Dal 27 aprile, in anteprima assoluta su Prime Video, La Sobrietà di Carlo Fenizi (Effetto Paradosso, Istmo). In una chiave tra mockumentary e commedia nera, il regista accompagna gli spettatori dietro le quinte degli ambienti cinematografici, tra manie e debolezze dei suoi protagonisti.

Al centro della storia una nota actor coach e un fantasioso regista che decide di realizzare un documentario proprio per smascherarne il metodo d’insegnamento, famoso quanto manipolatorio. Tra scenografie vivaci e atmosfera onirica, nel cast troviamo Michele Venitucci, Eva Basteiro-Bertolí, Antonia San Juan, un’inedita Carmen Russo e un grande ritorno al cinema italiano, Amanda Lear.
La Sobrietà, sinossi
Dopo una delusione professionale, Rodrigo – regista dalla fantasia iperbolica – incontra Kimba, figura enigmatica del cinema. Preparatrice di attori, direttrice di casting e ideatrice di un metodo controverso che tiene in pugno un gruppo di attrici, disposte a tutto pur di raggiungere il talento e il successo, con pratiche ridicole e manipolatorie. Insieme a Cornelio, sceneggiatore anche lui caduto nella trappola, Rodrigo decide di realizzare un documentario per scoprire la verità sulla vita della donna e smascherare tutte le contraddizioni del “Metodo Kimba”. Ma più le riprese avanzano, più i confini tra osservatore e soggetto, tra realtà e finzione si confondono. Chi sta osservando chi?
Cast tecnico e artistico
Regia: Carlo Fenizi
Soggetto e Sceneggiatura: Carlo Fenizi e Raffaele Notaro
Cast de La Sobrietà: Michele Venitucci (Rodrigo), Eva Basteiro-Bertolí (Kimba), Francesco Zenzola (Cornelio), Amanda Lear (Suor Maria Loreta), Carmen Russo (Italia Martinelli), Antonia San Juan (Corazón Aguilar), Cloris Brosca (Mela), Shaila Esposito (Renata), Julieta Marocco (Lorena), Cosetta Turco (Montevergine), Giovanni Prisco (Antonio Pandoro), Flora Contraffatto (Ecomostro), Simone Di Matteo (Mattia), Chiara Fenizi (La Pipistrela), Maria Rosaria Vera (Biscotti).
Fotografia: Lorenzo Urzia
Montaggio: Carlo Fenizi
Suono: Andrea Giaccone

Musica: Eva Basteiro-Bertolí, Bartira, Luca Bergomi, Terranima
Scenografia: Francesca Roberto
Costumi: Rosanna Sisto
Trucco e Acconciatura: Giuseppe Monaco, Stefania Bertola
Produttori: Carlo Fenizi e Raffaele Notaro
Produzione e Distribuzione: Tejo s.r.l.s.
La Sobrietà, note di regia

La sobrietà di sobrio non ha nulla. È un film registicamente facile da interpretare: per la sua natura metacinematografica è una grande nota di regia. L’idea proviene da tre input creativi: raccontare in modo iperbolico una parte del mondo del cinema e dinamiche che ho osservato e vissuto in prima persona, esplorare senza pormi limiti alcune “biodiversità” umane nella loro natura ipertrofica e crearmi l’opportunità di realizzare un manifesto libero, visivo e contenutistico del mio linguaggio.
In un primo momento la storia de La Sobrietà nasceva con una struttura più tradizionale poi, data la totale libertà produttiva e indipendente, la narrazione ha preso una piega indomita che ha virato verso l’impostazione del mockumentary. Da una parte, è una storia che racconta la manipolazione e la fragilità di alcuni ambienti, dall’altra, in senso più ampio, la dicotomia tra finto realismo (sempre più preponderante nell’era dei social) e la fantasia, quella classica, sana, sfrenata.
È quella, a mio parere, che ha il vero potere di far crollare il confine tra verità e finzione. Da regista “controllatore” mi sono ritrovato controllato dalla mia stessa fantasia, quella più selvaggia e adolescenziale. È stato catartico e liberatorio. Che bella parola e che bel concetto quello della “sobrietà”! Ispira una sensazione pacificante di fiducia. Per alcuni è la chiave del successo commerciale e anche della bravura attoriale, come viene sotteso nel film.
È una parola che presagisce storie equilibrate e compiacenti, personaggi rassicuranti, una rappresentazione realistica e misurata. In questa storia non c’è nulla di tutto questo. Il titolo del film contraddice in toto ciò che si vede. D’altra parte noi animali sociali spesso parliamo e operiamo in modo diametralmente opposto alla direzioni dei nostri pensieri. Il mio gusto non è sobrio. Si muove verso l’universo dell’insolito e del grottesco perché è ciò che mi affascina di noi esseri umani, quando e soprattutto il nostro tentativo è quello di apparire vincenti, coerenti e socialmente integrati: “sobri”.
Il grottesco, invece, mi sembra l’aspetto più vero che abbiamo ma anche, forse, quello di cui abbiamo più timore. È un film corale, di espressionismo plurale, i personaggi hanno identità talmente marcate da risultare confuse, provenienze sfumate, lingue inventate. È stato difficile assegnare un genere: il caso noir in chiave ironica lo rende una commedia nera, la tecnica lo traghetta nel mondo del finto documentario (senza distinzione fotografica tra “docu” e fiction), l’atmosfera allucinatoria può sviare verso il surrealismo. Eppure sarei tentato di definirlo un film realista.
Più verosimilmente La Sobrietà è un filmcamp. La frammentazione è la caratteristica strutturale che definisce la storia, una chiave estetica necessaria per questo film che ho montato in prima persona. L’artificio di finzione c’è e si vede, rifugge dal naturalismo dell’immagine pura. In questo senso preferisco l’inverosimile dichiarato all’imitazione di ciò che ci circonda. C’è una preponderanza dell’universo femminile, un mix di iconografie che mi sono care e che, per mia natura, mi viene da rappresentare sempre nella cornice dei sud del mondo, quella euromediterranea, dai rituali meridionali, dagli scenari mitici e decadenti, contrastanti e difettosi.
C’è la mia pugliesità e il tropicalismo, più effetto che causa. Insomma registicamente c’è poco mistero: nel film è chiara la mia estetica e la mia visione, quella che ho sul cinema, sui metodi e su alcune figure e dinamiche del settore. La sobrietà, per me, è un film pazzo e sincero, esplicitamente molto personale, una dichiarazione d’intenti.