Compie 50 anni Il pianeta delle scimmie, il capolavoro fantascientifico che continua ancora oggi a riscuotere successo e a conquistare gli spettatori

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Il 20 luglio 1969 alle 20:18, il comandante Neil Armstrong è il primo uomo al mondo a posare il piede sulla Luna. La cosa era nell’aria, tant’è che l’anno precedente uscirono due film di fantascienza che hanno fatto epoca. Uno è 2001: Odissea nello spazio, l’altro è Il pianeta delle scimmie.

Il pianeta delle scimmie fu scritto nel 1963 da Pierre Boulle, che già con Il ponte sul fiume Kwai aveva dato al cinema il soggetto per un altro grande film. Si tratta di una distopia, che è uno dei generi più frequentati dalla fantascienza. Se Boulle potesse leggere questo articolo sicuramente andrebbe su tutte le furie sentendo definire il suo romanzo “fantascienza”; lui preferiva definirlo “fantasia sociale”. Probabilmente si limiterà a rivoltarsi nella tomba, ma forse nemmeno, visto che considerava La Planètes des singes un’opera minore. Eppure la sua opera minore ha dato vita a due saghe cinematografiche, a un remake di Tim Burton, a serie televisive, cartoni animati, fumetti e videogiochi.

Qui per: la recensione del gioco sul Pianeta delle Scimmie, Last Frontier

Il romanzo narra di un giornalista che viaggia alla volta di un lontano pianeta sul quale gli uomini, che una volta lo dominavano, sono stati ridotti in schiavitù dalle scimmie. Una teoria dell’evoluzione rovesciata, con implicazioni sociologiche.

Il film di Franklin Schaffner, pur mantenendosi sostanzialmente fedele al romanzo, dà un’interpretazione immensamente più suggestiva

ossia che il pianeta delle scimmie sia la terra stessa. Ciò non meraviglia affatto, visto che uno degli sceneggiatori del film fu il grande Rod Serling, il padre di Ai confini della realtà.

Nel film quattro astronauti (tre uomini e una donna) partono ibernati per cercare un nuovo mondo da popolare. Catturati dall’orbita di un pianeta, precipitano, il sistema di rianimazione si attiva e si trovano nell’anno 3978 su un pianeta simile alla terra. Vengono catturati dalle scimmie e messi nelle gabbie assieme agli altri uomini che popolano lo strano mondo. Infine, l’unico superstite dell’equipaggio, il comandante dell’astronave, interpretato da Charlton Heston, riesce a fuggire e raggiunge la “zona proibita”. Qui trova i resti della statua della libertà e capisce che il pianeta alieno è in realtà la Terra e che l’uomo, con una guerra nucleare, ha causato una catastrofe di tale portata da far regredire gli esseri umani. Intanto, le scimmie si sono evolute molto più rapidamente e hanno soggiogato gli essere umani. Il film termina con la celebre invettiva finale: “Voi uomini l’avete distrutta. Maledetti, maledetti per l’eternità”. Un finale che sa molto di Ai confini della realtà.

Già che ci siamo, un’altra considerazione sul soggetto del film

Per la missione “ripopolamento nello spazio” a bordo dell’astronave Icarus ci sono tre uomini e una donna. Durante il viaggio, per un guasto nell’impianto d’ibernazione, la donna muore. Come diavolo facevano a ripopolare un pianeta tre uomini? La cosa più logica sarebbe stata due uomini e due donne ma, anche ammettendo che non succedesse nulla alla refrigerazione, non sarebbe stato più rapido ripopolare un pianeta con un uomo e tre donne? Se poi mettiamo in conto che si tratta di un film girato nei puritanissimi Stati uniti d’America, una donna e tre uomini diventa una cosa inconcepibile, ecco perché l’hanno fatta morire subito.

Fra tutti i film, videogiochi, serie, ecc. generati dal primo Pianeta delle scimmie, sicuramente il più interessante non poteva che essere il remake di Tim Burton

Burton è un regista intelligente e ha una fantasia superiore a quella di un regolare consumatore di LSD. Molto era lecito attendersi. Inutile dire che gli effetti surclassino l’originale. L’idea della tempesta magnetica che fa viaggiare Leo Davidson nel tempo è ottima. Che il suo intervento accidentale nel passato della Terra provochi un radicale mutamento nella storia del pianeta è altrettanto efficace della scoperta della Statua della Libertà nel primo film. Mi piacerebbe scrivere che è una suggestione che mi rimanda immediatamente al romanzo Rumore di tuono di Ray Bradbury, autore anche di Farenheit 451, o alle teorie di un astrofisico di somma intelligenza. Purtroppo la prima cosa alla quale ho pensato è l’episodio Tempo e punizione nella quinta stagione di La paura fa novanta dei Simpson.

Beh, ognuno ha le sue radici culturali e non se ne deve vergognare.

È simpatica anche la figura di Ari, la scimpanzé attivista contro il maltrattamento degli umani. È avvincente la guerra fra scimmie e uomini. La discesa dalla navicella spaziale di Pericles, lo scimpanzé ammaestrato di Leo, è un vero deus ex-machina. Tante sono le idee. Troppe e confuse. Alla fine succedono talmente tante cose che uno, alla fine, si distrae. È un ottimo B-Movie e, come tutti i B-Movie, non lascia molto a cui pensare.

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Questa dicotomia è stata percepita un po’ da tutti, dal momento che ha ricevuto numerosi riconoscimenti; soprattutto per gli effetti speciali e per il trucco. Ma si è aggiudicato anche ben tre Razzie Awards: a Tim Burton per il peggior remake, al mitico Charlton Heston, che si esibisce in un cameo nel ruolo del padre del perfido Thades, infine a Estella Warren come peggior attrice non protagonista. Bel palmares, non c’è che dire. Per scagionare Tim Burton, al quale non si può che voler bene, va detto che ha lavorato in condizioni proibitive. Innanzitutto, la casa di produzione Fox gli stava addosso per accelerare i tempi. Poi gli sceneggiatori continuavano a modificare il copione a riprese già iniziate, cosa che deve aver avuto non poco peso sullo stato confusionale del film. Peccato, perché se c’era uno che avrebbe potuto fare un buon lavoro con una storia del genere era proprio Tim Burton.

Maggior esito ha avuto The war – Il pianeta delle scimmie, di Matt Reeves, del 2017

Il nono film della serie si discosta un po’ di più dalle tematiche precedenti, diciamo che è molto più animalista. Ha avuto numerose nomination, fra cui anche una agli Oscar, ovviamente tutte per gli effetti speciali, ma ha portato a casa solo premi minori. Nonostante questo ha avuto l’apprezzamento della critica e del pubblico, visto che ha incassato quasi 500 milioni di dollari.

Infine non va dimenticata la serie televisiva

che in Italia andò in onda con buon successo negli anni ’80, ma che negli States data al 1974, sulla scia del successo dei primi cinque film. Nella serie i due simpatici astronauti Virdon e Burke sono impegnati nel duplice tentativo di sfuggire alle scimmie cattive e di tornare nel passato.

Vista la vitalità di questo romanzo minore di Pierre Boulle c’è molto da spettarsi ancora. Come minimo un decimo film. Ma, alla fine, Il pianeta delle scimmie per eccellenza rimarrà sempre quello del 1968.

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