Kufid

Kufid di Elia Moutamid, visto per voi

Dal 17 giugno nelle sale 'Kufid' di Elia Moutamid: una ricerca sulla riqualificazione dei quartieri popolari si trasforma in una riflessione autobiografica quando la pandemia interrompe il progetto

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Kufid (Id.)

Regia: Elia Moutamid; soggetto e sceneggiatura: Elia Moutamid; fotografia: Elia Moutamid (colori di Gianluca Ceresoli, Alessio Zanardi); suono: Matteo De Simone; musiche: Piernicola di Muro; grafica: Giorgio Poloni, Giulia Rosa, interpreti: Elia Moutamid e Valeria Battaini; produzione: Elia Moutamid, Graziano Chiscuzzu, Chiara Budano per 5E6 s.r.l. e distribuito da Cineclub Internazionale; origine: Italia -2020; durata: 57′.

Trama

Elia Moutamid è bresciano. Figlio di immigrati, tra la fine degli anni ’70 e degli ’80 il padre è arrivato in Italia dal Marocco come venditore di biancheria ed è riuscito a diventare un imprenditore di un certo rilievo. All’epoca l’immigrazione era vista con curiosità, più che con diffidenza come invece accade oggi. Cresciuto in Italia è diventato regista, soprattutto di documentari, ma non ha dimenticato le proprie origini. Nei primi mesi del 2020 era appunto impegnato nel montare alcune delle immagini riprese in Marocco per il suo prossimo film, in attesa di girarne altre in Italia per confrontare il processo di gentrificazione in atto nei due paesi, quando il 9 marzo 2020 viene annunciata la chiusura totale. L’ Italia entra in lockdown. Da quel momento inizia : Elia parla con la produzione, cerca di capire come conciliare il suo lavoro con le rigidità dell’autocertificazione, ascolta la retorica ottimista delle televisioni, pensa persino a girare dei tutorial e a documentare la sua reclusione.

Kufid

Il fratello si ammala, fatica a respirare e lui non può accorrere in suo aiuto, ma si prodiga per cercare consigli medici su come affrontare i sintomi del virus a casa. Il padre, in viaggio in Marocco non può tornare acasa a causa del blocco dei voli dall’estero, ma Elia siprodiga per farlo imbarcare su uno dei voli speciali messi a disposizione dal Ministero degli Esteri per i cittadini italiani bloccati fuori dei confini nazionali. Si reca a Roma in piena notte per prelevarlo dall’ aeroporto e accompagnarlo in una casa vuota a Brescia dove possa scontare la quarantena obbligatoria. Neimomenti di solitudine parla con Kufid, ponendosi domande sulla sua vita e sull’integrazione: ‘integrarsi a chi e a che cosa?’ è solo una delle domande che si pone Elia, musulmano d’Italia, all’interno di un film che è diventato anche un diario della sua quotidianità. Elia si apre a Kufid, con la parola ‘In’challah’ (se Dio vuole).

“Kufid non è un film ‘sulla pandemia’, ma ‘girato durante la pandemia’ che ne diventa parte integrante”

Il giudizio del redattore

Se la vita è spesso definita come quello che capita quando ti stai occupando di qualcos’altro Kufid ne è un esempio perfetto: l’obiettivo originario di analizzare il modo in cui l’urbanizzazione cambia il volto delle città è stato trasformato dalle circostanze in una riflessione antropologica venata d’ironia sulla caducità dell’essere umano, che scaturisce da quell’esperienza alienante che per molti di noi è stata la reclusione forzata durante la pandemia. Dice il regista a proposito del film:

“Il primo intento di Kufid è raccontare dinamiche umane attraverso la narrazione autobiografica, su un ‘telaio narrativo’ basato sul concetto di trasformazione urbana. In questo film ci sono io, c’è l’Italia (quella del Nord) , c’è il tempo presente. Qualcosa di inaspettato e di enorme portata scombussola i miei piani e quelli del mondo: io, però, decido di usarlo a mio favore. La prima battuta della voce fuori campo dice: ‘Da piccolo i miei genitori mi hanno insegnato a dire Inch’Allah quando metto in programma di fare qualcosa’. Ecco, Kufid è questo: la pianificazione di qualcosa di non pianificato. Un ossimoro ”. Uno scopo inaspettato ma centrato in pieno.

Dal punto di vista tecnico questa pianificazione dell’incontrollabile si percepisce in ogni ripresa, in ogni fotografia del paesaggio desolato che si si prospetta davanti agli occhi del protagonista, accompagnato dalla musica di Piernicola Di Muro (Tutti pazzi per Amore, È arrivata la felicità per la tv e Una grande famiglia per il cinema) e in particolare  dalla canzone Kufid – in alto puoi ascoltarla – che prende il titolo dal film.

Un regista si trova rinchiuso a causa del lockdown nella sua casa di Brescia, costretto a occuparsi dei familiari a distanza, a reprimere l’impulso di soccorrerli in prima persona. Un diario dal quale, oltre i dubbi e le riflessioni sollevate da un virus che sconvolge famiglie e abitudini, sembra emergere un unico punto fermo: ‘Inch’Allah’ (se Dio vuole). Espressione questa non di passività, ma di accettazione serena di ciò che non puoi controllare quando s’intraprende un progetto.

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