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Il labirinto del fauno: come sono nati Pale Man e il Fauno

Pale Man, Fauno e mostri reali: il dietro le quinte degli effetti pratici di Guillermo del Toro

Il labirinto del fauno - guillermo del toro
Il labirinto del fauno - Guillermo del toro
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Il Pale Man e il Fauno de Il labirinto del fauno non sono nati soprattutto in CGI: Guillermo del Toro e la sua squadra hanno costruito creature fisiche, protesi, costumi e trucchi di ripresa che Doug Jones poteva davvero interpretare sul set. A vent’anni dall’uscita del film, il nuovo restauro riporta l’attenzione su uno dei suoi aspetti più sorprendenti: quanto dell’incubo visto sullo schermo fosse concreto.

Come è stato creato il Pale Man?

Il Pale Man, la creatura pallida con gli occhi nei palmi delle mani, è uno degli esempi più chiari della filosofia di del Toro. Il corpo che vediamo appartiene a Doug Jones, trasformato attraverso un costume prostetico e un trucco estremamente elaborato.

La creatura non doveva sembrare semplicemente un mostro. Il design punta su un corpo umanoide deformato, quasi privo di volto, con una pelle cadente e un modo di muoversi lento e rituale. Gli occhi sulle mani completano l’effetto perché costringono il personaggio a vedere in un modo fisicamente innaturale.

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Il labirinto del fauno di guillermo del toro

Doug Jones vedeva davvero mentre interpretava il Pale Man?

La risposta è: con grandi difficoltà. Il costume e il trucco limitavano la visuale e la mobilità dell’attore. La scena funziona proprio perché Jones non si muove come una creatura digitale perfettamente fluida: ogni passo sembra pesante, incerto e fisico.

Del Toro ha spesso costruito i suoi mostri partendo dalla performance dell’attore e non dall’effetto finale. Anche per questo il Pale Man resta inquietante a distanza di vent’anni: la sua presenza occupa davvero lo spazio della stanza insieme a Ofelia.

Il Fauno era un costume o un effetto digitale?

Il Fauno era soprattutto una performance in costume. Anche in questo caso Doug Jones indossava protesi e componenti meccaniche, mentre gli effetti digitali venivano usati per rifinire movimenti e dettagli impossibili da ottenere completamente dal vivo.

Il risultato è un personaggio ambiguo. Non sembra mai del tutto benevolo né completamente mostruoso. Le corna, il volto segnato e le gambe non umane lo rendono antico, ma il modo in cui Jones inclina il corpo e usa le mani gli dà una personalità molto precisa.

Perché del Toro preferisce gli effetti pratici?

La scelta non nasce da una semplice nostalgia per il cinema analogico. Nel lavoro di Guillermo del Toro gli effetti pratici servono soprattutto a dare agli attori qualcosa di reale con cui interagire. Una creatura presente sul set produce ombre, occupa spazio, ha un peso e impone una distanza fisica agli altri interpreti.

Questo approccio è coerente con quanto il regista ha raccontato nel tempo sul rapporto tra fantastico e realtà. In un approfondimento dell’American Society of Cinematographers, del Toro spiega come il fantastico acquisti forza proprio quando viene radicato in un contesto storico e visivo credibile.

Quanto CGI c’è davvero nel film?

La computer grafica è presente, ma spesso lavora insieme agli elementi fisici invece di sostituirli. Le fate, alcune trasformazioni e vari dettagli vengono completati digitalmente, mentre molte delle creature principali partono da protesi, animatronica, costumi e scenografie reali.

La featurette diffusa per il ventesimo anniversario del film torna proprio su questo punto, mostrando il lavoro dietro le creature e ricordando quanto il set dipendesse da effetti concreti. Il film restaurato torna nelle sale statunitensi il 9 ottobre 2026, una ricorrenza che riaccende l’interesse per la sua lavorazione.

Perché il Pale Man fa ancora così paura?

Il segreto non è soltanto il suo aspetto. La scena è costruita come una prova con regole semplici: Ofelia entra in una stanza, sa che non deve mangiare nulla e vede una creatura apparentemente immobile. Quando infrange il divieto, il Pale Man si sveglia.

La paura nasce quindi dall’attesa e dalla fisicità. Lo spettatore vede il mostro alzarsi, infilare gli occhi nelle mani e avanzare lentamente nello stesso spazio della protagonista. Non è un’apparizione improvvisa: è una minaccia che prende tempo per diventare reale.

Il ritorno del film dopo vent’anni

Il labirinto del fauno uscì nel 2006 e vinse tre Oscar, tra cui quello per il trucco e quello per la scenografia. Il ventesimo anniversario è quindi un’occasione naturale per rivedere il film non solo come fantasy, ma come dimostrazione di artigianato cinematografico.

Su iCrewPlay Cinema avevamo già ricordato il rapporto di Guillermo del Toro con il fantasy e l’horror nel nostro approfondimento dedicato al cinema di Guillermo del Toro. Puoi recuperare anche il pezzo sul lato horror della sua filmografia, utile per capire perché i suoi mostri siano quasi sempre più complessi di una semplice creatura da spavento.

In breve

  • Pale Man: interpretato fisicamente da Doug Jones con costume e protesi.
  • Fauno: creatura realizzata soprattutto sul set, poi rifinita con effetti digitali.
  • Metodo: del Toro usa il digitale come complemento, non necessariamente come sostituto dell’effetto pratico.
  • Perché funziona: attori e creature condividono lo stesso spazio reale, con movimenti e interazioni fisiche.
  • Gancio attuale: il film compie vent’anni nel 2026 ed è tornato al centro dell’attenzione grazie a un nuovo restauro e a materiali dietro le quinte.

È proprio questa combinazione tra trucco, costume, performance e ritocco digitale a rendere ancora oggi il Pale Man e il Fauno così convincenti: sembrano creature appartenenti al mondo di Ofelia, non elementi appoggiati sopra l’immagine.

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