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Lassù in cima la top 10 dei film più visti su Netflix, alla ambita posizione numero 1, dal 23 gennaio ecco Il Falsario, pellicola diretta da Stefano Lodovichi presentata lo scorso ottobre al Festival del Cinema di Roma, incentrata su una rielaborazione finzionale della vita di Antonio Chichiarelli, figura contigua alla Banda della Magliana al centro di numerosi episodi della cronaca nazionale degli anni ’70.

Non un film biografico, appunto, il cognome Chichiarelli non è neppure citato nel corso dell’ora e 50, ma proprio un personaggio a sé stante quello interpretato da Pietro Castellitto, pienamente ascrivibile meta narrativamente alla tradizione dei falsari dunque, sebbene con risultati nel complesso sufficienti e nulla più.
Troppo riconoscibile, troppo marchio di fabbrica, troppo già visto. Parlo dei monologhi fuoricampo del Castellitto, non necessariamente scritti o recitati male ma prolissi, trasposizione di quanto avvenuto nel recente Diva Futura firmato Giulia Louise Steigerwalt, ruolo più a pennello per ciò che l’attore imprime ai suoi personaggi, giocosi, dove ogni cosa è lo specchio di un’avventura, con l’aria da sfigati in qualche modo di successo, fosse financo per una breve apoteosi.
È Toni con la i, non come Little Tony o altri omonimi dal medesimo diminutivo, a volte sottolinea l’ovvio fuoricampo, con un influsso dialettale di chi, arrivato da poco in città, già dà del tu al Colosseo, munito di sogni da pittore, una bici da rubare e due amici compagni di freddo e povertà. Il prete e il brigatista, eccoli, dove quello con la fede alla fine è il secondo, loro, dicevo, tutti e tre dal paesino senza nome presso il lago della Duchessa, la nota distesa d’acqua del Comunicato n⁰ 7, falso made in Toni con il quale lo stato annunciò prematuramente l’esecuzione di Aldo Moro ad aprile ’78.
E poi c’è lei, direbbe la pubblicità, Donata, una Giulia Michelini tra la diva e l’accasata, nel ruolo della gallerista che renderà i Modì falsi targati Toni roba a tanti zeri, al netto di un’attrazione tra i due sfociante la conoscenza biblica frutto di sceneggiatura più che di una reale chimica a schermo. Guascone, picaresco, dicono le recensioni, in realtà il Toni di Castellitto è tale solo negli esiti. Uno che si butta, forse, ingenuo e astuto allo stesso tempo sì, ma poco a suo agio nell’essere playboy, con una seduzione istantanea non tenente conto dell’etologia più elementare.
Sì, vengono citati i piccoli occhi mortali di Moro, ci sarebbe materiale per le tragiche narrazioni sugli anni di piombo stile Esterno Notte, ma la scelta del regista, al netto dei morti ammazzati, va nella direzione della leggerezza, in una pressocché totale spoliticizzazione dell’opera, dove il sangue è appena la nota di colore nella storia di uno criminale ma simpatico, alla ricerca del riconoscimento del suo talento presso i salotti giusti della Città Eterna.
Mi è impossibile commentare la prima scena della pellicola, sarebbe interessante fare un discorso sui finali circolari ma niente spoiler, a ogni modo il film scorre privo di patemi, il ritmo c’è ma senza particolari emozioni all’orizzonte, appena un accenno sull’imitazione come opera d’arte parimenti degna dell’originale, un Edoardo Pesce cotto a puntino nel ruolo del criminale Balbo e un Claudio Santamaria serioso nonché da servizio segreto deviato, con tanto di amici importanti in Vaticano.
La morale, se la si vuol trovare in un film di intrattenimento su Netflix che, tuttavia, non vale 15 km nella nebbia per il cinema più vicino, è su ciò che l’essere umano è disposto a fare pur di ottenere ciò che desidera. La risposta, stiamo pur parlando di falsari, brigatisti e preti, oltre che di galleriste e malavitosi di ogni sorta, credo onestamente sia superfluo esplicitarla in questa sede.