La mortalità come parte inscindibile della vita

Il giovane Benjamin, medico internista, all’inizio del suo lavoro nell’ospedale di cui il padre è primario, incontra subito il suo alter ego: Abdel, empatico, scrupoloso, attento al paziente prima ancora che alla malattia. La sceneggiatura essenziale, quasi scarna, rende la critica sociale ben visibile, immediata, non cede alla lusinga dei temi esistenziali che sono trattati senza alcuna retorica, con la leggerezza e la naturalezza dell’evento che determina disagi e svolte. Interessante l’ alternanza di sacro e profano, espressa dalla mescolanza di luoghi sporchi, dall’incuria degli spazi del personale medico, con i luoghi più puliti per i pazienti, dalle atmosfere serie e contenute durante il lavoro, col totale caos, talvolta perfino goliardico, nelle pause, dove, chiaramente, è vietato parlare dei pazienti. Il percorso di maturazione di Benjamin passa attraverso una severa assunzione di responsabilità, capace di ribaltare il giudizio dello spettatore che, invitato ad entrare nel merito delle difficoltà oggettive, deve ammettere che il confine tra giusto e sbagliato, tra bene e male, è più sfumato di quanto non siamo abituati a pensare osservando le situazioni da lontano.

Il ritmo serrato dell’intro ci precipita immediatamente nella dimensione in cui la spada di Damocle che grava sulle teste di medici, infermieri ed internisti, si chiama tempo! In questa dimensione in cui il tempo determina il passaggio dalla speranza alla disperazione, dalla vita alla morte, in questa dimensione in cui il saper fare non può prescindere dal saper ascoltare, la consapevolezza gioca un ruolo centrale. Lo specchio riflette, nel suo muto restituire l’immagine di sé che si coltiva o nel confronto con l’altro, immediato quanto scomodo e spietato, ogni limite, tutte le resistenze e le umane difficoltà. Il passaggio dalla resistenza all’accoglienza è ciò che consente l’evoluzione e la giusta collocazione in una dimensione in cui coraggio, empatia e determinazione consentono di fare bene, perché se è vero che “non siamo uomini, siamo esseri umani, ed anche errare è umano” è pur vero che il coraggio, l’impegno, la consapevolezza dei propri diritti è ciò che muove il mondo, in questa necessità tellurica di trovare continuamente nuovi equilibri. E se … ” fare il medico non è un mestiere, è una specie di maledizione” questo continuo dialogo con la morte presuppone la capacità di rispettare e accogliere la mortalità come parte inscindibile della vita.

Ippocrate un film Francese del 2014 di Thomas Lilti, con Vincent Lacost, Reda Kateb e Jacques Gamblen in Italia da giugno 2018 Premio Cesar miglior attore non protagonista 2015 a Reda Kateb

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