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L’atelier, la banlieu vista dai ragazzi

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Laurent Cantent, Palma d’Oro a Cannes con La classe, continua a narrare la storia delle periferie e dei ragazzi che le abitano e, per realizzare questo film, ha scritto la sceneggiatura assieme a loro.

Se ogni artista ha la sua peculiare poetica, quella di Laurent Cantet è quella di cantare la periferia, l’emarginazione. Dopo un bel film, giustamente premiato con la Palma d’Oro, ambientato nelle scuole multirazziali della periferia parigina, torna a parlare di ragazzi di borgata, come avrebbe detto Pasolini.

Per ricreare nel modo più fedele questa realtà ha organizzato un collettivo di ragazzi per scrivere assieme la sceneggiatura del film. Questa esperienza è diventata, mutatis mutandis, la sceneggiatura del film.

Ne L’atelier un gruppo di ragazzi, provenienti dalle periferie di Marsiglia e di Tolone, partecipa a un Workshop per realizzare un thriller, guidati dalla nota scrittrice Olivia Déjazet, interpretata da Marina Fois. La Ciotat, nella quale è ambientato il film, ha un passato di fiorenti cantieri navali, ormai in crisi. I ragazzi ambientano il loro giallo proprio nel mondo operaio dei cantieri chiusi e delle lotte operaie. Nel gruppo spicca Antoine, un attaccabrighe che si scontra spesso coi compagni neri e magrebini. Olivia è incuriosita dal suo atteggiamento e vuole scoprire i processi mentali che lo spingono alla violenza e al razzismo. Il film quindi si interroga sulla condizione giovanile, su cosa spinga irresistibilmente i ragazzi verso la radicalizzazione e l’estremismo politico. Problemi di non poco conto in una Francia ormai da anni multietnica e con tante cose da farsi perdonare.

Dunque un film da osservare molto attentamente, visto che la società francese, ormai, somiglia a quella di tutti i paesi europei. Inutile dire che il razzismo, l’estremismo, la mancanza di fede o ideologia spadroneggiano anche fra i giovani italiani.

Inoltre, il modo col quale è stata stesa la sceneggiatura lo trasforma in una sorta di documentario estremamente fededegno, visto che non è Sir David Attenborough che racconta la vita degli uccelli. È un po’ come se gli uccelli facessero un documentario su se stessi.

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