La casa dei libri di Isabel Coixet ci parla di sogni, desideri, nostalgie, piccoli fallimenti e grandi vittorie di chi lotta da Don Chisciotte, con cuore puro. Fosse pure una semplice libraia.

“La casa dei libri” è un film di una delicatezza rara che fugge sullo schermo con la bellezza dell’infinito, lo sguardo all’orizzonte e le radici nell’anima.

Lo spettatore si accende di passione via via che la narrazione si dipana e viene assorbito come in un vortice dalla purezza delle immagini e dalla loro levità. Le scene scorrono col ritmo del respiro quando si assapora un brandy ben invecchiato, o quando d’inverno, presso un camino acceso, si rievocano i fatti dell’infanzia.

E sorgono domande che toccano il nostro intimo: il senso dei giorni può essere affidato ad un libro e alla voluttà dell’amicizia? La cerca di un senso anacronistico e proprio per questo vero e sincero può essere il deus ex machina“, che dia nuova vita al nostro incedere fra passato e futuro? Il sogno, la sfida possono essere validi consiglieri per un valoroso Don Chisciotte, o sono solo chimere cui deve sottrarsi un prode Ulisse? E una piccola libraria, che arde di passione, sorseggia ogni parola come un elisir d’amore e vibra con ali fragili d’usignolo, potrà mai vincere l’impeto e l’ottusità di cittadini vili e scontrosi, sottomessi alle lusinghe del potere?

L’attrice protagonista Emily Mortimer rimane delicata e leggera eppure intensa nello svelare gli umori, le passioni e i desideri che animano Florence, la nostra piccola ma indomita libraia, in una presenza scenica sorprendente lungo tutto il film. Sembra incredibile ricordarla quale moglie scialba e tradita in Match Point di Woody Allen. Qui invece è tutta compresa in un ruolo che le si addice a pennello e valorizza la sua insospettabile eppure straordinaria versatilità.

La casa dei libri narra di una lotta epica; una piccola grande donna, armata solo del suo coraggio, cerca di sfidare l’ottusità, il perbenismo, gli interessi meschini di una intera comunità che le si volge contro. Armata di un sogno cosi grande da far tremare i polsi, trova il modo di recuperare le sue radici e compie un salto nel buio.

All’apparenza un po’ “effacée” come dicono i francesi, Florence sprigiona invece una presenza forte, ricca della sua sensibilità, del desiderio di bene, con lo spirito vigile e l’anima tesa a vivere pienamente, non solo a far scorrere i giorni. Grazie alla meraviglia che sono i libri.

In una casa antica, sul filo del tempo. Nella sua libreria che diventa il segno di una provocazione per tutti noi. Perché i libri invitano a viaggiare, a perdersi in labirinti infiniti dove ci si può ritrovare, uguali ma sempre diversi; viaggi di brivido che aprono porte sulle dimensioni dell’anima. Con i libri quali amici veri, che non ci lasciano mai soli. Basta immergersi in loro, fuggendo la banalità di un quotidiano troppo scontato.

Cosi la libreria diventa tempio, un luogo sacro dove adorare la vita qui ed ora, perché solo in una dimensione poetica (e profetica) l’essenza del vero può raggiungerci. Ed una apparente semplice  e banale libreria diventa un atto di sfida al pensiero comune.

Sul filo dei giorni, Florence tesse la sua tela, con le radici salde nel passato e lo sguardo fermo sul futuro. Unico suo complice un attempato e gentil Signore del luogo. Scorbutico ma sapiente, Edmund annoda con Florence una singolare affinità elettiva.

Quando risulta quasi impossibile resistere all’inferno del cosiddetto viver civile, al livore dei cittadini e ad una Lady autoritaria e pretenziosa, magistralmente interpretata da Patricia Clarkson, l’epilogo rievoca alcune ben note scene del film “Lo scopone scientifico” di Luigi Comencini.

Se infine la protagonista si dissolve nel passare il testimone ad un piccolo angelo vendicatore, il sogno rinasce nel cuore puro di chi cerca giustizia, amore e bellezza per l’umanità. E per i libri. Perché “… è proprio vero che chi ha tanti libri non è mai solo…”.

La regista Isabel Coixet, di origine spagnola, viene dal mondo della pubblicità ma nasce con il sogno del cinema nel sangue, e dopo varie candidature conquista finalmente il successo internazionale con La mia vita senza me del 2003, vincitore di due Premi Goya come migliore sceneggiatura non originale e miglior canzone, candidato agli European Film Awards per miglior film e miglior regista. Anche in questo caso una donna protagonista, in cerca di un senso altro della vita proprio quando la sua va esaurendosi. Da contraltare a Florence, la quale finalmente sboccia ad una nuova sé, e ad un sogno che si coronerà. Grazie a lei o malgrado lei?

Bill Nighy, che di solito interpreta ruoli eccentrici, è Edmund il gentil signore che si invaghisce di Florence, ricambiato, e che dona la sua ultima carezza d’amore come un soffio, in un’ultima chiosa alla sua esistenza vigile e solitaria. Come a dire che non tanto il viaggio conta quanto la densità dell’attimo, unico segno di un viver autentico.

La fotografia è eccellente, la sceneggiatura raffinata, la regia vivida e avvolgente, in un racconto dal ritmo lieve che trafigge lo spettatore e lo inebria, immergendolo in una sublime armonia.

Diciamolo pure, il film è eccellente. Come nella vita, si dipana tra semplicità e  maestria, fra attimi di contemplazione interiore, sussulti narrativi e colpi di scena che risultano di grande efficacia. Il tutto per creare un piccolo miracolo: trasformare ciò che scorre in ciò che resta, dipingere gli attimi fugaci su di una tela eterna e verace, per spremere dall’anima l’essenza e la verità. In un viaggio infinito dove ogni elemento trova il proprio posto, con equilibrio magico e sottile.

In realtà, La casa dei libri si offre pudica al nostro sguardo. In una mirandola di chiaroscuri, albe rosee e tramonti solitari, questo piccolo grande capolavoro ci dona un fluire prezioso di emozioni, dai toni multicolori. Risveglia il battito dell’anima e lo accorda al respiro del cuore.

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