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- La recensione

Quest'annata è segnata dal ritorno alla ribalta del musical hollywoodiano: da Broadway al grande schermo, Chicago di Rob Marshall è il miglior film

Chicago
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L’intreccio tra le vicende della star Velma Kelly e dell’ambiziosa Roxie Hart. Entrambe assassine ed entrambe assolte dalla giustizia, grazie al losco avvocato Flynn, che ritrovano il successo e l’amore del pubblico insieme, dopo essere state divise dalla stampa scandalistica.
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Chicago (Id.)

Regia: Rob Marshall; soggetto: Bob Fosse, Fred Ebb, Maurine Dallas Watkins (dal musical omonimo del 1975); sceneggiatura: Bill Condon; fotografia: Dion Beebe; scenografia: Johnny Myhre e Gordon Sim; costumi: Colleen Atwood; colonna sonora: Danny Elfman; montaggio: Martin Walsh; effetti speciali: Film Effects Inc., Ted Ross, Toybox; interpreti: Renée Zellweger (Roxie Hart), Catherine Zeta Jones (Velma Kelly), Richard Gere (Billy Flynn), Queen Latifah (Mama Morton), John C. Reilly (Amos Hart), Lucy Liu (Kitty Baxter), Colm Feore (procuratore Martin Harrison), Christine Baranski (Mary Sunshine), Taye Diggs (leader della band), Chita Rivera (Nicky); produzione: Martin Richards per Miramax Films; origine: Usa, Canada – 2002; durata: 113′

Trama

Chicago, 1924. Una sera la star dei nightclub della Windy City, Velma Kelly (Zeta-Jones), rientra a casa dopo aver eseguito il suo cavallo di battaglia (All That Jazz) e trova il marito e la sorella a letto insieme: li uccide e viene arrestata. All’esibizione ha assistito la corista fallita Roxie Hart (Zellweger) che si concede a un viscido mobiliere, tradendo il marito Amos, uomo di buon cuore ma di scarse ambizioni.  L’uomo ha promesso, grazie alle sue conoscenze, di procurare a Roxie un ingaggio come cantante, ma in realtà l’ha ingannata solo per portarla a letto. Scoperta la menzogna, Roxie lo uccide. Durante l’interrogatorio la donna cerca di giustificarsi, sostenendo che l’uomo fosse un ladro che ella aveva sorpreso, ma la verità viene a galla e viene condotta nella stessa prigione dove è richiusa Velma. Il marito di Roxie, ingenuamente convinto dell’innocenza della moglie,  assume il miglior avvocato sulla piazza, Billy Flynn (Gere). Quest’ultimo è anche l’avvocato di Velma. Il Principe del Foro, intuendo il ritorno pubblicitario della vicenda, sfrutta la fragilità di Roxie per assicurarle le simpatie della stampa e scagionarla.Velma, che inizialmente disprezzava Roxie, cerca di convincerla ad aiutarla ma la ragazza, memore dell’alterigia con cui era stata trattata dalla diva, rifiuta. Nel frattempo una nuova assassina sale alla ribalta e, per riconquistare le prime pagine, Roxie si finge incinta. Saputa la notizia Amos si precipita da lei, che lo snobba. Il processo di Roxie viene celebrato e l’invidiosa Velma testimonia per l’accusa. Nonostante ciò, Roxie viene assolta e rivela al marito di aver mentito sulla gravidanza. Uscita di prigione, Roxie cerca di sfruttare la celebrità per trovare lavoro come cantante, senza fortuna. Viene raggiunta da Velma, anche lei assolta, che si trova nella sua stessa condizione. Le due antiche rivali si alleano e preparano un numero musicale in duetto che le porta insieme alla ribalta, consacrandole come cantanti.

Dal palcoscenico al grande schermo

Chicago - Condannatemi se vi riesce!
Ginger Rogers è Roxie Hart nel film del 1942 Condannatemi se vi riesce! di William A. Wellman

Nel mondo dello spettacolo l’adagio “nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma” si rivela spesso valido. La storia di Chicago è proprio questa: il musical del geniale regista e coreografo Bob Fosse, trasportato sui palcoscenici di Broadway nel 1975, prende infatti spunto da una pièce teatrale del 1927, intitolata The Brave Little Women, peraltro già portata al cinema due volte; nel 1927 in una versione inedita in Italia e intitolata proprio Chicago e nel 1942 col titolo Condannatemi se vi riesce! diretta da William A. Wellman, con Ginger Rogers (foto accanto) protagonista nel ruolo di Roxie Hart. La sempre accorta Miramax ne acquista i diritti cinematografici e affida la direzione del progetto al coreografo di Broadway e aspirante regista Rob Marshall, riuscendo a coinvolgere nel cast un trio di divi formato da Renee Zellweger, Catherine Zeta-Jones e Richard Gere, affiancati da abili caratteristi come John C. Reilly, Queen Latifah e Christine Baranski. Grazie a questi nomi di grido, tutti con qualche esperienza musicale alle spalle, l’attenzione del pubblico viene conquistata grazie ai nomi di richiamo del cast. Il resto è affidato a numeri musicali rutilanti e complessi, che si susseguono con costumi sfarzosi e un ritmo incessante, tale da sviare l’attenzione dalle esecuzioni magari non perfette delle star coinvolte. Lo stile è chiaramente ispirato ad altri lavori cinematografici di Fosse come Cabaret e All That Jazz (nel numero musicale d’apertura, Catherine Zeta-Jones/Velma Kelly esegue proprio la canzone All That Jazz che dà il titolo al film di Fosse del 1979, Palma d’oro a Cannes nel 1980). Per ulteriori informazioni sulle canzoni e sugli splendidi numeri eseguiti dagli attori, vi rimando all’articolo presente sul nostro sito e dedicato a Chicago nella rubrica “La musica nel cinema”. Tornando all’ambito prettamente cinematografico, il musical di Marshall ottiene ben otto candidature ai Golden Globe, portandone a casa tre (per il film musicale, per il miglior attore in un film musicale Richard Gere e per la migliore attrice in un film musicale Renee Zellweger). Le nomination diventano tredici per i premi Oscar, pochi giorni più tardi: al Kodak Theatre nella notte delle stelle, Chicago è il film da battere.

Il racconto del redattore

Chicago finisce per imporsi su una cinquina eterogenea e agguerrita. C’è Gangs of New York che il maestro Martin Scorsese è riuscito a realizzare dopo vent’anni di tentativi infruttuosi: una grande saga violenta ambientata nel diciannovesimo secolo che risente del ritardo nella realizzazione (ad esempio la parte toccata nel 2002 a Cameron Diaz nelle intenzioni di Scorsese – e quindi con il film girato nel 1982 – doveva essere data a Meryl Streep), nonostante le prove egregie di Daniel Day Lewis e Leonardo DiCaprio. Dieci nomination infruttuose sono il magro bottino del film. C’è Il pianista che vince per l’attore protagonista Adrien Brody, per la regia dell’esule Roman Polanski e per la sceneggiatura. C’è il verboso The Hours che regala il sospirato Oscar da attrice protagonista a Nicole Kidman, imbruttitasi per recitare la parte della scrittrice suicida Virginia Woolf. Chiude il novero nei finalisti Il Signore degli Anelli – Le due torri, secondo (e obiettivamente meno riuscito) capitolo della saga fantasy di Peter Jackson, tratta dal romanzo di J.R.R. Tolkien (due Oscar agli effetti visivi e al montaggio sonoro). Da segnalare in quest’edizione del premio l’Oscar da attore non protagonista a Chris Cooper per Il ladro di orchidee (che batte l’ancora una volta sfortunato e immenso Ed Harris, malato di AIDS in The Hours), quello per la sceneggiatura originale allo spagnolo Pedro Almodóvar  per Parla con lei (Hable con Ella) e la statuetta per il miglior film d’animazione, che incorona meritatamente e un po’ a sorpresa il meraviglioso La città incantata di Hayao Miyazaki. Due Oscar al trucco e alla colonna sonora per Frida, sulla difficile vita della pittrice messicana Frida Kahlo, intepretata da un’irriconoscibile Salma Hayek. Un solo premio alla fotografia è il risultato del commovente Era mio padre con Paul Newman e Tom Hanks. Sono sei in totale le statuette di Chicago, che vince anche per scenografia, montaggio, costumi, sonoro e per la migliore attrice non protagonista Catherine Zeta-Jones (filmato in alto).

Il nostro voto

In conclusione su

Come recita una battuta del film, pronunciata da Queen Latifah/Mama Morton: “L’omicidio è una forma d’intrattenimento in questa città”. Quello che lascia e il film allo spettatore è in fondo questo: intrattenimento. Al di là della riflessione sul cinico mondo dei media, servita in modo ambiguo e amorale ma senza vera originalità. Indiscutibile l’abilità del regista/coreografo nell’alternare numeri musicali a parti narrative con un montaggio frenetico. Lodevole l’apporto degli attori. Troppe le sei statuette conquistate.

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Come recita una battuta del film, pronunciata da Queen Latifah/Mama Morton: “L’omicidio è una forma d’intrattenimento in questa città”. Quello che lascia e il film allo spettatore è in fondo questo: intrattenimento. Al di là della riflessione sul cinico mondo dei media, servita in modo ambiguo e amorale ma senza vera originalità. Indiscutibile l’abilità del regista/coreografo nell’alternare numeri musicali a parti narrative con un montaggio frenetico. Lodevole l’apporto degli attori. Troppe le sei statuette conquistate.

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