“Un kolossal che si divide equamente tra il fascino del deserto e la complessa psicologia del protagonista” – Roberto Casalini & Maria Grazia Ligato

Lawrence d’Arabia (Lawrence of Arabia)

Regia: David Lean; soggetto: dall’autobiografia I sette pilastri della saggezza di Thomas Edward Lawrence; sceneggiatura: Robert Bolt, Michael Wilson; fotografia (Technicolor, Super Panavision 70 mm)Freddie A. Young; scenografia: John Stoll, John Box; colonna sonora: Maurice Jarre; suono: John Cox e Shepperton Studio Sound Department; montaggio: Anne V. Coates; interpreti: Peter O’Toole (T.E. Lawrence), Alec Guinness (principe Feisal), Anthony Quinn (Auda abu Tayi), Jack Hawkins (generale Allenby), José Ferrer (il Bey turco), Anthony Quayle (colonnello Harry Brighton), Claude Rains (Mr. Dryden), Arthur Kennedy (Jackson Bentley), Omar Sharif (lo sceicco Alì), Donald Wolfit (generale Murray), Indra Sen Johar (Gasim), Gamil Ratib (Majid), Michel Ray (Farraj), Zia Mohyeddin (Tafas), John Dimech (Daud), Howard Marion Crawford (il medico militare); produzione: Sam Spiegel e David Lean per Horizon Pictures/Columbia Pictures; origine: Gran Bretagna – 1962; durata 227′

 

Inghilterra,1935.Un uomo esce di casa, sulla sua motocicletta e accelera sempre di più. Si imbatte in un gruppo di ciclisti, per evitarli sterza bruscamente ma esce di strada e muore nell’incidente. Una grande folla partecipa commossa al funerale di Thomas Edward Lawrence, questo il nome dell’uomo, che tutti definiscono straordinario, pur senza averlo conosciuto veramente.
La storia ci riporta nel 1916, durante la Prima Guerra Mondiale e precisamente al Cairo, capitale dell’Egitto. Il giovane tenente Lawrence (O’Toole) del servizio informazioni britannico, riceve dal Comando l’ordine di incontrarsi col principe Feisal, allo scopo di stringere un’alleanza contro l’Impero Ottomano, ormai in declino. Raggiunto l’accordo, Lawrence cerca di convincere il principe ad attaccare Damasco, senza successo. Di sua iniziativa, con 50 uomini, si dirige verso il deserto del Nefud insieme con lo sceicco Alì (Sharif) dove incontra il condottiero della tribù degli Howeytat, il fiero Awda Abu Tayi (Quinn). Con il fascino e l’eloquenza, promettendogli un sostanzioso bottino, Lawrence convince l’uomo ad attaccare via terra Aqaba, imprendibile roccaforte marittima dei turchi, con un inatteso colpo di mano. L’iniziativa riesce e Lawrence diventa una figura mitica, col soprannome arabeggiante di El Orens: affascinato dalla cultura del popolo arabo, sogna per la penisola l’indipendenza. Torna così al Comando britannico, attraverso il deserto del Sinai e viene promosso al grado di maggiore. Il generale Allenby gli accorda l’equipaggiamento necessario per costituire un’armata araba, che affianchi le forze inglesi contro i turchi. L’obiettivo reale del generale è rendere l’Arabia un protettorato britannico, dopo aver scacciato i turchi. Lawrence, nonostante venga preso prigioniero e torturato dai suoi nemici, affiancato da Alì, riesce a riunire nuovamente le tribù grazie al proprio carisma e conquista Damasco, precedendo l’armata britannica. Viene informato che Il Comando ha preso accordi con la Francia per la spartizione della penisola, con l’acquiescenza del principe Feisal. L’uomo è frustrato, la politica soffoca il sogno di un’Arabia unita e indipendente. Temendo che la popolarità di Lawrence danneggi le trattative il Comando lo promuove e lo rispedisce in Inghilterra dove, ormai colonnello ma emarginato, scrive la sua biografia: I sette pilastri della saggezza e trova la morte come abbiamo visto nel prologo.

Lawrence d'Arabia
T.E. Lawrence (O’Toole) al centro tra il condottiero nomade (Quinn) a sinistra e lo sceicco Alì (Sharif) a destra.

Dopo Il Ponte sul fiume Kwai il regista inglese David Lean confeziona un film epico e spettacolare, filmato in 70 mm, sfruttando così l’ampiezza degli splendidi paesaggi del deserto. In un ambiente tanto suggestivo si svolge la romantica avventura di T.E. Lawrence, uomo di nobile spirito e la cui complessa personalità, piena di contraddizioni, viene abilmente focalizzata. Grazie a una sceneggiatura sapiente, scritta da Robert Bolt (e dall’esule Michael Wilson, non accreditato:le conseguenze delle persecuzioni maccartiste si fanno ancora sentire) a partire dall’autobiografia dello scomodo eroe britannico, la storia scorre epica e avvincente. Il regista rifiuta il compromesso secondo il quale ogni film popolare merita la sua storia d’amore, relegando i personaggi femminili sullo sfondo, senza conceder loro battute di rilievo, mentre realizza a tinte forti il vivido ritratto dei protagonisti della storia, caratterizzati alla perfezione. Lo sguardo gelido e incrollabile di Peter O’Toole esprime tutta la genialità e l’ostinazione del personaggio che interpreta, così come Anthony Quinn, nella parte del condottiero di una tribù nomade restituisce un ritratto della fierezza del popolo Arabo, rappresentato egregiamente anche dal fedele sceicco Alì dipinto da Omar Sharif. Alec Guinness poi ostenta regalità persino truccato da principe orientale. Costato 15 milioni di dollari, ne incassa 70 nei soli Stati Uniti, rappresentando un grande successo commerciale, trattandosi di un film prodotto al di là dell’oceano. Il responso della critica è meno caloroso, ma non impedisce alla pellicola di vincere ben 7 premi Oscar per il miglior film, la regia, la fotografia, le scene, il montaggio, il suono e la magniloquente (e invadente) colonna sonora di Maurice Jarre. Ad essere premiata è soprattutto la scintillante confezione, mentre falliscono il bersaglio Peter O’Toole, battuto dal Gregory Peck de Il buio oltre la siepe e Omar Sharif, che può però consolarsi con la vittoria di due Golden Globe, ricevuti come miglior attore non protagonista e miglior attore debuttante. Un kolossal epocale che se possibile accresce il suo fascino nell’edizione restaurata dallo stesso regista con l’aiuto di Steven Spielberg e Martin Scorsese nel 1989, più lunga di oltre 30 minuti.

Voto: 8,5 su 10.

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