Un gradito ritorno del grande Vittorio Gassman nel film documentario di Fabrizio Corallo, Sono Gassman! Vittorio, re della commedia, appena presentato a Roma alla Festa del Cinema e su Sky Arte da gennaio.

Se c’è una cosa che non va nel film documentario di Fabrizio Corallo di sicuro è il titolo: dire che Gassman è il re della commedia è, come minimo, riduttivo. Nella commedia all’italiana ce lo tirò quasi a forza Mario Monicelli che lo volle per interpretare Peppe nei Soliti ignoti. Fino ad allora, a parte il grande impegno teatrale, Gassman era ricercato più per ruoli di Villain. D’altronde aveva il physique du rôle: altissimo, il naso aquilino, il volto severo; solo a Monicelli poteva venire in mente che quel gigante potesse fare anche ridere. Così, da allora, alternò ruoli drammatici e leggeri, senza dimenticare il teatro, nel quale era un maestro indiscusso.

A corollario delle performances artistiche di Gassman, il film di Corallo contiene numerosissime interviste; all’ultima moglie, Diletta D’Andrea, ai figli e agli innumerevoli registi e personaggi coi quali Gassman ha lavorato in ben oltre mezzo secolo di carriera, a partire dai tre grandi registi coi quali ha lavorato assiduamente: Mario Monicelli, Dino Risi ed Ettore Scola. Poi ci sono i suoi colleghi: Stefania Sandrelli, sua partner in Brancaleone, Jean-Louis Trintignant, co-protagonista del Sorpasso, Gigi Proietti, suo amico e ammiratore incondizionato, Giancarlo Giannini che, fra l’altro fu anche suo genero e, ovviamente tantissimi altri.

Il documentario, oltre a raccontare il Gassman pubblico, ovviamente, entra nel privato di Vittorio

e mostra un uomo introverso, addirittura timido “un grande timido che si nascondeva” lo descrive Fanny Ardant. Anche Monicelli, che lo conosceva bene, lo diceva “discreto e fragile”. La sua fragilità , oltretutto, era già ben nota, viste le frequenti crisi depressive che ebbe, soprattutto negli ultimi anni. Paolo Poli, in un suo spassosissimo libro di memorie, dice di Gassman che era troppo bello da giovane per poter sopportare la vecchiaia; Vittorio stesso ammetteva che un grande peso sui suoi momenti neri aveva la paura di morire.

Nonostante ciò trovò il modo di ridere sulla propria morte e volle che sulla sua lapide fosse scritto “Non fu mai impallato”.

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