Lo scorso 11 Novembre presso il Nuovo Cinema Azzurro di Ancona c’è stata la proiezione de Il ragazzo più felice del mondo con la presenza di Gipi e Gero Arnone

Chi è Il ragazzo più felice del mondo? Forse proprio quello scovato da Gipi e che è stato da spunto per la realizzazione di questo film: una persona che, spacciandosi per un ragazzino di 15 anni, da più di vent’anni manda lettere cartacee scritte a mano a tutti i fumettisti italiani chiedendo uno schizzetto in regalo.

Il racconto inizia proprio così, con la ricerca di questa persona per capire perché si nasconde dietro alla falsa identità di un ragazzino adolescente. Un documentario con degli obiettivi molto chiari: trovare quest’individuo e fargli incontrare le persone a cui per tutti questi anni ha inviato lettere. Ma sarà veramente un documentario? Forse no. Cercando di seguire i fili di una storia da dover narrare a tutti i costi, prende una piega diversa e ci fa riflettere sul  senso del “raccontare storie” e sulle scelte morali che che si compiono (o meno) per poter realizzare questo desiderio.

Il ragazzo più felice del mondo Oltre a quello che ci hai raccontato sullo schermo, raccontaci anche le traversia che hai dovuto sopportare per portare il progetto dalla storia al cinema

A parte quelle che vengono anche raccontate nel film, quasi tutte vere, in realtà io ho scoperto questa storia ad aprile 2017 e ho deciso di iniziare subito a lavorare, tra il giorno della scoperta e il primo giorno di riprese sono passati solamente dieci giorni. Io e mia moglie abbiamo prodotto tutto fino al momento in cui non abbiamo parlato con la fandango, per fare quello ci siamo rovinati, abbiamo speso ogni centesimo che avevamo. Abbiamo lavorato con una troupe piccolissima, tutti ragazzi giovanissimi, nessuno arrivava a 30 anni e venivano pagati tutti alla fine di ogni settimana, cosa rara nel mondo del cinema. Non pensavo di guadagnarci un euro, volevo solo raccontare questa storia.

Faccio una domanda a Gero. Vorrei sapere come vi siete conosciuti, com’è nato questo sodalizio che oltre ad amicizia è anche artistico, i nostri amici avranno visto i vostri lavori per Propaganda live, i video che fate ogni settimana. C’è molto affiatamento cosa che denota un connubio non solo professionale ma anche umano

Io e Gianni ci conosciamo da 5-6 anni. quando ci siamo conosciuti io stavo a Roma e lui a Pisa, lo seguivo sul blog e Gianni una volta mi ha mandato una email e io non gli ho risposto. Ammetto di essere un completo ignorante nell’ambito del fumetto, poi l’ho detto a un mio amico che mi ha detto chi fosse. Ci incontriamo a Pisa per fare un lavoro che poi non è andato in porto, come molti altri lavori che dovevamo fare insieme. Dopo il matrimonio e il trasferimento di Gipi a Roma siamo diventati amici. Abbiamo fatto 100 e più progetti, nessuno ha portato a qualcosa di concreto fino a questo film, la prima cosa che abbiamo messo in scena. Da quel momento in poi abbiamo iniziato a fare tutti quei cortometraggi, adesso siamo più efficienti, ora ne facciamo uno a settimana e tra un mese ci ricoverano

I cortometraggi vi hanno aiutato nel film, per le tempistiche?

No i corti sono venuti dopo, sono una conseguenza, adesso siamo molto più sciolti a fare le cose. Io avevo già fatto un film, uno e mezzo ma non mi ero mai messo in mezzo alla scena. Solo che questa è una storia reale e non potevo non starci.

Il furto del progetto c’è stato davvero?

No, la parte della megaproduzione è inventata. Di reale in questo c’è il fatto che in una prima versione della sceneggiatura io andavo a RAI Cinema a portare il progetto. Conosco delle persone che lavorano lì, sono quelle che decidono quali progetti finanziare e quali no. Nella sceneggiatura avevo messo proprio nome e cognome di una mia amica, interpretava se stessa in una versione deformata. Letto il copione mi ha chiamato chiedendomi perché le facessi fare quella figuraccia, ricordandomi che avevo già collaborato con loro e che mi avevano sempre lasciato carta bianca. Da qui la mia decisione di modificare quella parte ed inserire la megaproduzione. In realtà non sono mai andato in giro a cercare soldi, sono andato da Domenico Procacci quando avevo in mente di fare un documentario, lui mi ha dato l’ok e sono sparito. Quando l’ho risentito avevo tra le mani un film. Anche nella scena in cui compare l’ha girata rimanendo all’oscuro di tutto e vedendo in seguito il pre montaggio ha avuto delle perplessità, ma alla fine si è convinto.

Qual è il nome della cittadina sul mare?

Vi voglio dire solo una cosa, non sono mai stato così vicino.

E’ vero che non hai mai incontrato il finto quindicenne?

Si è vero. Ho iniziato a lavorare dicendo davvero di voler portare su un pullman tutti i fumettisti a cui ha scritto in questi anni per fargli passare la giornata più bella della sua vita, lo stesso Procacci ha sentito questa versione della storia quando gli ho proposto il progetto. Alla fine ho deciso di lasciarlo in pace, se dovesse mai vedere il film spero che capisca che è stato protetto. Era facile fare il contrario, anche a livello di sceneggiatura in parte era anche giusto farlo ma io rispondo ad altre forme mentali.

Questo film è servito per cancellare le domande che avevi oppure ne sono rimaste ancora?

No sinceramente, il pensiero su questa storia è passato. Quando c’è stato questo cambiamento è cambiato tutto. Le scene con mia moglie non erano nemmeno previste nella prima versione. E’ diventata più una cosa personale, non so se questo possa essere un bene o meno, forse è noioso sentire parlare qualcuno delle proprie storie, però quella roba lì sono io. Il film, da essere scelto per il pubblico, è diventata una cosa più personale, scritto per mia moglie e i miei amici. Per me è un bene quando si scrivono storie parlando ai propri affetti invece che a quest’idea di target, come dicono a Milano.

Gero: Volevo aggiungere una cosa a quello che ha detto Gianni sul mutamento del film da documentario ad essere una docufiction. Io sono entrato in questa fase di transizione, contate che in media una sceneggiatura è lunga sulle 100 pagine, quella di Gianni era di 60 alle fine delle quali c’era scritto “poi si vede”. Ho avuto il piacere e l’onore di essere un co-sceneggiatore ma sono un malato del controllo, per me questa cosa era da incubo! Il film iniziava con una troupe e a un certo punto non si sapeva come andasse a finire. Mi sono promesso di affrontare con spirito di improvvisazione una scena finale del film che poi è risultato essere il momento al quale sono più legato. Ci sono dei dialoghi tra me, Gianni e gli altri che sono frutto dell’improvvisazione, ma che hanno un filo di verità maggiore rispetto al resto del film.

Hai usato la tua capacità del disegno per progettare la sceneggiatura?

Si, penso che ci sia una cosa di cui nessuno si sia accorto, e di questo mi bullo: la scena finale sul mare è girata su due posti diversi. Ero alla ricerca di questo grande parcheggio di fronte al mare con una palazzina alle spalle e non l’ho trovato in tutta Italia. Fino al giorno in cui siamo andati ad Anzio e ho trovato il parcheggio sul mare, era perfetto ma dall’altro lato non c’era una palazzina ma una caserma. In centro, sempre ad Anzio, c’era un parcheggio con una palazzina, proprio quella che stavo cercando, ma era in centro. Ho detto al mio direttore della fotografia di fare la sequenza in due posti diversi, lui su questo era titubante visto che per poter fare questa cosa bisognava girare il tutto prima che la luce cambiasse. Era da girare il tutto in un giorno avendo a disposizione una finestra temporale molto stretta. Ho deciso di costruire un finto colonnino di campanelli in modo da spostare da un set all’altro. Per poter realizzare al meglio la cosa ho storybordato tutto e alla fine ce l’abbiamo fatta. Sono molto contento perché è una di quella cosa da cinema, costruisci un luogo che in realtà non esiste. Le storyboard le ho usate per la scena dei primitivi perché avevamo solo una notte per girare, in una grotta ed era difficile da realizzare. La scena è risultata essere quella più costosa in assoluto (1/10 del totale). Per il resto ho usato le storyboard veramente poco, mi servivano per le parti più complesse da fare.

Questo è anche un film sul rapporto tra Gianni Pacinotti e GIPI, tra l’artista e l’uomo? C’è nel film questa problematica sul fatto che può venire prima il successo, oppure i rapporti umani sono più importanti?

Io sono una persona ossessionata dal voler raccontare storie, buona parte della mia esistenza e delle persone che mi circondano dipende molto dal fatto di avere una storia da raccontare e che questa riesca ad entusiasmarmi: quando c’è tutti devono essere entusiasti come me, quando non c’è allora tutti devono piangere. E questo per chi ti sposa non è il massimo della vita.

Nel film sembra che tu abbandoni il progetto perché sai di poter diventare famoso ma allo stesso tempo sai di poter perdere i tuoi amici, le persone a te care

No la scelta è solo quella di essere o meno una buona persona, è una scelta che tutti noi abbiamo di fronte ed è facile darsi delle scuse per non esserlo. E’ stato un sacrificio a livello narrativo quello di non mostrare quella persona però l’ho fatto perché so che era la cosa giusta da fare. Se ho la possibilità di essere “migliore” e devo pagare un pegno per questo allora lo faccio. L’unico dilemma per me era questo; ho fatto libri autobiografici a fumetti, ho raccontato della mia famiglia, delle mie ex, ma non mi sono mai chiesto se a loro facesse piacere. Questo anche perché sono una persona narcisista, lo si vede anche per il fatto che sono su uno schermo e scrivo storie. I narcisisti fanno molta fatica a percepire gli altri come anime viventi, li vedono più che altro come comparse nella loro esistenza; però se lo sai, se sai che sei narcisista, ci stai attento. Ho avuto l’occasione di stare attento e l’ho messa in pratica.

Il rosso?

Il rosso è una storia vera che ho fatto interpretare ad un mio amico. L’unica cosa che non ho raccontato nel film è che quando ho incontrato il vero rosso, che era diventata una donna in realtà, lo era diventato in seguito ad un intervento chirurgico per una malattia, una malattia che incute paura ad ogni uomo qui in sala, ma l’effetto che aveva avuto su di lui è stato esattamente come l’ho raccontato: mi ha detto che ora, da donna, poteva dire di stare veramente bene. La cosa buffa del rosso è che due giorni prima delle riprese ero a casa e, pensando a chi dare il ruolo, perché volevo che fosse un pisano a interpretarlo, mi è arrivato un messaggio vocale da un mio amico che abita a Barcellona da 10 anni e che non vedo da allora; mi dice che sarebbe arrivato a Roma e mi chiede se potevamo vederci, io gli dico che va bene e che gli mando anche una macchina in aeroporto. Quando è arrivato gli ho chiesto se volesse fare questa cosa, avevo già costumi e tutto il necessario. Conoscendolo sapevo che avrebbe detto di si, abbiamo fatto la scena e poi è ripartito… non ci vedremo per altri 20 anni

E Andrea?

Andrea è un operatore stratosferico, bravissimo.

Gero: Tutta la troupe era giovanissima, tutti sotto i 30 anni, molto motivati e usciti dal centro sperimentale, nerd della tecnologia. Il clima che si è creato nel set era di grande entusiasmo, merito sopratutto di Gianni. Sono sicuro che questi ragazzi faranno altri progetti, altri film anche importanti ma difficilmente gli ricapiterà di aver a che fare con un genio creativo come Gianni… ed è per questo che gli ho scritto una poesia. A parte gli scherzi sono stati tutti bravi, hanno realizzato un film con un budget veramente ridotto.

Gipi: All’operatore, Andrea, dovevo chiedere di essere meno bravo. Nella scena del monte, quella iniziale, io gli ho chiesto di tenere la macchina instabile, di perdere il fuoco etc. Lui in realtà è una macchina vivente. Anche se giravamo in fretta, così tanto da non sapere le posizioni esatte nella scena, lui riusciva comunque a fare tutto perfettamente.

Conoscendoti tramite propaganda live sembri una persona molto emotiva. Come hai conciliato questa tua emotività, se c’è, con l’andare di fronte a una telecamera? Hai avuto difficoltà o il tuo narcisismo ha prevalso?

Io mi diverto a fare queste cose, il problema l’ho avuto con la mia montatrice, Chiara Dainese, altra ragazza talentuosissima, perché volevo tagliare tutte le scene dove ero presente. Il brutto di essere narcisista è che quando ti guardi ti piace, ma in realtà quando ti guardi ti fai cagare. Vuoi esserci, essere il protagonista, ma poi quello che fai non ti piace mai. A una certa età, naturalmente, accetti come sei fatto.

La parentesi dedicata al Canaro è casuale o era già uscito Dogman?

No, l’abbiamo fatta prima dell’uscita del film di Garrone. E’ casuale ma è inserita nel film non a caso, sono appassionato di queste storie e ho seguito le vicende del Canaro, ho voluto buttare dentro la storia anche se è trattata in modo molto veloce. Della storia del Canaro quello che mi è rimasto più impresso è la frase che ha detto quando è uscito di prigione, anni dopo e con pochi giornalisti che ancora si ricordavano di lui: “dimenticatemi“.  Siamo andati davvero sul posto dove c’era la toeletta sua però non ci hanno permesso di inquadrarla, i vicini di via della Magliana non hanno piacere che venga rivangata questa cosa. Il film di Garrone ancora non l’ho visto ma sono un suo superfan.

Ma il prossimo film sarà La vita di Adelo?

Questo me lo chiedono tutti, penso di sì, non so vediamo.

Mi ha colpito la scena in cui parli della fragilità di essere esposti all’opinione altrui, questa fragilità è presente sia nel fumettista come nel viodemaker?

Tutta la parte del narcisismo e della fragilità non riguarda solo il fumettista o solo il videomaker, ma penso sia una cosa più generale, di tutti, sennò non l’avrei inserita. Credo molto nel raccontare le storie mettendo me stesso come base ma non racconterei cose che non penso siano comuni a più persone. Viviamo in un periodo in cui facciamo le foto delle nostre colazioni e le mettiamo su facebook e guardiamo quanti cuori ci mettono, quindi credo che l’esposizione verso gli altri e sopratutto la richiesta di approvazione sia comune a molti. La cosa più sbagliata è che chiediamo l’approvazione a persone che non ci conoscono; mentre sperare di essere amati dai nostri affetti, dalle persone che stimiamo è assolutamente salutare farlo con gli sconosciuti secondo me non lo è. E quella parte lì del racconto per me parla di questo, in una fase storica dove più o meno tutti siamo propensi a darci in pasto agli altri, a vedere che effetto facciamo sugli altri, questa fragilità diventa diffusa. Mettiamo le nostre foto online e se qualcuno ci dice fai schifo ci stiamo male, ma se ci ragioniamo questo non ha proprio senso. Io ho sofferto molto per le critiche che mi arrivavano, ho fatto una somma di quello che mi hanno scritto negli anni e l’ho messa lì dentro. Questa non è una cosa che si limita a chi fa mestieri artistici, è un pochino più diffusa.

Ho mandato tutti in paranoia?

Come mai un film e non un fumetto?

Perché quando ho trovato quella storia immediatamente l’ho vista come un film. Le storie quando mi vengono in mente hanno già la forma, difficile che pensi una cosa in un modo poi la realizzo in un altro.

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