince la Palma d’oro a Cannes. Regista e sceneggiatrice, la Campion si è ispirata a due capolavori del romanzo gotico ottocentesco come Cime Tempestose e Jane Eyre: “Ho amato quei libri e nel girare il film ho ricercato le stesse atmosfere: quando da giovane vidi <La voce nella tempesta> con Laurence Olivier non riuscivo a capacitarmi che avessero trasformato in una fiacca storia d’amore quella grande saga violenta”. L’entusiasmo della critica americana sfiora l’innamoramento e David Ansen, dalle pagine di Newsweek sentenzia entusiasta:“Prende le convenzioni del romanzo gotico e le rifrange attraverso le scure lenti della contemporaneità”.  Agli Oscar le recensioni positive si trasformano in oro: otto candidature che diventano 3 Oscar (a Holly Hunter attrice protagonista, all’attonita e tenera undicenne Anna Paquin – oggi vampira sexy in True Blood– che nel film è sua figlia e a Jane Campion sceneggiatrice, che diventa la seconda donna della storia a entrare nella cinquina di nominati alla regia, dopo la nostra Lina Wertmüller). Attore protagonista dell’anno è Tom Hanks , neo-dirigente omosessuale che perde il lavoro perchè malato di AIDS, che fa causa per licenziamento discriminatorio e la vince prima di morire in Philadelphia di Jonathan Demme. Quest’ultimo si schiera al fianco della comunità gay che naturalmente lo crocifigge, ritenendo il film troppo tenero e superficiale per combattere i pregiudizi verso la comunità LGBT. La pellicola tuttavia ha un buon successo e viene premiata anche per la miglior canzone  (la bellissima Streets of Philadelphia: qui sotto puoi ascoltarla, ne vale la pena) scritta e cantata dalla rockstar Bruce Springsteen

La serata si conclude col sospirato e meritatissimo trionfo di Steven Spielberg: Schindler’s List vince Sette Oscar (film, regia, sceneggiatura,fotografia, scenografia, montaggio e colonna sonora). Il regista ha la soddisfazione di vedere premiato con 3 Oscar tecnici (agli innovativi effetti speciali, al suono e al montaggio sonoro) anche Jurassic Park: fanno 10 Oscar tondi tondi, non male per un regista da Luna Park della generazione Coca Cola. Nel 2018, per celebrare i 25 anni del film, ne è uscita una versione speciale in HD che consiglio vivamente.

Il nostro voto

In conclusione su

Spielberg sceglie il bianco e nero come strumento di realismoDa una parte rende omaggio alla memoria della tragedia più assurda del XX secolo, con una ricostruzione di agghiacciante precisione. Dall’altra non osa rappresentare l’abominio delle camere a gas, trasformando la storia dell’Olocausto in un grande melodramma hollywoodiano, con un buono che all’inizio tanto buono non è e delle vittime che non fanno nulla per rendersi simpatiche. Salva così la suspense del racconto cinematografico, ma non al prezzo della banalità. Qualche eccesso patetico, soprattutto nel finale, non sminuisce la genialità delle invenzioni visuali e narrative che lasciano a bocca aperta. Il film è la consacrazione del regista, un’opera della maturità che merita la definizione di capolavoro, finalmente riconosciuto anche dall’Academy.

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Spielberg sceglie il bianco e nero come strumento di realismoDa una parte rende omaggio alla memoria della tragedia più assurda del XX secolo, con una ricostruzione di agghiacciante precisione. Dall’altra non osa rappresentare l’abominio delle camere a gas, trasformando la storia dell’Olocausto in un grande melodramma hollywoodiano, con un buono che all’inizio tanto buono non è e delle vittime che non fanno nulla per rendersi simpatiche. Salva così la suspense del racconto cinematografico, ma non al prezzo della banalità. Qualche eccesso patetico, soprattutto nel finale, non sminuisce la genialità delle invenzioni visuali e narrative che lasciano a bocca aperta. Il film è la consacrazione del regista, un’opera della maturità che merita la definizione di capolavoro, finalmente riconosciuto anche dall’Academy.

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